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Basta un libro per riaccendere i ricordi

7th novembre 2017

Basta un libro per riaccendere e far rivivere i ricordi di guerra di un bambino

In cinque anni di guerra e di orrori le coscienze dei bambini subiscono traumi tremendi; da un mondo epico, basato sul coraggio, sull’eroismo, sul valore di un giuramento sono passati ad un mondo di inganni, di giuramenti violati, di ferocia, dove tutti si sono sentiti traditi e dove tutti volevano lottare per un unico ideale: l’onore dell’Italia.  

 

La lettura del libro di Armando Foppiani , “Ubriacarsi con l’acqua”, dove l’autore  manifesta la sua esperienza di vita vissuta durante la prima e la seconda guerra mondiale, mi ha riacceso i ricordi dei miei anni vissuti nel periodo 1940/ 1945, anni che trasformarono le mie certezze di gloria, di giustizia sociale , di civiltà in ecatombe di vite, di ingiustizie, di ferocia, tale da mutare le mie certezze , i miei ideali in cose barbare ed inumane.

Per poter capire i fatti bisogna analizzare le conseguenze lasciate dalla prima guerra che, seppur vinta, lasciarono nel paese una gran povertà con un inflazione che decurtava i salari. Da qui sfociò il biennio rosso (1919-1929) in cui si scatenarono una lunga serie di scioperi e di manifestazioni anche con le occupazioni di molte fabbriche. La situazione divenne tanto grave da far temere che sfociasse in una guerra civile visto anche l’allargarsi di questa protesta alla quale si erano uniti i contadini ed in particolare i braccianti del Centro-Nord.

In questo contesto gli agrari e gli industriali appoggiarono la nascita del fascismo che con la violenza delle sue milizie aveva portato l’organizzazione nelle fabbriche e nelle campagne ed aveva soffocato il movimento sindacale e le organizzazioni socialiste. Il nuovo regime fece approvare una riforma fiscale favorevole ai grossi capitali e una politica economica che permise agli industriali e agli agrari di aumentare i loro profitti a scapito dei salari degli operai.

Queste notizie non potevano essere alla portata di un bambino come me, plagiato dai continui comunicati fascisti trasmessi dagli auto parlanti delle scuole o dai vari motti che apparivamo sulle copertine dei quaderni scolastici e sui muri delle case; ricordo parecchi «Dio. Patria.Famiglia», «È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende»,«Roma ha dato la civiltà al mondo», «Vincere e vinceremo»,

«Credere,obbidire, combattere», «Il duce ha sempre ragione», «Libro e moschetto fascista perfetto» . Tutto appariva giusto e perfetto.

 

Mi ricordo benissimo la “dichiarazione di guerra” presentata il 10 giugno da Mussolini agli italiani « Combattimenti di terra, di mare, dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania. Ascoltate! Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili.  La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.» Un urlo di giubilo si alzò dalla folla oceanica che presenziava al discorso; scesi di corsa le scale di casa e corsi a portare la notizia a mio padre, felice come felici erano le persone presenti sulla strada. Mio padre mi gelò con un «se n’acorśaràn gràmi fiö!» che mi lasciò sgomento. Purtroppo capii presto cosa intendesse: un giovanotto che scherzava sempre con me quando era nel negozio di mio padre, partì come ufficiale per il militare e poco dopo la notizia si sparse per Bobbio «Enrico Uccelli l’è môrt masè».

Ciò nonostante ero felice di partecipare alle adunate del “sabato fascista”, ero orgoglioso di indossare la camicia nera anche se una volta mi presi un calcio nel sedere per non aver indossato le scarpe nere. Le scarpe marroni erano però le uniche che avevo e per fortuna non mi punirono più, forse lo avevano capito.

