Il notiziario Bobbiese

notizie dalla città di Bobbio

1903/11/08 – I cimiteri a Bobbio

13th settembre 2011

Dalla Trebbia del  8 novembre 1903

I CIMITERI A BOBBIO

Così l’anno scorso nel praticarsi i lavori per la fognatura della via di Porta Nuova (ora Corso Garibaldi) furono scoperti vari depositi formati di mattoni quadri con ossa umane.
Quindi non è infondato il sospetto che quivi potesse già esistere il cimitero della Chiesa di San Colombano.
Così ancora è lecito arguire la esistenza di un cimitero nei pressi di Bobbio, regione  San Ambrogio, proprietà ora di casa Malaspina, dall’ Ordo Processionum Cleri Bobiensis, fatto stampare a Milano nel 1756 dal nostro vescovo Gasparre Lancellotto Birago. Imperocché da esso si rileva,  (pag.59 e segg.) dalla 3a feria  (martedì) delle Rogazioni, la processione partita dalla Catt.e e recatasi quivi, dove ancora si vedevano le rovine della Chiesa Parrocchiale di S. Ambrogio, e dell’attiguo campanile, dopo aver fatto commemorazione del S. Dottore, procedeva all’assoluzione a suffragio dei defunti. «Peracta statione, ac decantato Evangelio, fit absolutio, sive aspersio pro Defunctis in eodem loco, in quo, prout ex ruinis dignoscitur, praesertim ex veteri Turris residuo extabat antiquitus Ecclesia Parochialis D. Ambrosio dicata, temporum iniuria nunc prorsus diruta». E che il luogo designato per la tumulazione dei parrocchiani fosse diverso dalla chiesa, lo si ammetterà facilmente, quando si ritenga che la ristrettezza della med.a non poteva essere sufficiente al pietoso ufficio, e che la cultura del terreno circostante alle accennate rovine dissotterrò umani avanzi.
Il citato libro, ricordando poi un atto 1375 rog.o del notaio Giovanotto de Gualandrino, col quale il V.o nostro Roberto Lanfranchi conferiva la chiesa parrocchiale  di S. Ambrogio, resasi vacante per la morte di certo Don Gerardo de Traschio,  al chierico bobbiese Cristoforo Avogarelli de Avocado, come della chiesa, così del cimitero ci fa riportare la fondazione ad un anno di molto anteriore a quello sopra indicato (1375).
Del resto una notizia certa dell’esistenza di un cimitero in Bobbio l’abbiamo nel d.o libro a pag. 48, ecc. Essendo alli 8 8.bre 1630 apparsa in Bobbio la pestilenza, che imperversò sino a mezzo il mese di marzo 1632, il Vescovo d’allora Mons. Francesco Maria Abbiati (in esso libro così si legge) provvide alla designazione di un terreno per la sepoltura degli sventurati, vittima del terribile morbo: e trovatolo in vicinanza del torrente Dorbida, alli 11 ordinò vi si erigessero le cinque croci rituali per la benedizione, alla quale egli med.o procedette nel successivo pomeriggio del 15, ivi condottosi processionalmente col Capotolo, col clero e col popolo. – La chiesa di S. Rocco, patrono contro la peste, esistente già presso la Dorbida, al punto quasi in cui questa si mette nella Trebbia, ed alla destra dell’antica strada pubblica Bobbio – Poacenza, e già distrutta al tempo del prelodato Vescovo Mons. Birago; ma più le ossa umane, nell’attiguo terreno di tratto in tratto dissotterrate ci farebbero mettere il cimitero in discorso in quella località. – Dai registri degli atti di morte della parrocchia della Cattedrale si rileva che fin dalli 16 maggio 1632 (epoca in cui la Dio mercè era cessata fra noi la pestilenza) si riprese l’antica consuetudine di seppellire i defunti entro le chiese, e ciò forse perché il cimitero si rese inservibile per la quantità dei cadaveri in ecco accumulati dall’epidemia? O forse perché inondato, od anche asportato dal vicino torrente?
Questo è quanto non si può decidere: quello che è certo si è che da quell’ epoca (almeno da quanto consta) in Bobbio non si parlò più di cimitero fino all’anno 1823, nel quale, e precisamente nel 3 novembre, il sindaco signor Antonio Malugani in adunanza consulare osservando che questa città era ormai l’unica non solo del regno, ma anche dell’orbe tutto che non avesse un cimitero; diceva che bisognava essere penetrati della necessità di tale stabilimento, essendo pur troppo note le grandi disgrazie ed inconvenienti occasionali dal dar sepoltura nelle chiese. La proposta fu accettata; e si mandò all’ong.re Sig Gazzotti per la scelta del luogo, e per la perizia dell’importo, il tutto in conformità delle R. Patenti 25 9.mbre 1777. Questi alli 23 8.bre 1823 presentava apposita relazione, colla quale si dichiarava adattissimo all’uopo un pezzo della proprietà Corgnate di spettanza del Signor Cristoforo Bacigalupi balla destra del Dorbida, e l’importo per la costruzione del cimitero in L.4610. La relazione era approvata dall’ Ecc.mo R. Senato sedente in Genova alli 24 succ.o 9.mbre. In seguito a ciò l’Architetto Signor Francesco Guglielmini Ass,e di 1a classe del Genio Civile alli 12 gen. 1821 comunicava al Consiglio uno scritto – Capitoli, oneri, istruzioni per l’appalto della formazione del campo S.; a cui annetteva un tipo, che, se fu eseguito avrà dato alla nostra città un elegantino Cimitero.
Dai registri degli atti di morte della Cattedrale appare che la prima ad esservi sepolta fu certa Marina Domenica fu Carlo di Pegni – An. D.ni mill.mo octingentesimo trigesimo die 23 augusti Domiica  Marina q. Caroli e loco Pegni etc. exequiis peractis sepulta in novo sepulcreto fuit – e che l’ultimo fu pure certo Marina Luigi di Gius.e e di Maria di Pegni Altrecati – sepolto alli 24 agosto 1834.
Nel giorno 26 agosto detto anno scatena vasi in alcuni luoghi degli stati Sardi ed anche in Bobbio un terribile uragano, per cui la Dorbida straripando abbatteva il muro di cinta del cimitero, lo riempiva di ghiaia e di sabbia, ed alcuni dei nostri buoni vecchi ci hanno raccontato di aver visto le casse dei cadaveri asportate dalla corrente nella vicina Trebbia. Per riparare ai guasti avvenuti raduna vasi subito il consiglio nel successivo 28 agosto; e dopo varie sedute in quella delli 7 gennaio 1835 delegavasi il Signor Carbonazzi Giovanni aiutante del Genio civile perché di concorso di alcuni consiglieri procedesse alla scelta di un terreno che in base alle R. Patenti 26 maggio  1832 e relativo Regolamento del Reale Senato 30 luglio successivo fosse riconosciuto adatto alla costruzione di un nuovo cimitero. In adunanza 4 febbraio 1835 i delegati riferirono che la località più conveniente era il fondo Corgnato di proprietà del Signor Cristoforo Bacigalupi, e dellaSig.ra Ballerini Maddalena Vedova Malchiodi Sig. Luigi. Eseguiti tutti gli altri incombenti procede vasi alla costruzione alla costruzione per parte del Signor notaio Cozzi Giovanni resosi deliberatario dell’appalto alli 18 luglio 1835 – Benedetto il cimitero sul finire di luglio 1836 dal P. Agostino Cappuccino e Segretario del Vescovo Mons. Cavaleri vi accoglieva pel primo Carlo Farina d’anni 85 circa di Piancasale vittima alli 23 luglio del colera in detto giorno appunto scoppiato nella parrocchia della Cattedrale
.
Rechiamoci dunque sovente a visitare quel luogo santo, ove riposano in pace i venerati avanzi dei nostri cari ed ivi nel silenzio della tomba attendono la gloria  della resurrezione: oh! vi andiamo coi sentimenti più soavi della carità cristiana, ispirandoci alle sublimi verità dell’epigrafe;
Tempo, Fortune, Illusioni ha fine
Questo Campo di morte a te lo addita:
Mortal vi pensa, e s’ami pace al fine
Abbraccia il Ver che apporta eterna vita!
Can. Antonio Cavalli

Dalla Trebbia del 22 novembre 1903

Chiar.mo Signor Canonico

Il suo ultimo articolo sulla cronaca bobbiese mi rammenta un epoca che ben pochi nostri concittadini potranno ricordare.
Quando nel 1824 fu fondato il primo cimitero, presso il torrente Dorbida, io ero già nato da quattro anni (1820), e ricordo che in un giorno del 1834, il notaio Sig. Giuseppe Ballerini, presso cui mi trovavo con altri fanciulli per la divozione del mese di Maria, si mise ad esclamare «oh! figliuoli miei, sono già 40 giorni che piove; pregate il Signore e la Vergine Maria che facciano cessare questo diluvio». E fu appunto allora che avvenne lo straripamento del detto torrente e la devastazione del Cimitero perché troppo vicino alla destra sponda di quello. Ricordo pure che a casa mia si piangeva pel rapimento di casse e cadaveri trascinati da quel torrente nella vicina Trebbia, fra cui la salma di mio fratello (Abramo) morto chierico poco prima di quella catastrofe. Ricordo infine df’aver ancora visto seppellire nelle chiese qualche notabile cittadino e di aver conosciuto il venerando Vescovo Isaia Volpe che morì povero perché erogava tutte le sue rendite in grandi elemosine ed in opere di beneficenza, come quella della fondazione dell’Ospedale bobbiese di Carità.
Tutto questo io ricordo e vivi ancora! Non mi par vero. Scusi, caro Sig. Canonico, e mi creda ognora con caldo affetto.
Suo dev.mo servo ed amico
D. Bertacchi

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1905/03/11 – Il ponte vecchio sulla trebbia

13th settembre 2011

Dalla Trebbia del 19 marzo 1905


Conferenza tenuta in Bobbio dal Canonico Antonio Civardi, il 23 gennaio 1905

IL PONTE VECCHIO SULLA TREBBIA

Il conferenziere prendendo una tesi generalissima si fa il quesito: qual’epoca incominciò ad esistere un ponte sulla Trebbia nelle vicinanze di Bobbio?E risponde esternando il suo avviso che un ponte sulla Trebbia a Bobbio cominciò ad esistere prima della venuta di S. Colombano; e ciò deduce:1) Dalla preesistenza di una popolazione nella vallata bobbiese prima dell’arrivo del monaco irlandese; fatto, che il conferenziere ha incominciato a dimostrare nel presente giornale – rubrica Bobbio e il suo territorio ecc.; e che spera di poterle provarlo con chiarezza con gli argomenti che man mano verrà sviluppando. Ammessa l’esistenza di creature umane sulla riva sinistra della Trebbia prima di S. Colombano, nulla di più probabile che esse si siano spinte a perlustrare la riva destra, le sue colline e i suoi monti; e che perciò abbiano pensato di provvedersi di un ponte per tragittare il fiume, anche nelle sue piene.2) Dalla conoscenza, che secondo il tortonese Conte Giacomo Carnevale, avrebbero avuto i Romani delle nostre acque solforee salso jodiche; conoscenza , ad ammettere la quale si dichiara indotto dall’aver di esse (acque) trovato fatto menzione negli scritti di Arlembardo medico fisico di Tortona nel 1160, i quali scritti, vennero pubblicati dall’altro cittadino tortonese Augusto Quizio, che fu medico di Filippo 2°, duca di Savoia, molto istruito nella botanica, nel «Lumen apothecariorum  editum e subtilissimo artium et medicinae doctore domino magistro Quirico de Hugusti de Dorthona. Augustae Vindilicorum 1486». (Notizie storiche dell’antico e moderno Tortonese. VogheraTipografia Gioni 1845).Ma se le nostre acque salso jodiche erano già conosciute fin dai tempi dei romani, si sarà pensato di trarne quella maggiore utilità, che ad esse si poteva ricavare: il perché si sarà pensato ancora ad un mezzo solido (ad un ponte) per passare alla riva destra della Trebbia, dove hanno la loro sorgente.3) Dal Diploma di Agilulfo a S. Colombano – Da certe discrepanze, che vi si ravvisano fu creduto e dichiarato apogrifo da alcuni e gravi autori, tra cui il Mabillon, il Muratori, il Poggiali, e  ultimamente dal Krusch; cui  paiono soscrivere l’egr, can.co Logé di Tortona, nella sua opera S. Alberto, Abate di Butrio, e l’illustre Prof. Carlo Cipolla nel fascicolo « Notizie e documenti sulla storia artistica della Basilica di S. Colombano di Bobbio nell’età della rinascenza ». Ma l’importante questione, così si legge nel bollettino della società pavese di storia patria an. 1° fascic. 3° Sett.bre 1901 è stata ora ripresa dall’Hartmann, Prof. di Vienna, e trattata brillantemente in un articolo, dalle cui conclusioni l’autenticità dei diplomi, (uno di Agilulfo, due di Adoloaldo a favore del monastero di Bobbio) non ostante le mende che presentano le trascrizioni, in cui ci pervennero, è provata dall’autore non solo con ragioni indirette, ma anche direttamente. La più forte di esse si è che il Sundrarit, viro magnifico, dei diplomi, a cui Agilulfo prima, poi Adoloaldo, concessero una metà del pozzo d’acqua salsa, di cui l’altra metà era lasciata al monastero, richiama alla memoria il Sundrarium maximum longobardo rum ducem, cui apud Agilulphum bellicis rebus instructus  erat, di cui è parola nel continuatore di Prospero sotto l’anno 640 in un codice scoperto una trentina d’anni fa in Copenaghen. Da questo si deriva che dalle nostre che alle nostre acque solforee salso jodiche esisteva un pozzo per vfare il sale: ad coquendos sale. Ma se si faceva il sale, necessariamente sulla Trebbia doveva esistere un ponte pel trasporto del medesimo.Dato finalmente (e non concesso) che non sia vero il fin qui ragionato, si ha un dato storico non controverso che ci assicura l’esistenza di un ponte sulla Trebbia almeno nel secolo 9° – Il prelodato prof.re Hartmanu nel bollettino storico bibliografico subalpino, ha pubblicato un documento conservato nell’archivio di Stato a Torino colle altre carte di S. Colombano con la segnatura Cat.a !° marzo 1° – Sul dono si trova l’indicazione  l’indicazione «Inventarium honorum immobilium monasterj S. Colombani –  e nell’interno è detto» Adbreviatio de rebus omnibus e bobiensi monastario ontrinsecum et extrinsecus pertinenti bus anno Iesu Christi DCCCLXII (862). Il documento è confrontato dall’autore con l’altro dell’anno 883, e l’uno e l’altro npn sono che un inventario dei beni appartenenti a quell’epoca al nostro monastero.Ora in questo documento si legga: infra vallem autem praefati monasterj sunt oracula septem, nella valle del 1° monastero sono sette chiese; che la parola oraculum nel linguaggio ecclesiastico indica propriamente cappella, chiesa. Nell’accennato documento si legge ancora sotto il n° 6 «In oraculo Sancti Ambrosii potest seminare per annum granum modia viginti, vinum facil anforas quatuor, fenum carra septem etc.»  E’ vero che la dicitura accenna ai campi, vigneti, prati, ma è noto che attorno alle chiese andavano annesse possessioni. Sicchè è indiscutibile che fin dall’anno 862 (e quasi certamente anche prima) esisteva la chiesa di S. Ambrogio «in oraculo Sancti Ambrosii». Ora se vi era una chiesa sulla sponda destra della Trebbia, ne viene che per accedervi doveva essere sul fiume un ponte; a meno che non si voglia dire che la chiesa in discorso fosse riservata all’esclusivo servizio della popolazione sulla da riva destra. Ma come ciò pensare? Possibile che la popolazione della destra per diporto, per curiosità, per necessità non sia mai passata alla sinistra? Possibile che la popolazione della sinistra non si sia mai trasportata alla destra, neppure per assistere alla funzione del Santo titolare della Chiesa, in quei tempi, in cui la fede viva, operosa eccitava gli uomini a lunghi e disastrosi pellegrinaggi per visitare santuarj lontani? E poi i frati stessi di quando in quando non saranno andati a S. Ambrogio per vedere se la chiesa corrispondeva all’onore dovuto a Dio; se le finzioni religiose, l’amministrazione dei Sacramenti procedeva regolarmente, se il deputato al servizio attendeva all’esatta esecuzione dei proprj doveri? E finalmente come, senza un ponte, trasportare  al monastero il grano, il vino, il fieno ecc., e tutti gli altri raccolti delle terre circostanti alla Chiesa di S. Ambrogio?

Dalla Trebbia del 2 aprile 1905

Il ponte vecchio sulla Trebbia

Conferenza  2a tenuta in Bobbio dal Can. Ant0nio Civardi il 6 febbraio 1905Questione 1aAmmessa l’esistenza di un ponte sulla Trebbia nelle nostre vicinanze prima della venuta di S. Colombano, od almeno nel secolo 9°; in quale località esso sorse? Per mancanza di documenti nulla si può affermare di certo. Sarà stato al posto dell’attuale? Può essere: nulla di più verosimile. Così si viene a rispettare la popolare e più volte centenaria tradizione, che del nostro ponte fu autore il Santo: imperocché se il ponte, che si vorrebbe preesistente alla sua venuta fra noi, era edificato in altro luogo, nessuna meraviglia, che egli abbia creduto bene di erigere l’attuale come più vicino, più comodo, più adatto al monastero ed alla popolazione. Se poi l’attuale corrisponde a quello, che si direbbe preesistente a S. Colombano, non è impossibile che l’abbia trovato diroccato, come vi ha trovato semi diroccata la basilica di S. Pietro; e come di questa, così anche di questo abbia riparato la rovina.Questione 2aLa storia non  somministra una data certa e precisa sul nostro ponte?Il conte Anguissola Gio B.a nell’Ephemerides Sacrae anni Christiani 1822, pubblicato a Piacenza coi tipi del Tedeschi, a pag.14 scrive: «secondo Poggiali (Memorie Storiche di Piacenza, vol.5 pag.35) nel 1196 esistevano sulla Trebbia tre ponti, uno cioè in faccia a Piacenza, un altro a Rivergaro, di cui appena trovansi le vestigia, ed un altro a Bobbio tuttora esistente, benché più volte rovinato ». – Il Poggiali pubblicava l’opera sua nel 1757 in Piacenza – Tipografia Filippo G. Giacopazzi.Dunque è notizia chiara, e precisa, di valore storico ( a meno che si voglia mettere in dubbio l’autorità del Poggiali, che alcuni vogliono fino un po’ troppo critico) che sin dal 1196, cioè più di 700 anni fa esisteva un ponte sulla Trebbia.

Dalla Trebbia del 16 aprile 1905

Il ponte vecchio sulla Trebbia

Questione 3

aIl ponte attuale è propriamente quello del 1196?Il Poggiali pare inclinato a crederlo, sebbene lo dica più volte rinnovato; mentre documenti nostri ci farebbero entrare nella opposta sentenza. Danneggiato il nostro ponte nel 1766 da uno straordinario ingrossamento delle acque della Trebbia, al quesito, se fosse più conveniente riattare ed assicurare il ponte stesso, oppure  acquistare  terreno sul letto del fiume per aprirvi una strada, fatto dal nostro Consiglio all’Illustre Giureconsulto Can.co D.Leonardo Taffirelli, Cancelliere di questa uria Vescovile; il consulente nel suo parere 15 ottobre 1766 si espimeva in questi precisi termini:«Prendo a dire, che il ponte costrutto per utile, per comodo e commercio di tutto il luogo e di tutta la regione circonvicina, consisteva all’antico in quattro o cinque archi al più circa al mezzo del fiume, ove al presente se ne veggono per anche due di detti archi, quali sono lì più depressi alla metà di detto ponte; sotto dei quali quattro  o cinque archi vi transitava tutta la Trebbia, anche nella maggiore sua escrescenza; menoché  al di qua vi rimaneva il borgo più ampio della città, e di là vi erano l’ospedale e la Chiesa di S. Lazzaro de’ lebbrosi con li suoi poderi,  quali tutti corrosi dal fiume, rimanendo l’alveo dilatato più di tre quarti, la città a sue spese ben grandi e considerevoli è stata costretta continuare l’antico con estendere di qua e di là detto ponte, parte con archi di muro, parte con tanti massicci e pilloni, su de’ quali si appoggiavano le travi e tavole, due campi o andate, due de’ quali dall’eccessiva escrescenza di detta Trebbia, seguita alli 8 corrente ottobre di quest’anno 1766, in cui con un pillone sono stati atterrati e dall’acqua seco recati»Del medesimo parere del giureconsulto C.o Taffirelli è Luciano Scarabelli che ne Dizionario Corografico Universale dell’Italia – Milano – stabilimento Civelli 1854, nel suo art. sopra Bobbio (Vol.2 p.1a. pag.144) scrive: La Trebbia ha un ponte vicino a Bobbio città, lungo m. 280, e largo 3 costrutto sopra un antico, ora interrato, e di cui vedesi un arco. Né i Bobbiesi, i quali sotto i loro occhi stessi hanno visto alzarsi ed allargarsi il letto della Trebbia, avranno difficoltà a pensare, che dieci, otto secoli fa il letto di essa più profondo e più ristretto siasi venuto di tratto in tratto riempiendo di materiale, che le piogge scaricavano nel fiume dalle latitanti colline e montagne, massime dopochè un malinteso interesse ha operato lo sconsigliato dissodamento delle folte selve che coronavano la cresta dei nostri monti.Anche questa sembra una prova di un certo valore, massime corroborata dai seguenti dati storici. Il 1° è un documento dell’archivio Vesc., e cioè un atto 19 gennaio 1421 autentico Luserto Cristoforo. Con esso si stipulavano con cauzioni tra il Vescovo d’allora Daniele Pagani et spectabiles et egregios viros duos Matthaeum de Ugurnibus fg. Iois legum doctoris, et Vicarium Gen.lem  Ill.mi Principis et Excellentissimi Ducis Nostri Mediolani. Et Rodulphum fg. Arasini, de Seratonibus de Venetiis; convenzioni, che avevano per oggetto fundum et domum molendini de Caneto sic communiter nuncupati ultra Trebiam et fundum cum aedificiis ibi exitentibus, olim fornacem, et terram ipsi fornaci utilem atque necessariam pro costruendis cupis, tegulis, maconis, quadrelis. Dunque alla regione Caneto sulla riva destra del fiume un molino ed una fornace.Il 2° dato storico è un atto 28 gennaio 1292 rogato dal notaio Epirone de Granarolo. Con esso il Vescovo Calvo Calvi faceva a varj individui locazione perpetua domus molendini, et fulli, sen molendinorum et fullorum desuptus pontem Trebiae. Sicché al dissotto del ponte (e sotto la terra spessa) eravi un mulino et un fullo; meglio più mulini e più fulli.Il molino e la fornace di Caneto furono così asportati dal fiume da non permettere neppure di congetturarne la posizione. Dagli edificii alla Spessa, si dice, rimangono tuttora  avanzi che dal modo dio costrizione si arguisce che erano ad uso di molino. Ma se Caneto nel 1421 esistevano un molino ed una fornace, se molino e folli esistevano alla Spessa fin dal 1292, ed ora tutto è scomparso senza che sia rimasto vestigio di loro esistenza; convien dire che fossero di molto inferiori per posizione al ponte attuale; e che a questo, altro ne sottostava.
Dalla Trebbia del 23 aprile 1905

Il ponte vecchio sulla Trebbia

Finalmente è certo che l’ospedale di S. Lazzaro e la Chiesa relativa sorgevano al di là della Trebbia, cioè sulla riva destra. Fra Giacomino fg. Domenichino col suo testamento 11 marzo 1525 ricevuto dal not. Tommaso de Giorgi «Jure legati retinuit pauperibus commorantibus in hospitali S. Lazzari Bobii sito ultram pontem Trebiae solidos 40 imperiales».È certo ancora che questi sani edifici esistevano in capite pontis – (Bartolomeso de serio fg. Bernardo, studens in jure civili, col suo testamento, 18 ottobre 1388 ricevuto dal notaio Giocanoto de Gualandrio legat et jure legati reliquit florenos orto Hospitali S. Lazari de capite Pontis).Ma se ospedale e chiesa da secoli non esistono più, convien pur che sia stato abbattuto il ponte, alla cui estremità essi si trovavano. Sicchè legittima conseguenza che il ponte attuale non è il ponte vecchio, ma sibbene che quello poggia sui fondamenti di un altro in massima parte distrutto. A piena conferma del qual conclusione ecco un altro perentorio dato storico.Il Ripalta, cronista piacentino, pubblicato dal celeberrimo Muratori a pag.903 vol.20 dell’Opera sua colossale Rev. Ital Script scrive:Anno 1452 26, 7bre – adeo pluit , ut Padus et Trebia, eoquod pluviae fuerunt cintinuae per dies et noctes, maxima intulerunt damna, et praecipue Trebia destruxit et deorsum traxit pontem lapideum de Bobio, qui super ipso flumine Trebiae  artificiose et sontuose constructus fuerat, et multas domus similiter de Rivalgario destruxit.Ed il Can.co Poggiali a pag. 324 volo. 7 delle sue Memorie Storiche di Piacenza, così spiega il Ripalta. Nel 5 giugno 1452 cadde sul piacentino una dirotti sima pioggia, portata da venti sì impetuosi, quod multa mala fecerunt, arbores evulserat, tectos domo rum destruxerunt: una pari direttissima pioggia ebbesi accompagnata da tuoni e lampi orrendissimi nel 29 7bre; per cui crebbero d’improvviso e a dismisura i fiumi del nostro distretto, tra quali la Trebbia, rinnovando e preparando il guasto dell’anno passato, rovesciò un forte e magnifico ponte di pietra, che con ispesa ed artificio grande avevano eretto i bobbiesi, e nelle circostanti pianure lasciò nel ritirarsi tanta legna, che parve d’aver spogliato d’altrui tutte le montagne le montagne bobbiesi e piacentine.Tanto ripete lo Scarabelli a pag. 453 del  2° vol. della sua Istoria Civile dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla – Italia 1846, lasciata per morte, incompleta:Nel 1451 a 6 di novembre dalle case di Ronco a Calendasco fu tutto un fiume ….. Ma nel di Nove di settembre (si crede errore di stampa e che in vece di 9, debbasi leggere 29) dell’anno successivo (1452), un piovere dirotto gonfiò la Trebbia siffattamente che rovesciò un magnifico ponte che i bobbiesi avevano eretto con grande artificio e spesa,. Entrò in Rivergaro, abbattè case, ruppe molini e portò tanti alberi all’Emilia che parte avesse spogliato di piante il bobbiese e il piacentino.Dopo ciò che si desidera dippiù? Nel 1452 esisteva a Bobbio sulla Trebbia un ponte di pietra – pontem lapiseun «costrutto con ispesa et artificio grande» artificiose et sontuose. La direttissima pioggia del 29 settembre d.° anno l’ha abbattuto e tratto all’ingiù «destruxit et deorsum traxit». Dunque il ponte attuale non è certamente il ponte vecchio: ma deve sorgere sugli avanzi di un altro, o di altri distrutti; tanto più che ne’ nel ponte attuale e nemmeno nei due archi sottostanti, visti fino a poco tempo fa, si ravvisa traccia di quella magnificenza e sontuosità e di quell’artificio con cui dai Bobbiesi fu edificato il distrutto nel 1452, e per cui ha meritato l’elogio degli storici piacentini.