Nei primi anni di guerra tutto scorreva nella normalità, i giornali riportavano cronache rimbombanti di vittorie tedesche; Mussolini ci rassicurava con i suoi «Vincere e vinceremo» e anche se ci arrivavano notizie di caduti per la Patria bobbiesi non riuscivo ancora a comprendere l’enorme tragedia a cui andavamo incontro. I sabati fascisti continuavano con mia grande divertimento.

Nell’aprile del 1941 invadiamo con la Germania e l’Ungheria, la Bulgaria; la Yugoslavia si arrende il 17 aprire. La Germania e la Bulgaria invadono la Grecia, in appoggio alla nostre truppe e la resistenza della Grecia termina all’inizio del giugno 1941.

Nel giugno 1941 la Germania Nazista e gli alleati dell’Asse (ad eccezione della Bulgaria) invadono l’Unione Sovietica. La Finlandia – mirando ad essere risarcita per le perdite territoriali subite a seguito della Campagna d’Inverno e del successivo armistizio – si allea con le forze dell’Asse alla vigilia dell’invasione. Nel corso di settembre, la Germania conquista rapidamente gli Stati Baltici e, con l’aiuto della Finlandia, stringe d’assedio Leningrado (oggi San Pietroburgo). Nella zona centrale, all’inizio d’Agosto i Tedeschi conquistano Smolensk e muovono su Mosca nel mese d’ottobre. Nella parte meridionale, truppe tedesche e romene conquistano Kiev (Kyiv) in settembre e Rostov, sul fiume Don, nel novembre successivo.

Il 6 Dicembre 1941 una controffensiva sovietica costringe i Tedeschi, giunti alla periferia di Mosca, a una caotica ritirata.

7 Dicembre 1941 il Giappone bombarda Pearl Harbor.

8 Dicembre 1941 gli Stati Uniti dichiarano guerra al Giappone, che entra ufficialmente in guerra. Le truppe Giapponesi sbarcano nelle Filippine, nell’Indocina Francese (Vietnam, Laos e Cambogia) e a Singapore, allora sotto il dominio Britannico. Alla fine del 1942, l’occupazione di Filippine, Indocina e Singapore da parte del Giappone è completata.

11-13 Dicembre 1941 la Germania Nazista e gli alleati dell’Asse dichiarano guerra agli Stati Uniti.

30 Maggio 1942 – Maggio 1945 gli Inglesi bombardano Colonia, portando la guerra sul suolo tedesco per la prima volta. Nel corso dei successivi tre anni, i bombardamenti anglo-americani riducono molte città tedesche a un ammasso di macerie.

Nel giugno 1942 la flotta inglese e la flotta americana fermano l’avanzata delle navi giapponesi nel Pacifico centrale, alle isole Midway.

28 Giugno 1942 – Settembre 1942 la Germania e i paesi dell’Asse lanciano una nuova offensiva in Unione Sovietica. A metà Settembre, le truppe tedesche riescono a penetrare a Stalingrado (oggi Volgograd) sul fiume Volga, penetrando poi profondamente nel Caucaso, dopo essersi assicurati anche la penisola di Crimea.

Agosto – Novembre 1942 a Guadalcanal, nelle isole Salomone, le truppe statunitensi fermano l’avanzata del Giappone verso l’Australia – avanzata che i Giapponesi avevano attuato occupando isola dopo isola.

23-24 Ottobre 1942 le truppe inglesi sconfiggono i Tedeschi e gli Italiani ad El Alamein, in Egitto, costringendo le forze dell’Asse a una caotica ritirata attraverso la Libia e spingendole fino al confine orientale con la Tunisia.

8 Novembre 1942 truppe inglesi e statunitensi sbarcano in diversi punti lungo le spiagge dell’Algeria e del Marocco, nell’Africa Settentrionale Francese. Le truppe francesi di Vichy falliscono nel tentativo di fermare l’invasione, permettendo agli Alleati di raggiungere rapidamente il confine occidentale con la Tunisia; in risposta a tale fallimento, i Tedeschi occupano anche la Francia meridionale, l’11 novembre.