Dalla Trebbia del 7 maggio 1905

Il ponte vecchio sulla Trebbia

Questione 4a

All’immenso danno sofferto nel 1452 si sarà quanto prima riparato? Impossibile dare al quesito soddisfacente risposta. Il già lodato Scarabelli nella citata sua storia, ricordandoci prolungate direttissime piogge, straordinarie piene negli anni 1454, 1460,1484, siamo quasi tentati a credere, che, se a Bobbio si rifece il ponte, sia stato di nuovo rovinato; come avvenne del ponte, che in d.i anni era stato riedificato sulla Trebbia a Piacenza; oppure che i nostri maggiori spaventati dal frequente ed imperversante diluviare non abbiano avuto animo di accingersi all’opera.Ma allora come avveniva la comunicazione tra gli abitanti delle due opposte Rive? Chi scrive possiede un mezzo foglio, scritto nelle due facciate, ritirato da un tabaccaio, che lo avrebbe certamente distrutto. Se esso non si riferisce all’epoca in discorso, cioè al sec.15°¸pure riguarda ad una condizione della nostra città, consimile alla sopraccennata. Lo scritto è un consiglio probabilmente indirizzato ai reggitori della cosa pubblica. Questi erano consigliati a ricorrere ai regii  ministri in Milano esponendo, che una tra le tante calamità da cui era oppressa la povera Bobbio, era, che la Trebbia aveva distrutto il ponte fatto di nuovo negli anni passati,  Flumen Trebiae adeo rapidum, ut pontem de novo annis praeteritis erectum diremerit; e che non potevasi altrimenti mettere in comunicazione gli abitanti delle due rive, che col provvedere una nave per tragitto – nisi parando navem pro transigendo flumine. Peccato che il documento sia senza data e senza firma! Del resto da esso deriva che in mancanza di ponte la Trebbia si transitava per mezzo di una nave, meglio di una barca; e che il letto del fiume doveva essere molto profondo e ristretto per acquistare una rapidità tale (adeo rapidum) per asportare il ponte,e per essere capace a sostenere il peso della nave o barca. Si disse non constare se alla distruzione del ponte avvenuta ne 1452 siasi tosto riparato: e tale incertezza dura sino al principio del secolo. !° Per quest’epoca trovasi la citazione di tre documenti spettanti al nostro monastero di S. Colombano, che si devono trovare negli archivj di Stato di Torino – Col 1° in data 8 giugno 1509 a rog.° Buelli not.° Stefano, Antonio da Piacenza, abate del d.o  convento mutuava alla comunità bobbiese alcuni legni per la fabbrica del ponte. Col 2° datato successivo 13 giugno d.o  anno, e not.o , i deputati dalla comunità alla fabbrica del ponte dichiaravano al monastero aver ricevuto L. 60 imperiali per 100 moggia di calce come generosa offerta per la fabbrica medesima. Il 3° rog.° alli 11 luglio sempre d.o anno, e dal d.o not.o , è la quitanza del residuo elemosina promessa dai monaci; quitanza rolasciata da persone scelte per promuovere la fabbroca del ponte.Per la storia aggiungasi ancora che nell’adunanza consolare 22 marzo 1533, dopo essersi esposto che il ponte minacciava rovina, ed aveva già cominciato a cadere, si deliberava di chiedere ai monaci di S. Colombano le 200 moggia di calce, al pagamento delle quali si erano obbligate in seguito a convenzioni e che nell’adunaza del 12 giugno successivo si stabiliva di fare un argine, affinché la Trebbia non rovinasse la strada pubblica, alla quale era necessario praticare riparazioni.Dal 1533 la deficienza di documenti ci trasporta di botto alla fine del secolo 16°. Alli 23 aprile q590 radunatosi il nostro consiglio, ravvisando propizia la stagione per la fabbrica del ponte, si prendeva la deliberazione di metterla all’incanto in base ai capitoli fatti da mastro Ant.o Magnano da Parma. Il lavoro consisteva nella costruzione di due arconi al principio del ponte verso la città, e di altri due all’estremità opposta verso la Spessa.
Dalla Trebbia del 14 maggio 1905

Il ponte vecchio sulla Trebbia

Poscia il conferenziere passò in rassegna le vicende  del Ponte vecchio sulla Trebbia dal 1600 fino ai nostri giorni, e così:

  • Verso il 1611  cade l’arco massimo verso la Spessa; alli 16 giugno d.o anno si presenta in consiglio il sig. Nicelli Cristoforo, il quale si esibisce da farlo rifabbricare. Con atto del giorno dopo a rogito notai Flegara Gio Antonio e Bertolario Gio. Antonio si stabilivano i capitoli per la fabbrica, i quali erano ratificati dal Consiglio nel successivo 21. Alli 13 7bre 1612 il Nicelli dichiarava al consiglio di aver adempiuto all’assuntasi obbligazione; ma il pagamento del pattuito compenso non era deliberato che nel giorno 13 9bre d.o anno 1612.
  • Da un libro di memorie manoscritte dal prete D. Pietro Bocaccia esistente in archivio Vescovile – a fol.73 – si legge la seguente nota: 1655 adi 7 gennaio – Circa a tre Hore di notte cascò l’arca grande del ponte del fiume di Trebbia – Quando sia stata ricostruita non consta.
  • Lo Scarabelli nell’art. Bobbio inserito nel Dizionario Coragrafico Universale dell’Italia afferma che il nostro ponte fu rovinato da Carlo 2° di Spagna e lo ripete il Bertacchi nella Monografia di Bobbio: ma a qual fonte fu attinta la peregrina notizia’
  • Nel 1672 avendo il Consiglio ravvisato utile e necessario riparare il ponte, si chiama da Pavia l’Ing. Angelo Michele Saracchi, il quale propone i restauri nel rifare l’arca grande ed un altro arco al di qua del ponte, per impedire anche la corrosione che va facendo la Trebbia con pericolo grande della città, e distrurre gli ultimi due archi, che sono di qua al principio del ponte, e ridurli in un solo arco per dare maggior campo all’acqua di trovare l’esito ecc.
  • Piene nel 1° quarto del secolo 18° rendono inservibile la 6a e la 7a arcata, che vengono sepolte dall’improvviso rialzamento dell’alveo, e rovesciarono interamente la ottava; sicché il nostro ponte nel 1719 si riduce a solo 8 arcate servibili delle undici da cui era formato.
  • Nel 1759 si pagano dal comune L. 1109.6 al Vicesindaco Domenico Galluria importo spese per la costruzione di un arco nuovo, nel 1782 il comune subisce la spesa di altre L. 6416 per l’arcata al n. 8.
  • Nel 1814 rovina quest’ultima, ed è rinnovata nel 1818.
  • Nel 1847 alla travata costrutta sopra i due archi sepolti sostituivasi un arco solo di pietra.
  • Nel giorno 17 maggio ersi sperso in Bobbio la voce che una mano  di soldati tedeschi partiti da Piacenza, e percorrendo la riva destra della Trebbia s’indirizzava alla volta della città. Ad impedire il loro assalto si pensò di abbattere il ponte sulla Trebbia, allora fortunatamente gonfio d’acqua. Quindi dalla cattedrale si asportarono i banchi della Chiesa per fare barricate; e si praticarono sul ponte fori per minarlo, e farlo saltare in aria. Ma i tedeschi non vennero; e grande ventura fu la nostra, perché il ponte rimase in piedi.
  • Essendo alli 28 8bre 1889 caduto il ponte sulla Trebbia, regione S. Martino, dovette il vecchio servire per mezzo di tragitto alla strada nazionale Bobbio – Genova, e a tale scopo gli portarono alcune modificazioni.

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Il dialetto bobbiese nella storia

17th maggio 2010

Il dialetto bobbiese, pur essendosi sviluppato, come tutti gli altri dialetti partendo da un latino medioevale, si è poi modificato nel tempo con inserimenti di vocaboli nuovi portati da popolazioni che man mano si affacciavano sul suo territorio. Infatti nei vocaboli, ancor oggi utilizzati, della parlata locale troviamo  parole che risalgono ai vari periodi storici.

Bobbio, nel suo isolamento, a mio avviso, è quello che più di ogni altra località ha potuto assorbire le diverse modalità d’espressioni derivanti dai vari visitatori.

Liguri, Romani, celti, Longobardi, Franchi, Spagnoli, Austriaci, Francesi hanno sicuramente contribuito a modificare il dialetto bobbiese, con suoni, vocaboli nuovi che lo hanno reso sicuramente più ricco e più adatto alle varie tecnologie che si sviluppavano nel tempo. Quello che, senza dubbio, succede ancora in questi tempi moderni, obbligando la popolazione ad assorbire termini per spiegare le nuove situazioni, trasformando parole italiane in vocaboli dialettali.

Analizzando i vari vocaboli del “Vocabolario Bobbiese” ho notato che del periodo della popolazione dei liguri, sempre a mio modesto avviso, sono rimasti nel dialetto gli articoli determinativi u e a, articoli che si trovano ancora nella parlata genovese e che nel vernacolo bobbiese si utilizzano solamente davanti ad alcuni vocaboli adoperando per gli altri gli articoli determinativi ar e ra.

Il popolo dei Liguri era diviso in vari gruppi ed il gruppo che si stabilì nella nostra vallata fu il Bagienno che dominò la zona per più di cinque secoli, partendo dall’Età del Ferro (1.100 a.C.). Fibule, asce, scalpelli e aghi crinali sono stati trovati nel villaggio del Groppo a testimonianza di questo popolo, oltre alla tomba rupestre della Spanna, località vicina a Barberino.

Durante il V secolo a.C., l’arrivo nella Pianura Padana dei Celti e successivamente dei Galli Boi spinse i Liguri a rifugiarsi nelle valli interne dell’Appennino. La stessa sorte che toccò alle popolazioni Celtiche quando i Romani, nel 222 a.C. occuparono gran parte della Pianura Padana.

Del periodo dei Galli Boi rimane a loro testimonianza il Saltus Boielis, il primitivo nome del Monte Penice. Il nome deriva dalla radice Boi che poi si trasferisce al vicino torrente e nell’epoca romana (Boi, Boielis, Bouium, Bovium, Bobium) di Bobbio.

Solamente dopo il 14 a.C. i Romani riescono a sottomettere le popolazioni Liguri e la zona di Bobbio entrò a far parte del Municipio di Velleia.

Di questo periodo romano moltissime parole entrarono nel dialetto Bobbiese a testimonianza: agnè (agnatu(m)), alùra (illa(m) hora(m)), ambùrdan (laburnum anagyroides), angìna (angina(m), arbiòn (erbilliones-tardo latino), bütìr (butÿrum – tardo latino), buvàsa (bovariam), camiśa (camisia – tardo latino), cavagnè (cavanium), ciavè (clavare), spitè (spectare – lat.parlato), strìa (Stiga(m)), téma (thema(m)), tiböri (tigurio – lat. medioevale), tòpia (opera topia), trasparent (trasparente(m)), trüchè (trudicare- lat.parlato), vài (vallu), versiòn ( vrsionem – lat. Mediovale), śdèla (situla), śinch (zincum).

Anche nella toponomastica abbiamo nomi latini: Saltus Boielis (monte Penice), Saltus Dinium (monte Pradegna), Saltus Lesis (monte Lesima), rivus finalis (Ruffinati), ad confluentiam (Confiente) ed infine Bobium (Bobbio).

Con tutta probabilità l’insediamento di Bobium avvenne intorno al V secolo, infatti la tomba della famiglia patrizia di Cocceio, trovata a Bobbio, risale a quest’epoca.

I Longobardi scesi in Italia nel VI secolo, conquistano Pavia nel 572 e dopo pochi anni anche la Val Trebbia. Il condottiero Sundrarit si impossessa delle saline e del territorio di Bobium. Dico questo per segnalare l’importanza delle fonti solforose che sgorgavano in questo territorio che permettevano anche l’approvvigionamento di questo minerale, oltre le ricche acque del fiume Trebbia che davano pesci in abbondanza.

Nel 613, dopo la donazione fattagli dal re Agilulfo, giunse a Bobbio San Colombano, dove, attorno ad una vecchia chiesa dedicata a San Pietro, sorsero le prime costruzioni del Monastero. San Colombano morì il 23 novembre 615, ma il suo monastero divenne un centro culturale importantissimo dell’Italia Settentrionale.

Il Cenobio sorgeva su un’area demaniale concessa dal sovrano e la realtà era che si amministrava autonomamente. Divenne una potenza anche economica e i suoi territori erano sparsi per tutta l’Italia settentrionale dalle coste del mar Ligure al lago di Garda.

Di questo periodo restano i seguenti vocaboli: baléra (ball – ballo), biànch (blank – bianco lucente), spachè (spann – fendere), stràch (strak – stracco), stùram (sturm).

Con i Carolingi, (nel 774 conquistarono Pavia) popolo Franco, il monastero diventò un feudo imperiale e l’abate dipese dall’autorità politica. Il titolo di abate iniziò ad essere considerato un beneficio ed assegnato ad ecclesiastici vicini alla corte imperiale.

Tra gli ultimi abati di questo periodo (883 – 896) abbiamo Agilulfo. Sotto la sua reggenza si abbandonò la sede originaria sulla collina, dov’è ora il castello, ed iniziò la costruzione del monastero nella posizione attuale.

Di questo periodo i vocaboli: béd (letto del torrente), bénda (binda – fascia), tvàia (thwalja).
Nel secolo X incominciò la decadenza del monastero. Venne meno la protezione pontificia, mentre la carica di Abate venne data a personalità che non l’esercitarono effettivamente e questo portò a dei problemi  amministrativi che indebolirono sempre più il Monastero. Venne  poi il periodo del Vescovo – Conte. La contea di Bobbio nasce nel 1046 con il vescovo Luisone e finì nel 1095 con il vescovo Guarnerio, caduto in disgrazia essendosi schierato con l’imperatore e costretto ad abbandonare la carica.La disgrazia di Guarnerio consentì ai notabili laici che collaboravano all’amministrazione della contea di rimarcare la loro indipendenza dal potere feudale ed all’inizio del XII secolo si formarono i primi istituti comunali di tipo consolare.

Dopo varie vicissitudini il 7 giugno 1173, davanti al console di Piacenza, giurarono due nuovi consoli e 125 cittadini di Bobbio entrando così a far parte della Lega Lombarda.

Sul finire del XII secolo la città di Bobbio viene cinta da mura ed il tessuto urbano crebbe attorno al complesso monastico. Sul principio del XII secolo si decreta l’assoggettamento dell’abate al vescovo, ma l’imperatore Ottone IV, tenta di riprendere il controllo nominando un nuovo vescovo Oberto I, ma il comune insorge costringendo il nuovo vescovo alla fuga e ritorna quando, il 23 novembre, 1212, l’esercito piacentino pone l’assedio a Bobbio. Nel 1216 viene nominato il primo podestà ed il Comune da Consolare diventa Podestarile.

Nel 1304 Corradino Malaspina diventa signore della città e Bobbio diventa Signoria, ma questo dominio cessa nel 1341 con l’arrivo dei Visconti.

Nel 1341 Bobbio è aggregata alla Signoria di Milano e dal 1395 ridiventa Contea e segue le alterne vicende politiche di Milano che da Signoria diventa Ducato.

Nel 1426 diviene feudatario di Bobbio e Voghera, Luigi Dal verme (1436 – 1449), sopra i Dal Verme i Visconti che nel 1447 formano la Repubblica Ambrosiana.

Forse di questo periodo sono i vocaboli bigulòt (venditore ambulante), büscai (legna minuta per il fuoco).

Nel 1499 inizia il periodo del Ducato Francese che si alterna con gli Sforza, fino al 1525 che con la Battaglia di Pavia segna la fine del dominio francese in Italia del Nord e l’inizio di quello Spagnolo.

Dal 1559 al 1713 Il Marchesato di Bobbio dipende dalla Spagna e di questo periodo abbiamo molti vocaboli che si inseriscono nella nostra parlata; agüd (agudo-acuto), alchèrd (alcalde-capo dell’amministrazione spagnola), barachèda (baraja-rumore), bufè (bufar-sbiffare), cilàpa (jalapa-riduzione di raiz de Jalapa), cìtu (chito-zitto), stüf (stufo-orgoglio), taclìn (taca-tassello), tarüch (tarugo-pezzo di legno), tumètica (tomate-pomodoro), gandüla (gandul-vagabondo).

Anche il periodo austriaco (1713-1746) lascia il segno nel dialetto bobbiese  e di quest’epoca troviamo: burdèl (bolden-schiamazzo), büśèca (butze-trippa), bśìa (bizen-ape), stôpè (stop-turare), tèpa (toppa-muschio), vardè (wardon-guardare), ślèpa (schlappe-sconfitta).

Dal 1746 al 1797 la Provincia di Bobbio è aggregata al Regno di Sardegna e nel 1770 il Marchesato di Bobbio viene abolito.

Dal 1797 al 1815 Bobbio è aggregata alla Repubblica Ligure e poi nel 1805 passa sotto la Francia di Napoleone. Molteplici le parole che si inseriscono nella parlata bobbiese: adubè (adobe), bascüla (bascule), bilièt (billet), büfè (buffet), buì (boullir), bôśia (bougie-candela o dal Prov.bauzia – cattiveria), caneté, carèt, crusé, trasport, traturìa (traiteur), trùpa (troupe) desü (dessus), èrch en ciél (arc en ciel), bucòn (boucon), gilé (gilet).

Anche nella toponomastica era rimasto un Parvé che sicuramente, indicando un vicolo stretto della città di Bobbio, era derivato dalla parola francese parvìs (vicolo che porta al sagrato); una località vicina alla città si chiama Montè ed infatti è un luogo in salita come indica la parola francese montèe.

Dal 1815, Bobbio verrà inserita nella storia d’Italia.

Se Bobbio era un centro di cultura per merito del Monastero di San Colombano, anche nella sua popolazione, per merito di famiglie nobili, la vita doveva essere di alto livello, sacerdoti e persone dotte, si riunivano nei nobili palazzi e dilettavano con rappresentazioni teatrali, musicali e sicuramente con discussioni filosofiche e poetiche. Parlare il dialetto del posto era, per i nobili, una forma di etichetta come avveniva anche in moltissime altre città. Ma se alcune città ebbero la fortuna di avere dei poeti che nobilitavano questa parlata popolare, in altre invece, quegli scritti in vernacolo, vennero dimenticati in vecchi canterani e poi dispersi con le vecchie ed inutili carte.

Pochi sono i poeti bobbiesi di cui si abbia testimonianza con i loro scritti, unjo di questi è il Cavaliere Pietro Mozzi che con il suo “Bobbio che parla”, pubblicato nel dicembre 1922, esprime tutto il suo amore per la “sua piccola grande patria”. Un’altre testimonianza l’abbiamo con il libretto “Voci bobbiesi” di Erminio Malchiodi, un volumetto di poesie stampato a Torino nel 1912.

Altro scritto che abbiamo trovato è quello del Canonico Francesco Ballerini, nato a Bobbio nel 1824 e qui morto nel 1912; è una traduzione di una novella del Boccaccio nell’opera “I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di Messere Giovanni Boccaccio- Novella IX della giornata I”.La traduzione effettuata dal Can. Giacinto Pezzi della “Parabola del figlio prodigo” deve essere collocata intorno agli anni 1850, infatti morì molto vecchi nel 1860.

Inoltre abbiamo trovato una poesia di Esusperanzo Ballerini, nobile bobbiese, giornalista e scrittore, che raggiunse elevati incarichi sia nella magistratura e sia cpme Amministratore dei Benefici Vacanti.  La poesia, scritta nel 1877, si intitola “Bréndes”, ma egli tradusse anche, in versi italiani, molte poesie dialettali di autori del suo tempo e le pubblicò nel 1923 col titolo “Umorismo paesano”.

Il Ballerini fu personaggio di alto valore e non fu l’unico, si sa infatti che già nel 1300 un certo Columbus de Bobio insegnava all’Università di Pavia.

Dalla mie ricerche riusulta che il primo a parlare del dialetto bobbiese è B. Biondelli, nel Saggio sui dialetti Gallo-Italici pubblicato nel 1853. Il Biondelli lo pone come un derivato del dialetto parmigiano, questo mi fa ridere in quanto ho sentito persone che lo dicono derivante dal Lombardo, altri dal Piemontese, altri ancora dal Piacentino. La verità, credo, stia nel fatto che ogni dialetto nasce su un territorio e lì si sviluppa e si evolve, a dimostrazione che paesi vicinissimi a Bobbio hanno sviluppato una parlata ben diversa, con vocaboli e sonorità proprie ed uniche.

Vedere le traduzioni della “Parabola del figliol prodigo” fatta sulla mia “Grammatica Bobbiese” dei dialetti del circondario della Città di Bobbio.

Faccio notare che nel “Glossario latino emiliano” di Pietro Sella del 1882 si fa riferimento a un latino medioevale di Bobbio, parlato nel XII secolo a dimostrazione che il parlare bobbiese era già considerato importante.

Il racconto storico è tratto da Wikipedia

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1942/06/10 – Il Santuario della Madonna dell’Aiuto

13th aprile 2010

Da La Trebbia del 10 giugno 1942

Cronache d’altri tempi: il Santuario della Madonna dell’Aiuto

In facciata le statue dei santi: San Cristoforo, San Colombano, la Madonna dell'Aiuto al centro, San Bernardino, San Rocco

La festa del 5 giugno ha ridestato la curiosità di ricercare fra le cronache antiche quel po’ di notizie che ci hanno conservato intorno all’erezione del santuario della nostra cara Madonna dell’Aiuto. Le poche cose che abbiano potuto trovare le riportiamo qui come noterelle sparse, come bricciole di storia nostra che si leggono sempre volentieri e potrebbero anche servire….a chi volesse darcene una monografia o una storia completa.

Come è noto, le apparizioni di N.S. dell’Aiuto risalgono al 1611: la prima al 5 giugno, le altre al 13 e 23 giugno e al 4 luglio successivo. In tanto risveglio di fede che esse hanno suscitato, fa meraviglia il vedere passare non meno di dieci anni prima che si ponesse mano alla costruzione del santuario, ma troppe erano le difficoltà che si frapponevano non ultima quella della strada pubblica che passava proprio davanti all’immagine miracolosa, e che necessariamente si doveva spostare.

Del resto alla costruzione di una nuova chiesa pensò subito il Vescovo d’allora Mons. Bellini, e già due anni dopo le apparizioni, era pronto il disegno, come rilevasi da questa nota che troviamo nei registri d’amministrazione:

« 1613, adì 2 settembre a Mastro Andrea architetto del lago di Como per haver disegnato la gesia della Mad. dell’Aiuto et suo viaggio da Tortona a Bobio ».

Il primo progetto è dunque quello di Andrea da Como. Avendone però ritardata l’esecuzione per anni ed anni, altri hanno supposto – e non senza fondamento – che di fatto il santuario sia stato costruito su disegno di Pellegrino Ribaldi, l’architetto del santuario di Caravaggio. Ma nulla risulta dai documenti che abbiamo qui.

Nel 1619 fu appianata finalmente la difficoltà della strada, come rilevasi dal Diario del Vescovo Abbiati sotto la data del 28 settembre: « Eodem die visitatae fuerunt scholae Doctrinae christianae et proposita Consilio Civitatis permutatio viae qua itur ad sanctam Mariam de Adiutorio transferendae paulo altius versus collem…».

Il Consiglio accolse la proposta e diede la sua deliberazione in favore a condizione però che non mancasse il consenso del Senato, poiché Bobbio dipendeva allora dal Ducato di Milano, sottoposto al dominio Spagnolo. E il consenso del Senato fu chiesto con questa supplica, consegnata al Pretore di Bobbio che partiva per Milano il 18 febbraio 1620:

« Volendo i Signori Deputati della Beatiss. Vergine Graziosa e Miracolosa dell’Agiutto di Bobbio, fra quali di presente è l’Ill.mo sig. Conte Francesco dal Verme feudatario di detta città, fabbricare una nuova chiesa alla Beatiss. Vergine dell’Agiutto, et essendo gravemente impediti da due strade, una pubblica et l’altra che non serve ad altro che coprire i ladri, hanno dimandato al generale Consiglio di detta città di permutare la strada pubblica trasportandola poco lontano per lasciarvi il sito alla nuova chiesa e facendone un’altra che sarà più lunga, più diritta, e più bella, e più comoda, e d’havere l’altra per servitio di detta Chiesa che s’ha da fare, et havendo il Consiglio dato il consenso e per l’una e per l’altra quando vi sia il beneplacito dell’Ecc.mo Senato nel quele totalmente si rimettono, come dagli atti dello stesso Consiglio, si supplica il Senato Ecc.mo che voglia concedere la permutatione della strada pubblica et che l’altra si possi tenere, essendo in maggior utile et abbellimento della Città, la quale si verrà ad abbellire con la strada più comoda, e più diritta, e con la fabbrica della nuova Chiesa ad honore della Beatissima Vergine »

Così nel diario di Mons. Abbiati

Ottenuto il consenso del Senato. il Vescovo stesso pose la prima pietra il 15 luglio 1621. E la data non fu scelta a caso, ma si volle collegare al ricordo di S. Enrico Imperatore che nel 1014 eresse qui la Sede Vescovile e scrisse il nome di Bobbio nell’albo delle Città italiane.