23 Novembre 1942 – 2 Febbraio 1943 le truppe sovietiche contrattaccano e sfondano le linee degli eserciti ungherese e rumeno a nordovest e a sudovest di Stalingrado, intrappolando così la Sesta Armata tedesca all’interno della città. Fermati dagli ordini di Hitler, i sopravvissuti della Sesta Armata non possono né ritirarsi, né tentare di rompere l’accerchiamento dei Sovietici e vengono, infine, costretti alla resa tra il 30 gennaio e il 2 febbraio 1943.

13 Maggio 1943 le forze dell’Asse presenti in Tunisia si arrendono agli Alleati, ponendo così termine alla Campagna del Nord Africa.

10 Luglio1943 truppe inglesi e statunitensi sbarcano in Sicilia. A metà agosto, l’isola è sotto il controllo alleato.

5 Luglio 1943 i Tedeschi lanciano una massiccia offensiva di carri armati nei pressi di Kursk, in Unione Sovietica. In una settimana, i soldati dell’Armata Rossa fermano l’attacco e danno inizio alla controffensiva.

25 Luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo destituisce Benito Mussolini, incaricando il Maresciallo Pietro Badoglio di formare un nuovo governo.

8 Settembre 1943 il governo Badoglio si arrende incondizionatamente agli Alleati. I Tedeschi assumono immediatamente il controllo di Roma e dell’Italia settentrionale e istituiscono uno stato fantoccio Fascista guidato da Mussolini, il quale era stato liberato il 12 settembre da un commando tedesco. Nacque così la Repubblica di Salò e già nel novembre dello stesso anno iniziò il reclutamento delle classi più giovani che unite ai reparti volontari sorti subito dopo l’8 settembre avrebbero dovuto costituire le avanguardie più animose delle forze combattenti. A capo dell’esercito Mussolini mise il Generale Rodolfo Graziani che occupò l’incarico di Ministro della Guerra nella costituita Repubblica Sociale Italiana fino al crollo finale del 1945.

L’8 settembre intanto causò, con l’armistizio firmato da Badoglio, una grande confusione nel nostro esercito che senza ordini precisi e per non rimanere in balia dell’esercito tedesco, si sbandò e molti soldati si diedero alla macchia andando così a rafforzare le formazioni partigiane.

Io allora avevo 8 anni, ero confuso da tutti questi avvenimenti e se da una parte capivo i militari italiani che fuggivano dalle caserme, dall’altra ammiravo il coraggio e la coerenza di quei ragazzi che aderirono alla Repubblica Sociale Italiana accettando l’arruolamento.

Capivo benissimo i primi perché si sono sentiti presi in giro dal regime che li aveva mandati allo sbaraglio con armi ormai superate risalenti alla 1a guerra mondiale e con un equipaggiamento inadeguato; Mussolini aveva bluffato credendo solo nella superiorità delle forza naziste. Un riconoscimento venne dagli alti comandi tedeschi,

quando si era ancora alleati, con una comunicazione in cui esprimevano questo giudizio « Gli italiani sono ottimi camerati e valorosi soldati, se avessero i nostri mezzi , potrebbero gareggiare con le nostre truppe. Ma la loro antiaerea risale alla guerra ’15-’18, i fucili si chiamano “modello ’91” perché risalgono al 1891 e i carri armati da 3 tonnellate sono semplicemente ridicoli. »

Durante la guerra noi ragazzi andavamo nella casa del fascio a sentire i bollettini “esaltanti” delle nostre vittorie militari, di sera però io sentivo con mio padre Radio Londra da una piccola trasmittente che tenevamo nascosta in un comodino; fu un supporto importante perché ci forniva notizie veritiere sul reale andamento del conflitto. Nel 1943, questa Radio, incominciò anche a tramettere messaggi misteriosi, in codice, come “La gallina ha fatto l’uovo”, “La mucca non dà latte”, “Le scarpe mi stanno strette”, “Felice non è felice” indirizzati alle formazioni partigiane dove venivano indicati spostamenti di unità, operazioni belliche, lanci di vivere e di armi.