La costruzione fu lenta; e solo dopo vent’anni poté dirsi, se non finita, appena coperta. Abbiamo infatti nel 1641 una lettera di Mons. Abbiati, che invita i fedeli delle parrocchie suburbane e delle altre più vicine a Bobbio (Coli, Porcile, Pieve, Brugnello, Romagnese) a prestarsi nel trasporto delle ardesie per la copertura dl tetto.

Il lavoro di perfezionamento fu continuato dai Vescovi successori, specialmente da Mons. Alessandro Porro; e Mons Lodovico Anduxar la consacrò solennemente il 13 luglio 1738.

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1942/04/28 – San Lorenzo

13th aprile 2010

Da La Trebbia del 28 Aprile 1942

Cronache d’altri tempi: San Lorenzo

A caso ci capita fra le mani, rovistando l’archivio del Vescovado, l’atto di donazione del terreno sul quale venne edificata la chiesa di San Lorenzo. È dell’anno 1608, 19 ottobre, rogato dal Notaio Alfonso Olmi, e porta in margine l’intestazione: Erectio novi oratorii SS. Martir. Laurentii, Firmi et Victoris Bobii.

L’atto è steso nella sala di udienze dell’episcopio in presenza del Vescovo Mons. Antonio Bellini, e sono testimoni D. Buello dei Buelli Arcidiacono della Cattedrale, D. Francesco Ballerini Arciprete della Pieve di Ottone Diocesi di Tortona, D. Giovanni Baccigalupi Notaio pubblico bobbiese. Donatore è il sig. Cristoforo Nielli cittadino e abitatore di Bobbio, che cede l’orto di sua proprietà alla Confraternita o Società detta dei Disciplinati o Disciplinanti di S. Lorenzo, che già esisteva ed era fiorente fin dalla prima metà del 1200, ed era, per quei tempi, quella che chiameremmo oggi un’Associazione di Azione cattolica vera e propria.

La donazione, « ad effectum aedificandi ibi unam ecclesiam seu oratorium et non aliter », e coll’onere in perpetuo di far celebrare una Messa ogni settimana per l’anima del donatore e per i suoi defunti, è accettata dalla Confraternita rappresentata in quell’atto dai signori Antonio Bertolasio Ministro, Gerolamo Brugnatelli Vicario, Gregorio Buelli, Alessandro Bertolasio e Tommasino Galli Procuratori.

Il Vescovo dà la sua approvazione, ma a condizione esplicita che, costruita la chiesa, in questa e in nessun’altra la Confraternita compia le sue funzioni e svolga la sua attività e il suo apostolato di bene, sub poena suppressionis socieatis ipso facto. Nel frattempo, finchè la chiesa non sia finita, concede ai confratelli la licenza e facoltà di tenere le adunanze e di compiere le loro funzioni « nell’oratorio della B.V. di Montebruno, che trovasi in questa città ».

Quasi a prender possesso in forma pubblica e solenne dell’area destinata all’erigenda chiesa, nella primavera seguente – 12 aprile 1600, Domenica delle Palme, dopo i Vespri – il Vescovo stesso vi andò processionalmente col clero, i Confratelli e numerosissimo popolo, e vi piantò la Croce. Di questo è fatto cenno nel Diario di Mons. Bellini.

In altro documento, conservato dalla Sig.ra Ernesta Cattaneo Ved. Buelli, troviamo la cronaca precisa e particolareggiata della posa della prima pietra, che venne collocata « in fundamentis chori ipsius ecclesiae », per mano dell’Arcidiacono Buello dei Buelli, il 20 giugno dello stesso anno, presente tutto il clero della Cattedrale ed una moltitudine grandissima di popolo che con plauso e con gioia assiste all’avvenimento: « …magna populi moltitudine astante, ac cum eius applausu et gaudio ».

Posta la prima pietra, si mise mano alla costruzione, e si procedette con tanta celerità che in poco più di due mesi l’oratorio era quasi finito, e il Vescovo permise che vi si celebrasse per la prima volta il 9 agosto festa di s. Fermo, e il 10 festa di S. Lorenzo. Anche di questo lasciò memoria Mons Bellini nel suo Diario; nel quale troviamo pure – sotto la data del 29 agosto – che per aiutare la fabbrica di S. Lorenzo diede licenza di cercare elemosine non solo in città ma in tutta la Diocesi. Rileggendo l’atto di donazione che abbiamo riportato qui sopra, non senza sorpresa abbiamo visto che al principio del seicento esisteva a Bobbio un oratorio della B.V. di Montebruno, E chi ne sapeva? Ma… dov’era, e qual’era?

Ne abbiamo un indizio chiaro nella supplica che il Priore di Montebruno presentò nel gennaio del 1620 al vescovo Mons. Abbiati, e qui trascriviamo dal suo Diario:

« Fra Francesco Amoretto Agostiniano Priore della SS.ma Madonna di Montebruno e Vicegerente del P. Vicario Gen. degli Eremitani della Consolazione di Genova espone a V.S. Rev.ma qualmente molti anni sono li Padri di Montebruno col consenso di Mons. Aulario fabbricarono una chiesa sotto titolo della Visitazione della B.V. contigua ad una loro Casa posta nella strada del Torno con animo di venire tre o quattro Padri ad officiarla, essendo stati richiesti da questa Magnifica Comunità; ma per qualche degni rispetti non s’è mai sin’a quest’hora potuto effettuare cos’alcuna. Hora li detti padri sono pronti et apparecchiati per soddisfare alla richiesta di questi signori, e perciò supplicano V.S. R.ma, nella cui volontà consiste l’esecuzione di questo negozio, si voglia degnare di prestare il suo consenso per attendere quello che già il suo Antecessore aveva promesso all’Ecc.ma Sig.ra Principessa d’Oria, assicurandola che detti Padri quasi obbedienti figli li porteranno sempre ogni honore e reverenza, etc…».

Ora la chiesa degli Agostiniani è quella che ebbe più tardi il nome di San Nicola per una particolare devozione di quei Padri al Santo di tolentino; ma da principio, essendo dei frati di Montebruno, veniva da sé che il popolo la chiamasse semplicemente la Madonna di Montebruno.

Chiesa e casa furono poi acquistate nel 1844 dal B. Granelli per le Suore, che oggi – in via provvisoria – vi tengono il noviziato.

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1935/07/13 – San Lorenzo

13th aprile 2010

Da La Trebbia del 13 Luglio 1935

San Lorenzo

Da quando venne affidata al can.co Ballerini, la chiesa di S. Lorenzo ha subito una trasformazione quasi completa, e chi la osserva nello stato attuale, quasi non la riconosce più, tanto è stata abbellita e rinnovata.

In tanto fervore di rinnovamento, due novità hanno attirato l’attenzione dei fedeli in questi giorni. La prima è stata la comparsa inaspettata e quasi prodigiosa di una nuova statua d S. Teresa del Bambino Gesù, donata da pia persona che vuole serbare l’incognito; e fu spinta a quest’atto di generosità da una osservazione semplicissima, che altri avevano fatto prima di lei, che cioè la statua primitiva – per quanto bella – non aveva nessuna somiglianza con la Santa che voleva rappresentare.

Nella nuova, invece, la somiglianza è perfetta: e ne è garanzia il fatto che la statua viene da Lisieux, donde nessuna statua parte senza essere prima fedelmente controllata dalla sorella della Santa tuttora vivente.

L’altra novità è quella di S. Gaetano Tiene, il Santo della Provvidenza, la cui statua (ridotta per decrepitezza ad uno stato che faceva pietà) è stata restaurata con vero gusto e diligenza d’artista dal sig. Luigi Angelo Sala (via della Consolata, 9 Torino)

Tra le pieghe della manica nel braccio sinistro fu ritrovata una piccola pergamena arrotolata, sulla quale è scritto:

«Giovanni Mazza Bondanza fecit in Bobio a li 28 marzo 1790 – fu benedetto da Mons. Nicolla Fabio – e Antonio Castelli mio nipote e mia moglie Giuseppina Mangiarotti».

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1937/08/07 – La storia di un campanile e di un orologio

13th aprile 2010

da La Trebbia del 7 Agosto 1937

La trascriviamo tale e quale dall’epistolario di Marcantonio Bellini Vescovo di Bobbio, che in data 13 maggio 1611 così scriveva al Presidente del Senato di Mlano.

«L’anno 1532, al 5 luglio, la Comunità di Bobbio, venduto il suo campanile al monastero di S. Colombano, che fu poi demolito, riservandosi le campane con l’horologio con facoltà di levarle dentro di duoi mesi, come per l’accluso capitolo d’instromento appare, per il che con permissione di Mons. Trivulzio all’hora Vescovo, come anco attestano i più vecchi, posero una campana con l’horolgio sopra uno delli duoi campanili di questa Cattedrale all’hora vacuo, nel quale abasso nel piano della chiesa v’è l’antica capella di S. Sebastiano congionta con quella di S. Michele, et di sopra un’altra capella episcopale di S. Tomaso, della quale si trova menoria per scritture pubbliche sin del 1385, sebbene per l’architettura et uniformità di struttura nell’istesso fondo, et cintura della chiesa et circondato da ogni intorno di edifici di chiesa, è così antico come la chiesa stessa sopra 500 anni oltre questa evidentissima proprietà, dominio, possesso, et continuo uso; la chiesa sempre l’ha riparato, restaurato, coperto, et fabricatovi dentro secondo le occorrenze.

L’horologio per pubblica comodità v’è stato collocato, cosa che non vollero fare quelli di S. Colombano, per la molta benignità de’ Vescovi verso la Comunità come sempre s’è conosciuta nelli suoi maggiori bisogni.

Se bene è grande inconveniente che questa campana dell’horologio collocata sopra l’altare, dove si celebra quotidianamente, serve come si fa d’ordinario alla giustizia di sangue e morte aborrita dai sacri Canoni et dalla Chiesa ma di più sono corsi talvolta gran mali per non essere questa campana più pronta et alla mano, e fuori del Palazzo, et non è molto che fu ammazzato uno per non poterlo soccorrere con questo chiamare Gio. Bartolomeo Barbarino….

Hora havredo io fatto fabbricare una Campana molto grossa et onorevole per pubblico beneficio a honore della B. Vergine né vi essendo per adesso altro loco idoneo da riporla, il dì 8 corr. cominciai a far drizzare gli ordigni per levarla sopra qesto campanile, havendone fatto parola con alcuni de’ Reggenti, acciò non si meravigliassero se l’horologio restasse forse un poco impedito, e così per avviare le cose mi trovai anche presente avanti la Chiesa; e mentre si lavorava quattro perniciosi et sediziosi hebbero ardire sugli occhi miei di tumultuare altamente fuori d’ogni ragione, non senza pericolo della persona mia, cioè Tiberio Pietranigra Giovanni-Stefano Galluzio, Giovanni Antonio Bertolasio, et Clmente Cigala, quali, disgustati della giustizia che m’è convenuto conto gli eccessi fare, tentano queste bruttezze; ma che più sono andati dopo hostiatim ( di porta in porta), ancho di notte a sollevare il popolo contro la chiesa, et contro di me, minacciando bruttamente la vita agli operai, per il che resta ogni cosa impedita con sommo scandalo, disordine, et danno, et de più per eccitar maggiore sedizione, van dicendo che questo sia ordine del Senato, gridando giuridizione Regia, come sogliono quando non hanno ragione, né san dire, e vogliono far male.

Qui resta impedito il servizio della Chiesa, con grandissimo scandalo e pregiudizio iniquissimo, e ne ho voluto per la verità ragguagliare V. S. Ill.ma, confidando che presto habbia a fare in maniera che sia provvisto a così grande eccesso, et disordine, et altri maggiori che possono facilmente occorrere in questa eccitata sedizione.

…. Asperro dalla pietà et autorità di V. S. Ill.ma opportuno e presta rimedio in questa afflizione, et prego Dio benedetto per ogni suo maggior contento ».

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La colonia Carenzi

13th aprile 2010

Sul mio libro “Cento anni di storia bobbiese” un articolo del 23 luglio 1933, su cui si parlava dell’apertura della colonia elioterapica fluviale, faceva pensare che la Colonia Carenzi fosse stata aperta nell’anno 1928, ma dopo il ritrovamento di questo articolo abbiamo dovuto ricrederci e rivedere sotto una nuova luce questo avvenimento.

La Colonia elioterapica fluviale era sì aperta nel 1928, ma la sua collocazione era nel vecchio stabilimento dei “Bagni” di Sant’Ambrogio, chiuso per mancanza di acqua solforosa.

Da la Trebbia del 4 settembre 1937

L’inaugurazione della colonia Carenzi

In una gioconda atmosfera di fede e di entusiasmo fascista si è svolta l’annunciata cerimonia inaugurale della colonia elioterapica fluviale “Giuseppe Carenzi”.

Le benedizioni del popolo verso il Duce, creatore di questo clima mirabile di solidarietà verso il popolo si sono intrecciate con le benedizioni al generoso donatore della colonia il quale ha scritto una pagina nella storia dei bene per Bobbio. Tanto che da oggi Giuseppe Carenzi è divenuto cittadino benemerito del nostro Comune.

Giornata movimentatissima. Le vie della città e le strade che conducono alla colonia sono tappezzate di striscioni inneggianti al Duce al Fascismo e alla fanciullezza pupilla del Regime.

Alle ore 10 vari torpedoni portano a Bobbio tutte le maestranze della Ditta Carenzi. Il Carenzi è con loro poiché ilò bravo industriale nelle sue giornate di maggior gioia vuole a se vicini i suoi collaboratori. Queste maestranze disciplinate ed inquadrate seguono il loro principale sino al monumento ai Caduti in piazza S.Francesco ove viene posta una corona di alloro. È presente un numeroso stuolo di amici personali del cav. Carenzi.

La cerimonia di inaugurazione è fissata per le ore 16 ma sino dalle 14 la popolazione e i membri di titte le istituzioni della città si avviano a piedi o con gli automezzi a S. Ambrogio.

Le strade brulicano di popolo. Sono presenti specialmente le mamme che da tempo conoscono i benefici delle colonie e degli asili-nidi per i bimbi delle mondariso: e sono accompagnate dai propri figlioli, garrulo stuolo di piccoli verso cui si tendono le amorevoli cure del Fascismo.

Dalla vicina Piancasale giungono le scolaresche e le massaie rurali recanti doni.

Ovunque sventolio di vessilli, bandiere fiamme, gagliardetti seguiti da fascisti: questi si inquadrano sul piazzale antistante la colonia, quelli si allineano sulla terrazza. L’edificio contornato da alti pennoni, con le finestre vestite di tricolori, pare che senta anch’esso il palpito festoso della giornata.

All’ingresso della colonia si vanno intanto adunando tutte le autorità e cioè il Podestà e componente il Direttorio Federale camerata cav.Renati, S.E. Mons. Vescovo, il Direttorio del fascio, il Presidente dell’O.N.B., la Segretaria del Fascio Femminile, il comandante del Fascio Giovanile, il camerata Bosi ispettore di zona dei Sindacati, il comandante la M.V.S.N., l’Ispettore Amministrativo di zona , i Podestà, i Segretari ed i Direttori dei Fasci dell’8ª Zona, i Dirigenti delle Associazioni combattentistiche, la Società Operaia di M.S., il Pretore di Bobbio, il Maresciallo dei CC.RR.

La banda del locale Dopolavoro eleva le note degli inni patriottici mentre lungo il viale di accesso alla colonia si schierano gli organizzatori dell’O.N:B. e i Giovani Fascisti in divisa. Davanti all’edificio prestano prestano servizio d’onore una squadra di militi e una squadra di Giovani Fascisti.

Uno squillo di attenti annuncia l’arrivo del Federale seguito dal Questore Comm. Calasso che rappresenta S.E. il Prefetto, e delle altre Autorità cioè: il cav.uff. Giacobini Segretario Federale Amministrativo, il Vice Comandante la Divisione “Po” Generale Ferroni, l’on. Steiner, il prof. Grassi Presidente Provinciale dell’O.N.B.; i componenti il Direttorio del Fascio di Piacenza sono rappresentati dal Camerata Degrada. È pure presente il Capo della Segreteria Federale Ulderico D’Angelo.

L’inno “Giovinezza” saluta il giungere delle gerarchie mentre il popolo plaude a lungo, con calda insistenza al Duce.

Entra per primo nel nuovo edifico Mons. Bertoglio che impartisce la benedizione alla colonia. La cerimonia continua, quindi sulla grande terrazza viene la bandiera della colonia, dono delle fasciste bobbiesi. Le note della “Marcia Reale” e di “Giovinezza” continuamente contrappuntate dagli applausi della folla che ingombra il piazzale e tutti gli spalti circostanti salutano il suggestivo rito dell’alza bandiera,

Quindi il Vescovo pronuncia parole vibranti di fede cristiana e fascista esaltando la generosità del munifico donatore e le iniziative del regime Fascista per l’assistenza alla gioventù. Cessati gli applausi che coronano le parole dell’amato presule, il Podestà cav. Renati a nome della città di Bobbio ringrazia Giuseppe Carenzi per il munifico atto e gli presenta una ricca pergamena che ricorda il gesto del benefattore e consacra la cittadinanza benemerita che gli viene conferita oggi a testimonianza della riconoscenza del popolo bobbiese, Quindi tra gli applausi, il notaio Pistone legge l’atto col quale il Carenzi dona al Partito Nazionale Fascista la colonia elioterapica fluviale. Alte e commosse parole di ringraziamento pronuncia il Segretario Federale nel prendere in consegna la colonia. Egli elogia lo spirito del Carenzi e lo addita ad esempio e a monito per tutti coloro che potendo donare, non ancora lo hanno fatto. Altri applausi altri alalà. Alla signora Carenzi viene offerto un omaggio floreale dalle istituzioni femminili di Bobbio e al Carenzi una bella lirica, lodata composizione del camerata Berzieri.

Dopo di che il donatore visibilmente commosso, scandisce con parole di modesta fierezza il suo ringraziamento a tutte le autorità. Egli afferma che chi dona al popolo dona a Dio e che non avendo egli la gioia di essere padre ha inteso donare ai figli del popolo lavoratore ciò che non ha potuto donare ai figli propri. Ed è lietissimo di aver seguito i dettami del Partito e del Regime la cui dottrina permeata di bontà patriottica e cristiana addita la via del beneficio al popolo come la migliore per la società umana.

Scroscianti applausi interrompono e coronano le parole del donatore.

Durante il ricevimento offerto dal Comune di bobbio e servito con molta grazia da un gruppo di signorine che indossano i costumi della valle, viene comunicato che la Ditta Ronchetta di Piacenza ha offerto alla colonia i servizi della cucinaa per un valore di quasi 10 mila lire, mentre il notaio Pistone ha offerto l’opera gratuita relativa all’atto della donazione.

Quindi il popolo visita i locali della colonia ed ammira le belle sale e la razionale distribuzione dei servizi. La musica riprende i suoi inni; il tempo nuvoloso che minaccia la cerimonia si tranquillizza.

Le strade nella sera rigurgitano ancora e la bella costruzione fiammeggia nella notte con una illuminazione che a distanza appare come una visione spettacolosa. Sui monti la gioventù del popolo accede i fuochi delle maggiori festività.

Nel salone dell’ex stabilimento bagni si sono raccolti numerosi cittadini di Bobbio con a capo il Podestà per offrire al Cav. Carenzi ed alle autorità piacentine un rancio cordiale servito dall’Albergo Piacentino. Il camerata rag.pozzi a nome dei presenti, ha elevato il bicchiere in onore dei coniugi Carenzi, dei quali ha intessuto un breve incisivo elogio.

L’artistica pergamena donata al Cav. Carenzi porta la seguente dedica dettata dal Sig. Berzieri: “Nel giorno memorando – in cui il camerata Cav, Giuseppe Carenzi – dona al P.N.F. – la Colonia Elioterapica Fluviale – di S. Ambrogio – per la gioia e la salute – delle novelle generazioni del Regime – festante e riconoscente – ne addita l’atto munifico – al popolo beneficato – e ne scrive il nome – nell’albo de’ sui migliori concittadini.

Bobbio, 29 agosto 1937 – XV.

Il Podestà: Renati.

Da la Trebbia del 27 Novembre 1937

LA COLONIA CARENZI

Altra generosa donazione fatta al Comune

Il lettore ricorda la munifica donazione della Colonia Elioterapica Fluviale di Sant’Ambrogio in Bobbio, fatta di recente dall’industriale piacentino sig. Giuseppe Carenzi, alla Federazione Provinciale del Partito.

Attiguo alla Colonia, si distende un triangolo di terreno della superficie di ettari 0,31,30 di proprietà del Marchese Folchetto Malaspina, terreno che amplierebbe la zona parco della Colonia stessa.

Il Podestà cav. Antonio Renati fece presente al Marchese tale circostanza e, senza discussione, né speciali riserve questi, ha dichiarato di donare al Comune di Bobbio tale appezzamento di terreno allo scopo che la attigua Colonia abbia un parco più vasto per svolgere meglio le sue funzioni.

Il donatore che si trova a Dublino, Primo Segretario di Legazione Italiana, a mezzo di procura speciale ha delegato la sorella sua N.D. Costanza Malaspina per la stipulazione dell’atto, che si è compiuta in questi giorni in Bobbio nel palazzo di Casa Malaspina.

Questa nuova donazione, che s’aggiunge alle altre fatte dal Marchese Obizzo con la concessione dell’area per il Campo Sportivo e per la sistemazione della Piazza S. Francesco, avrà come si merita il plauso e la riconoscenza di tutta la cittadinanza.

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Le acque solforose di Canneto

10th marzo 2010

Da La Trebbia del 1969

Sorgerà nella piana di Corgnate il complesso alberghiero della «Bobbio Terme»
Il complesso termale alberghiero sarà costituito da un fabbricato principale a cinque piani, di cui uno destinato alle attrezzature termali, e un avancorpo destinato a negozi e boutique. Nei piani superiori saranno ricavate sessanta camere da letto.
La soc. Bobbio Terme, alla fine di quest’anno che è stato decisivo per il suo sviluppo e il suo potenziamento, può ormai presentarsi al pubblico con un programma ben definito per il prossimo avvenire.
Lo sfruttamento delle acque termali è una delle direttrici sulle quali opera la Società, che prevede inoltre ulteriori ricerche, oltre a quelle effettuate nella galleria di Fonte Pineta, anche nella zona dell’ex colonia Carenzi e di Canneto. Queste ultime località sono situate entro il perimetro di concessione della Bobbio Terme e presentando particolare caratteristiche atte allo sfruttamento, per il quale si faranno sondaggi nella prossima primavera.
L’altra direttrice cui mira la Società è l’imbottigliamento delle sorgenti ubicate in comune di Coli in località Sant’Agostino. L’acqua ha già un nome: si chiamerà dei TRE ABATI.
Intanto il prof. Ferdinando Petrilli, titolare della cattedra di igiene dell’Università di Genova ha ricevuto dalla Società l’incarico di scegliere una équipe di esperti ai quali verrà affidato il compito di svolgere le analisi necessarie. Lo stesso prof. Petrilli ha già effettuato tutte le analisi batteriologiche delle acque già prescelte dalla Società e ha comunicato risultanze assai lusinghiere.
Ma l’iniziativa indubbiamente più vistosa della Bobbio Terme sta nella progettazione del nuovo albergo termale, che sorgerà nella zona di Corgnate. In altra parte del giornale forniamo una breve descrizione del complesso alberghiero, per la cui costruzione la Società indirizzerà ogni suo sforzo nel prossimo anno.
L’ubicazione dell’albergo ci sembra assai felice. La sua facciata principale sarà verso la piazza di Corgnate e avrà sul retro una stupenda visione sul Trebbia.

Da La Trebbia del 16 novembre 1969

BOBBIO TERME – TERME BOBBIO


Considerazioni semiserie sulle due società termali che hanno suscitato tante speranze e tante simpatie in tutti i ceti della nostra città.

Bobbio Terme – Terme Bobbio…

Non è come dire: «Ambrigio Fusella e Fusella Ambrogio» cone si può credere lì per lì, di primo acchito. Bobbio Terme e Terme Bobbio sono i nomi di due Società diverse, sorte nella nostra città, entrambe interessate allo sfruttamento nelle nostre acque medicamentose. La maggioranza dei bobbiesi le distingue dalla diversa ubicazione dei rispettivi cantieri, ma fu una grande confusione tutte le volte che si tratta stabilire se è la «Bobbio Terme» che opera alla Pineta o è invece quell’altra o viceversa. Non parliamo poi delle mescolanze che si fanno quando si tratta di accoppiare il prof. Petrilli e il prof. Bocconi alle rispettive Società. Il fatto stesso che i nomi dell’una e dell’altra Società non siano ancora sicuro appannaggio della memoria del bobbiese medio, dimostra che questi è parimenti affezionato ad entrambe. E questo è giusto, doveroso, direi, perché, tutt’e due mirano al lancio della nostra Città, nel cielo affascinante delle Stazioni Termali. Da parte dei Bobbiesi, dunque, equidistanza ed equa distribuzione di simpatie. E non sarò certamente io a scostarmi dall’atteggiamento dei miei concittadini: Viva La Bobbio Terme! Viva la Terme Bobbio!