A mio avviso, con le sue notizie sempre precise e veritiere, servì anche a far capire agli italiani le falsità e le nefandezze del regime fascista.

Servì anche al sottoscritto perché mi aprì gli occhi anche su certi fatti passati. Ad esempio se la raccolta del rame, del ferro, fatta nel 1940, riuscivo a capirla, perché serviva a raccogliere materiale per forgiare i nostri cannoni e le altre armi, non capivo invece la raccolta delle “vere nuziali” fatta nel 1936; l’oro lo avrebbero dovuto pretendere da coloro che apparecchiavano tavole lussuose con piatti e posate di quel metallo. Questo fatto lo ricordo perché l’anello nuziale che mia madre aveva donato alla Patria era l’unico gioiello della mia famiglia.

Dopo l’8 settembre gli avvenimenti che seguirono furono di una ferocia inaudita, tutti contro tutti: l’esercito tedesco, si venne a trovare all’improvviso in un territorio ostile, pieno di insidie, attacchi e attentati lo portarono a difendersi con ritorsioni vendicative verso i civili. La legge di guerra prevedeva che per ogni morte tedesca doveva corrispondere la fucilazione di dieci morti italiani. Di stragi ce ne furono tante, ma quella che mi restò impressa più di tutte è stata quella che portò alla fucilazione di 335 civili e militari italiani, trucidati a Roma il 24 marzo 1944; la causa fu un attentato portato a termine da 12 partigiani contro l’esercito tedesco che causò la morte di 33 soldati.

Questo eccidio poteva essere evitato se i 12 attentatori si fossero consegnati al comando tedesco, ma purtroppo non tutti sono eroi come eroe seppe essere il carabiniere Salvo D’Acquisto che per salvare un gruppo di civili, il 23 marzo 1943, si offerse come capro espiatorio: durante un rastrellamento una bomba aveva ucciso 2 soldati tedeschi e ferito altri.   

Una strage che mi sconvolse per il numero di morti fu quella di Marzabotto o più correttamente eccidio di Monte Sole, fu un insieme di atti criminali di una crudeltà inaudita compiuti nel territorio dei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, avvenuti durante l’estate e l’autunno 1944 che causò complessivamente   la morte di 955 persone compresi vecchi, donne e bambini.

Questa guerra non risparmiò proprio nessuno: un bambino non concepisce la crudeltà, i tradimenti, i voltafaccia. Gli ideali cavallereschi, l’onestà morale non dovrebbero mai essere dimenticati anche quando ci si ammazza.

In cinque anni di guerra e di orrori le coscienze dei bambini subiscono traumi tremendi; da un mondo epico, basato sul coraggio, sull’eroismo, sul valore di un giuramento sono passati ad un mondo di inganni, di giuramenti violati, di ferocia, dove tutti si sono sentiti traditi e dove tutti volevano lottare per un unico ideale: l’onore dell’Italia.  

In tutto questo periodo ho vissuto momenti di paura per i miei genitori, momenti di paura per un mio cugino Dante fatto prigioniero in Russia, momenti di paura  per gli altri cugini che si sono uniti ai partigiani: come fanno presto a cambiare i sentimenti e le idee quando sono implicati i tuoi cari!

Uno di questi miei cugini fuggito con i partigiani fu denunciato da suo padre, federale e convinto fascista, solo io, bambino, riuscivo a scusarlo, mentre la moglie non lo perdonò mai di questo gesto, nemmeno a guerra finita: quel padre denunciò il figlio per l’idea in cui credeva e per coerenza.