Con tutto questo, malgrado la identicità del mio affetto e della mia gratitudine nei confronti delle due Società, che amo di pari amore; e senza, per questo, spostarmi d’un ette dalla mia rigida equidistanza, qualche considerazione innocente, puramente accademica, la vorrei fare . Mi pare, per questa mia convinzione nessuno me ne voglia, che la Bobbio Terme abbia avuto, finora, più fortuna. Che male c’è? Capita anche tra fratelli usciti dallo stesso grembo, d’essere l’uno più fortunato dell’altro. Più fortuna nel senso che s’è imposta più prepotentemente alla pubblica opinione, con più rapidità e intensità, che ha sfondato di più, grazie alla eccezionalità di alcuni interventi, a cui, magari di malavoglia, sono stati chiamati i soci. Non dico che questa maggior fortuna sia merito di questi o di quest’altro, e meno che meno, che essa sia il migliore agente di giustizia sociale e no, a questo mondo. Circostanze! Pure circostanze, per chi è fuori dalla mischia. Le solite camorre della dea bendata, per chi c’è dentro! Ma chi non sa che la fortuna bisogna anche sapersela propiziare? Diciamo la verità: se il cav, Renati Presidente della Terme Bobbio, avesse attraversato il suo Rubiconde, la popolarità della sua creatura avrebbe raggiunto limiti che senza quel guado, sono impensabili. Già, perché è pacifico che la fortuna della Bobbio Terme è consentita, per assurdo che possa sembrare, nell’essersi inguaiata nell’attraversamento del Trebbia. Senza quel guado, che ha fiaccato le coronarie di mezzo Bobbio e che tiene ininterrottamente banco da un semestre, tanto chiasso non si sarebbe fatto, ed anche il nostro giornale locale – in altre occasioni così discreto – non avrebbe annunciato «Urbi et orbi», con quel tono da Bollettino della Vittoria, che «L’impresa Larceri ha toccato l’altra sponda»! La pubblica opinione sarebbe stata distratta da mille altre cose, se non ci fosse stato ol Trebbia a farle tenere il fiato sospeso per mesi e mesi, assillata dagli amletici dubbi: «Passerà? Non passerà? E l’acqua, infine, andrà in su o in giù, come Domineddio ha sempre voluto? E la galleria sarà svuotata o riempita?».

Tutti questi patemi, così sapientemente coltivati dal nostro giornale, hanno finito per creare una psicosi tale che, per quanto mi riguarda, non esito a confessare che quanto appare sulla testata del nostro settimanale, non è più Annibale che attraversa ol nostro fiume, ma Larceri, travestito da cartaginese, già di ritorno dall’altra sponda! L’Impresa, ha assunto degli aspetti faraonici, agli occhi dei più; e con quali benefici sul piano pubblicitario, ognuno può immaginare. La gente ha affollato il greto del fiume fino alle ore piccole, discutendo sul principio di vasi comunicanti, sulla diga di Kariba e per associazione d’idee, persino di Alarico sotto le acque del Busento. Il Piave, il Nilo, la Beresina, Ramsete, Larceri, don Piero, le piramidi, Caracolla, Berzieri: una fantasmagoria d’immagini e di personaggi che si sono suggeriti uno dopo l’altro, in piena notte, sotto il cielo stellato.

Quale fortuna! E pensare che la «Terme Bobbio» l’aveva anch’essa, a bella portata di mano, il suo fiume da guadare! Sarebbe bastato un fiumiciattolo, il Carlone! Piuttosto che niente. Era sufficiente spostarsi cento metri indietro, appena al di qua del fiume, e la «Trebbia» sarebbe stata costretta ad aggiungere un Annibale in più, alla sua testata.

Così come sono andate le cose, invece, la Terme Bobbio sa di cosa non sofferta, d’ordinaria amministrazione, dove tutto è filato per il verso voluto, senza imprevisti, tutto ordinato e preciso, pedantemente calcolato, un comunissimo parto indolore che non ha galvanizzato le folle.

Non si è pensato che persino la Grande Guerra sarebbe stata una guerretta senza il Piave e Caporetto; che le difficoltà – quando si ha tanta scalogna da non incontrarle – bisogna andare a cercarsele. Ma certo, perché è quasi assodato ormai, che le nostre fortune più durature si celano spesso, dietro le nostre sfortune quotidiane.

W.W.M

Da La Trebbia del 14 marzo 1970

Sopralluogo di tecnici ed esperti alle sorgenti della ‘Bobbio Terme – L’equipe è stata guidata da un Professore dell’Università di Pavia e da un Ingegnere di Parma.

Tre diversi tipi di acque termali

Domenica una equipe di tecnici ed esperti guidata dal Prof. Vincenzo Reganti dell’Istituto di Chimica generale dell’Università di Pavia e dall’Ing. Giuseppe Azzali di Parma ha effettuato un sopralluogo alla galleria di fonte Pineta per conto della Soc. per Az. Bobbio Terme. In galleria, ora facilmente agibile grazie ad un imponente lavoro di sbancamento del terreno antistante, si sono pure recati il Presidente della Società Dott. Colombetti e alcuni consiglieri, i quali in serata hanno tenuto una riunione per delineare un programma di massima che dovrà essere attuato in primavera.

Dai primi accertamenti in sito risulterebbe che le numerose sorgenti della galleria, opportunamente selezionate, darebbero origine a tre tipi di acque termali con caratteristiche chimiche diverse. A un tipo di acqua salsa, si aggiungerebbero in tal modo due ben distinti tipi di acque sulfuree.

Particolare di non scarso rilievo è quello relativo alla portata e alla temperatura delle sorgenti che si aggira sui 20 gradi, con punte di 25 gradi; nel sopralluogo di domenica si è riscontrato che i dati rilevati in precedenza si sono mantenuti costanti.

Il prof. Raganti ha intanto raccolto i dati per la valutazione di gas alla sorgente e ha prelevato campioni di acqua per le analisi di dettaglio definitive. All’Ing. Azzali è stato invece affidato il progetto per la captazione delle sorgenti, di cui dovrà in via preliminare calcolare l’esatta portata.

Nel corso della prossima settimana è previsto un incontro a Bobbio di tutti i soci della «Bobbio Terme».

Da La Trebbia del 25 aprile 1970

Il Capitale della ‘Bobbio Terme sarà portato a cento milioni

Lunedì prossimo a Piacenza si terrà l’Assemblea dei Soci - Il Presidente Dott. Colombetti presenterà il bilancio della Società – Si riprendono i lavori alla galleria di fonte Pineta

La Società «Bobbio Terme» ha fissato per lunedì prossimo l’assemblea dei Soci. All’ordine del giorno, per la parte ordinaria, c’è la relazione del Presidente sul bilancio del 1969. Il Dott. Colombetti darà lettura delle varie voci, che saranno commentate dagli Amministratori e dai Sindaci della Società. Per quanto ci è dato sapere, sembra che nel corso della medesima riunione venga avanzata la proposta di una aumento di capitale, dagli attuali 49 milioni a cento milioni. L’aumento, di cui da tempo si parla, sembra debba essere posto in relazione alla realizzazione del programma del 1970 e degli anni futuri.

A breve scadenza intanto dovrebbe essere realizzata la camera di contenimento delle acque all’imboccatura della galleria di fonte Pineta.

Il progetto, redatto dall’Ing. Azzali di Parma, è stato esaminato domenica scorsa a Bobbio dagli amministratori della Società, ai quali spetta ora di trovare la ditta per l’esecuzione. Si tratta di un manufatto in cemento armato a forma semicircolare, che si sviluppa per un’altezza di circa otto metri e un diametro di metri sei, atto a reggere le forti spinte del terreno e a perfetta tenuta, onde evitare anche la minima infiltrazione di acqua dall’esterno.

Alla base di questa camera semicircolare dovrà dipartirsi la conduttura che, passando sotto il Trebbia, consentirà il deflusso delle acque della galleria. L’inizio dei lavori è previsto per i primi giorni di maggio.

Da La Trebbia del 21 novembre 1970

Riprende l’attività delle «Bobbio Terme»

È in avanzata costruzione una camera stagna che consentirà il proseguimento dei lavori di captazione delle acque in galleria

Alla galleria di fonte Pineta la Soc. Bobbio Terme ha ripreso i lavori. In queste ultime settimane, dopo la piena del Trebbia verificatasi in coincidenza con la tremenda alluvione di Genova, l’impresa Pedilli di Ponte dell’Olio ha eseguito opere di scavo e ha posto le fondazioni per una camera stagna che è destinata a precludere le infiltrazioni d’acqua sul subalveo del Trebbia in galleria. Dalle fondazioni sta sorgendo un muro di cemento armato in forma semicircolare progettato dall’Ing. Azzali di Parma. L’altezza del manufatto, che ora raggiunge i cinque metri, è prevista in metri otto, al fine di impedire anche in caso di piene eccezionali del fiume, il deflusso delle acque in galleria.

La Soc. Bobbio Terme, per conto della quale si sta realizzando l’opera, intende dar corso nei prossimi mesi alle opere di captazione delle acque termali, approfittando del fatto che in galleria la temperatura simantiene attorno ai quindici gradi e consente pertanto anche in pieno inverno la realizzazione di altri manufatti in cemento, atti a convogliare i vari tipi di acque all’esterno della galleria. Come è noto la quantità delle acque termali è tale da consentire nella prossima primavera un deflusso costante dei due tipi fondamentali di acque: le salse e le sulfureo-salse.

Mentre la società concorrente ha ottenuto il permesso di apertura dello stabilimento termale, la società Bobbio Treme ha ancora davanti a sé un iter piuttosto lungo da percorrere e non scevro di difficoltà.

Da La Trebbia del 12 dicembre 1970

Altri appezzamenti di terreno acquistati dalla Bobbio – Terme

La Società possiede ora oltre 20.000 metri quadrati nei pressi della Fonte Pineta – Un articolo su «Cronache Padane»

Il prossimo numero di «Cronache Padane» pubblicherà un articolo dal titolo «I nuovi programmi di sviluppo della Bobbio Terme». La stampa piacentina ha già dato ampio risalto all’attività termale della nostra città e questo nuovo articolo traccia a grandi linee l’operato della Società che inizia lo sfruttamento delle acque a Fonte Pineta.

Ci giunge notizia che la medesima società ha acquistato nei pressi della sorgente un appezzamento di oltre 14.000 metri quadrati, che in aggiunta al terreno precedentemente acquistato costituisce una base consistente per la futura attività.

Assieme al terreno è stato pure acquistato il fabbricato costruito anni fa dall’Opera della Divina Misericordia, per la quale si prevede la trasformazione in stabilimento termale.

«Ora la Bobbio Terme – dice l’articolo di Cronache Padane – ha deciso di convogliare le acque sul terreno che si estende accanto alle fonti, sui circa 20.000 metri quadrati di sua proprietà».

Come abbiamo già riferito, è stato necessario costruire all’imboccatura della galleria una camera stagna, che non consenta alle acque del Trebbia di entrare in galleria nei periodi di piena e ottenere anche che, con questa opera, le acque del fiume non raggiungano la galleria per vie sotterranee.

Da La Trebbia del 16 gennaio 1971

L’avvenire di Bobbio è legato alle Terme

Nel 1970 l’afflusso dei turisti a Bobbio è aumentato – Le Terme creano nuovi problemi per il Turismo – L’attività della «Bobbio Terme»

Il quotidiano piacentino di domenica scorsa ha presentato un quadro positivo del movimento turistico a Bobbio. Purtroppo l’affermazione del giornale non era suffragata da cifre e da dati, indispensabili per una oggettiva valutazione del fenomeno.

La convinzione dei bobbiesi è che soltanto con l’inizio dell’attività termale si potrà veramente dare un nuovo corso al turismo bobbiese, anche se ciò richiederà alcuni anni. Le stazioni termali in Italia sono molte, la concorrenza di quelle esistenti o in via di sviluppo è un dato di cui bisogna tener conto.

Fortunatamente la nostra città può contare su una posizione geografica e un ambiente naturale che la pongono in vantaggio nei confronti di altre stazioni termali. Si tenga conto inoltre che in Piemonte e soprattutto in Liguria si nota la più vasta superficie di territorio nazionale priva di affermati centri termali. La vicina Salice, all’estremo sud della Lombardia, è geograficamente più favorita di Bobbio per le facili comunicazioni stradali, ma per contro l’ambiente naturale le è sfavorevole.

Buone prospettiva si aprono dunque all’avvenire della nostra città. Le Terme di S. Martino, che si pariranno nella prossima primavera, daranno una prima misura del richiamo che Bobbio esercita nelle regioni circostanti.

Nel frattempo la Soc. Bobbio Terme, che opera nei pressi del Ponte Gobbo, ha tenuto la settimana scorsa una importante riunione nel corso della quale è stata decisa la destinazione a centro di cure termali del fabbricato recentemente acquistato.

La Società sembra indirizzata a svilupparsi sulla sponda destra del Trebbia, dove in località «Fornace» possiede oltre 20.000 metri quadrati di terreno, su cui sorgono due case rustiche e il nuovo fabbricato che ospiterà le terme. La Ditta ASEMA di Milano, la più grande impresa italiana specializzata nel settore, sta studiandone la trasformazione per installare apparecchi di aerosolterapia, irrigazioni, inalazioni e cure estetiche. Nei prossimi mesi le acque della galleria di Fonte Pineta saranno captate e condotte attraverso tubazioni presso la costruendo stazione termale.

Osservazioni:

Purtroppo tutto finì con questo articolo e con esso tutte le speranze dei bobbiesi

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1934/11/19 – Monumenti di una piccola e povera Diocesi montana

2nd febbraio 2010

Da la Trebbia del 19 Ottobre 1934

Nuove costruzioni e restauri

Bobbio:

Mettiamo al primo posto la cattedrale.
Chi ricorda lo stato di squallore in cui si trovava prima del 1897-98 non la riconosce dopo la trasformazione subita con le artistiche e ricche decorazioni del Secchi e con le pitture del Morgari che vi lavorarono appunto in quegli anni sotto l’episcopato di Mons. Porrati. Al restauro generale seguì il nuovo pavimento, poi il nuovo concerto di campane, il nuovo organo la sistemazione delle tombe dei Vescovi, la grotta della Madonna di Lourdes e da ultimo la grandiosa cripta monumentale inaugurata nello scorso maggio con la traslazione della salma del B. Granelli.
Accanto alla cattedra, quanto altro lavoro si è venuto compiendo. Restauri importantissimi furono fatti, a varie riprese, nel Vescovado e nei locali della Curia e dell’Ufficio Amministrativo.
Il Seminario, più che restauro, è stato radicalmente trasformato e

Il seminario restaurato

notevolmente ampliato, prima coll’acquisto e la sistemazione della casa attigua verso la piazza del Duomo; poi coll’alzamento del lato di levante, dove è venuto fuori un ampio dormitorio pieno d’aria e di luce, con la magnifica terrazza soprastante; e finalmente con la costruzione del braccio nuovo verso la cattedrale, compiuto dopo l’abbattimento della vecchia casa municipale. Furono rinnovate e migliorate le aule di studio, le scuole, la biblioteca, l’infermeria; ampliata e decorata la cappella. Anche all’esterno l’edificio è stato completamente restaurato,


Fra le altre opere che ebbero in città il loro felice compimento, meritano di essere ricordate il restauro della cripta di S. Colombano; la decorazione del Santuario della B.V. dell’Aiuto con pitture del Prof. Pittacco, pavimento e altari di marmo, rinnovazione completa della facciata cin lesene di marmo, che danno anche all’esterno del Santuario un aspetto severo e grandioso.
Anche in S. Lorenzo vennero eseguiti importanti lavori: il tetto rifatto, la balaustra nuova, nuova statua d S. Teresa, le vetrate del coro, la decorazione degli altari.
Il nuovo cimitero, dalle linee classiche e dalle proporzioni grandiose, di cui anche una grande città potrebbe andare superba, resterà anch’esso come uno dei più bei monumenti ad attestare l’operosità e la fede della benemerita nostra Amministrazione Comunale che con ardimento tutto proprio dello stile fascista, ha dato forte impulso alla realizzazione di tante e sì grandi opere di cui si è abbellita la città in quest’ultimo decennio, dal Municipio all’Ospedale, al Monumento dei Caduti, alla Caserma dei RR.CC., alla risurrezione dell’Istituto Magistrale, ai numerosi edifici scolastici, per dire soltanto delle opere principali.
Vediamo ora quel che s’è fatto in diocesi, nelle diverse parrocchie divise per vicariati collo stesso ordine seguito nel Sinodo diocesano. Dobbiamo premettere un’osservazione. In alcuni casi (non molti peraltro) abbiamo classificato come nuova una chiesa anche se nella ricostruzione è rimasto qualche cosa dell’antica. Lo stesso criterio abbiamo seguito per le case parrocchiali.
Alcune di esse sono nuovissime, in posizione nuova, tirate su – pietra su pietra – dalle fondamenta. Altre per necessità di cose, si sono dovute rifare sull’area delle vecchie, cadenti e quasi cadute, e nel lavoro di demolizione qualche pezzo di muro è rimasto in piedi, qualche parte di vecchio si è conservata e utilizzata incorporandola nel nuovo. Non per questo si vorrà sofisticare e dire…ciò che è nuovo non è nuovo.
Premesso questo, per debito di sincerità, passiamo in rassegna le più notevoli fra le opere compiute.

Vicariato Suburbano

Ceci: canonica, campanile, campane, orologio, tutto nuovo.
Dezza: campane nuove, campanile nuovo, canonica completamente rinnovata.
S. Cristoforo: tutto nuovo: chiesa, canonica, campane, locale per la scuola, Campanile in costruzione.
S. Maria: chiesa restaurata e decorata, canonica restaurata, restari al campanile, due campane nuove, orologio nuovo.
Vaccarezza: canonica restaurata, chiesa nuova, campanile nuovo, campane nuove. Cimitero nob. Casa Marchese Malaspina nuovo.

Vicariato di Alpepiana

Alpepiana: fatte 5 campane nuove nel 1902, ristorato il campanile e la facciata della chiesa nel 1924, ingrandita e rinnovata la canonica nel 1928.
Ascona: ristorata la chiesa nel 1928, fatto orologio nuovo sulla facciata della chiesa nel 1934.
Orezzoli: in costruzione chiesa e canonica.
Vicosoprano: erezioni in parrocchia nel 1907, ristorata la chiesa e fatto nuovo pavimento nel 1911, costruita la canonica nuova nel 1911, nuovo concerto di 5 campane nel 1926. Da notarsi che i frazionisti di Vicosoprano hanno fatto due volte il deposito per costruire la dote dell’erigenda parrocchia, avendo perduto il primo nella Banca Rocca, fallita.

Vicariato di Borzonasca

Borzonasca: chiesa riccamente decorata e dipinta, canonica rinnovata, nuovo concerto di 5 campane, importanti restauri all’Oratorio, Asilo infantile.
Brizzolata: erezione in parrocchia, 1912, casa parrocchiale, nuova costruzione 1934.
Caregli: chiesa restaurata, casa parrocchiale nuova, strada nuova costruita dalla popolazione.

Vicariato di Caminata

Caminata: stabilitura generale dell’interno della chiesa e costruzione degli altari laterali, campanile nuovo e nuovo concerto di 5 campane nel 1933.
Ruino: casa parrocchiale nuova, con salone per l’oratorio e locali per le Associazioni cattoliche, nuovo oratorio. A Pometo, nuovo santuario a Montelungo in costruzione.

Vicariato di Coli

Coli: chiesa restaurata, canonica rinnovata.
Rosso Piana: chiesa di nuova costruzione, oratorio restaurato.

Vicariato di Drusco

Drusco: canonica nuova, concerto campane nuove.
Casalporino: canonica nuova.
Calice; canonica nuova, campane nuove.

Vicariato di Menconico

Menconico: chiesa restaurata, altari di marmo nuovi, organo nuovo, canonica rifatta a nuovo, strada nuova.
Monteforte: chiesa restaurata.
S. Pietro Casasco: campane nuove, chiesa ampliata e facciata nuova, stabili nuovi per beneficio.

Vicariato di Ottone

Ottone: restauri parziali chiesa parrocchiale, campanile, e antica pieve di S. Bortolomeo, concerto di 5 campane nuove, compimento oratorio votivo di S. Rocco, nuovo Asilo d’Infanzia, restauri negli oratori di Traschio e Lozo, oratorio B.V della Guardia a Valsigiara, nuova costruzione compiuta dalla famiglia del fu Antonio Mulinelli.
Ottone Soprano: chiesa nuova, canonica nuova,
Zerba: chiesa nuova, canonica rifatta a nuovo, 5 campane nuove, campanile restaurato, due fontane nuove, chiesa restaurata e orologio nuovo a Belnome, chiesa decorata, restauri campanile e orologio nuovo a Vezimo.
Fabbrica: tutto nuovo: chiesa, canonica, campanile, concerto di 5 campane. Nuova pure la cappella della Madonna di Lourdes sul monte Dego.
Cerreto: parrocchia di nuova erezione, chiesa nuova, canonica rinnovata, campanile restaurato.
Gramizzola: parrocchia di nuova erezione, chiesa e canonica ristorata, altari e coro nuovi, orologio nuovo, nuova strada in costruzione.

Vicariato di Pieve Montarselo

Pieve: chiesa nuova, canonica e campanile restaurato.
Cerignale: canonica, nuova costruzione campanile e facciata della chiesa restaurata.
Marmaglia: (Corte Brugnatella), chiesa nuova, casa parrocchiale nova.

Vicariato di Rezzoaglio

Rezzoaglio: canonica nuova fatta nel 1906, chiesa rifatta a nuovo nel 1931.
Capanne: canonica nuova fatta nel 1904, decorazione della chiesa nel 1933, asilo con aule scolastiche per la IV e V elementare istituite nel 1927.
Magnasco: campanile nuovo in pietra lavorata, con orologio e 5 campane nel 1914. Chiesa nuova grandiosa, a croce greca, stile romanico, nel 1930, canonica nuova a tre piani con 16 ambienti e saloni per associazioni nel 1934. Sotto la direzione del Parroco fu pure fatto un impianto di luce elettrica per la parrocchia, che ancora funziona.
Priosa; canonica nuova fatta nel 1914, nuovo concerto di 5 campane fatte nel 1903, nuovo organo pneumatico, tubolare a 2 manuali.
Brignole: parrocchia nuova eretta nel 1921, decorata la chiesa nel 1924, fatte 5 nuove campane nel 1926, costruito edificio scolastico, con locali per le associazioni cattoliche nel 1934.
Villanoce: erezione nuova parrocchia nel 1921, provveduto un concerto di 5 campane nel 1929.

Vicariato di Romagnese

Romagnese: chiesa restaurata e decorata, canonica nuova, campanile restaurato, concerto 5 campane, nuovi oratori a Casa Pilla, Grazzi e S. Lorenzo dei Morti.
Lazzarello: chiesa restaurata, 3 campane nuove, canonica nuova, restauri e miglioramenti alla Madonna della Torrazza.

Vicariato di Rovegno

Rovegno: chiesa riccamente decorata, canonica rifatta, concerto 5 campane (premiate all’Esposizione colombania di Genova), nuovo Asilo d’Infanzia “Felice Conio”, chiesa restaurata, campanile e campane nuove in Isola, restauri e decorazioni nell’oratorio di S. Rocco in Valle, e nella chiesa di Garbarino.
Casanova: chiesa riccamente decorata nuovo concerto campane, organo nuovo, canonica rimessa a nuovo, strada nuova fatta dalla popolazione, cimitero nuovo.
Fontanigorda: chiesa riccamente decorata, piazzale nuovo, 5 campane nuove canonica completamente rinnovata.
Casoni: chiesa restaurata, canonica nuova, campane e organo nuovo, campanile in parte nuovo, grandiosa costruzione in pietra lavorata, strada nuova da Fontanigorda.
Canale: chiesa ristorata, concerto 5 campane nuove.
Pietranera: parrocchia di nuova erezione, chiesa nuova, canonica mezza nuova.
Loco: parrocchia di nuova erezione, pavimentazione e sacristia nuova, campanile nuovo, 5 campane nuove, canonica rifatta a nuovo.

Vicariato di S. Albano

S. Albano: chiesa restaurata, altari nuovi di marmo, canonica nuova, cimitero nuovo.
Valverde: chiesa restaurata, canonica nuova.

Vicariato di S. Stefano d’Aveto

S. Stefano d’Aveto: chiesa nuova nel 1930, raddrizzamento del campanile nel 1931, canonica nuova nel 1933.
Allegrezze: fatte 4 campane nel 1900, camposanto nel 1904, nuovo locale per sagrestia nel 1930, rinnovata interamente la canonica nel 1925, fatto organo nuovo pneumatico-tubolare nel 1929.
Alpicella: erezione nuova parrocchia nel 1893, cimitero nel 1909, canonica nuova nel 1929, chiesa nuova con decorazione completa e facciata in pietra lavorata nel 1934. Sotto la direzione del Parroco fatte fontane e luce elettrica.
Amborzasco: fatto pavimento chiesa nel 1909, organo nuovo nel 1905, canonica nuova nel 1914, cimitero nuovo con facciata in pietra lavorata e cento loculi, nel 1932, asilo nuovo nel 1934, fontane pubbliche fatte per iniziativa del Parroco. In progetto ampliamento e decorazione della chiesa.
Pievetta: rimessa a nuovo la canonica nel 1931.
Torrio: cimitero nel 1914, 5 campane e orologio nel 1920, ritorata e rinnovata la canonica nel 1934.

Riassumendo, abbiamo.
10 parrocchie di nuova erezione; 14 chiese nuove e 39 restaurate; 30 case parrocchiali nuove e 13 restaurate; 8 campanili nuovi; 28 concerti di campane; 7 organi nuovi; 5 nuovi oratori; 5 asili d’infanzia; 7 cimiteri nuovi.
Tutto questo ha saputo fare la diocesi di Bobbio, “la piccola, la povera, la modesta, la silenziosa, la diseredata, la rispogliata dei secoli”; e lo ha fatto da sé, col lavoro, con le offerte, coi sacrifici e la generosità dei suoi figli, senz’altro aiuto all’infuori di quello che la Provvidenza divina non lascia mancare mai a chi lavora per la sua gloria.
Ciò dimostra a tutti quelli che lo vogliono vedere, che malgrado le sue disagiate condizioni geografiche, stradali, economiche, la diocesi di Bobbio ha potuto svolgere un’intensa attività che dimostra la sua salda ed organica vitalità religiosa, capace di assolvere quel compito e quella missione tutta particolare che la Provvidenza le ha affidato da secoli per la piccola porzione del suo gregge, e capace di irradiarla questa attività con maggiore efficacia su tutta questa alta zona dell’Appennino che costituisce il suo naturale e logico interland.

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