Premetto che io, come molti altri bambini di Bobbio, eravamo diventati veri esperti di polvere da sparo, di cartucce e diciamo anche di armi. Eravamo talmente esperti da riuscire a costruire rudimentali rivoltelle, usando un legno ricurvo sul quale veniva legato un bossolo di mitragliatrice dal quale veniva tolta la capsula di percussione; il buco lasciato dalla capsula serviva per inserirci una miccia di accensione che sarebbe servita a dar fuoco alle polveri che avrebbero sparato la pallottola. Funzionava, anche se qualcuno, meno attento, ci rimise qualche dito, talmente esperti tanto da conoscere gli effetti che poteva causare se ingoiata: infatti avevamo imparato che bastava mangiare due rombetti di polvere che si trovava nelle cartucce del fucile 91(0) in dotazione al nostro esercito, per farci venire immediatamente un febbrone da cavallo. Ma con la polvere da sparo abbiamo rischiato anche molto, come quando io, Malli e suo fratello Genio ci eravamo messi in testa di fare una girandola luminosa; trovata una pallottola di mitragliatrice sparata da un aereo, ne estrassi la polvere e dopo averla arrotolata in una pagina di quaderno la misi su un supporto di fil di ferro con la speranza che una volta accesa da un parte si mettesse a girare: il risultato? Un gran fiammata che ci fece rimanere abbagliati per parecchi minuti.    

Il materiale bellico era sempre a portata di mano, io me lo procuravo raccogliendolo in un lago della Trebbia. Il ponte di Barberino era stato bombardato e quindi per poter passare il fiume era stata costruita una passerella in legno. Una volta un camion di una colonna militare tedesca si rovesciò perdendo parte del sui carico: erano bombe a mano tedesche, e alcune casse di munizioni. Insomma ognuno sapeva a chi rivolgersi per procurarsene. La bomba più ricercata era una italiane la SRCM Mod.35, era pericolosa, ma meno devastante. Noi ragazzi, le bombe le usavamo per pescare nei laghi della Trebbia, ovviamente quando non c’erano tedeschi o miliziani. La mia preferita era una bomba a mano tedesca con un manico di legno che sulla cima portava la sicura, bastava tirarla e lanciare la bomba per farla scoppiare.

L’arrivo dei tedeschi a Bobbio portava sempre un fuggi fuggi tra le gente; appena avveniva annunciato l’arrivo di qualche colonna tedesca, temendo sempre possibili rappresaglie, i bobbiesi fuggivano sulle vicine colline; mi ricordo una volta che una signora che abitava nel “borgo”(1)era fuggita portandosi dietro 4 oche; eravamo arrivati in cima alla salita dell’Erta quando all’improvviso, come si fossero accordate, esse spiccarono il volo e ritornarono a casa, con grande sorpresa di noi tutti.

Quando fuggivamo ci si fermava intorno a Bobbio, disperdendosi nei vari casolari della campagna; utili erano anche i fienili, e lì restavamo ad osservare gli eventi: molte volte le case venivano date alle fiamme per ritorsione. Se nulla accadeva, alla spicciolata, si ritornava alle proprie case. Mi ricordo una volta che fuggiti frettolosamente, come sempre accadeva, mio padre si ricordò che in un cassetto del negozio, si era dimenticato un caricatore di “sten”(2)  e una fotografia  di un gruppo di partigiani; la cosa si presentava molto grave, tanto che incaricò mia mamma e il sottoscritto di tornare a  Bobbio a vedere se il negozio fosse stato aperto: in questo caso saremmo dovuti ritornare di corsa sui monti; così facemmo e visto il negozio ancora chiuso io e mia mamma entrammo a prelevare questi pericolosi oggetti; la fotografia la bruciò subito, mentre il caricatore se lo mise in seno per eliminarlo gettandolo nel gabinetto di casa.

Ci incamminammo quindi verso la nostra abitazione che era poco lontano e nella stessa via del negozio, tra un folto gruppo di militari tedeschi armati e arrivati sul portone di ingresso capimmo subito che la nostra casa era stata occupata; ci facemmo coraggio ed entrammo. Mia mamma, tenendomi per mano, spiegò la nostra presenza ad un ufficiale che si scusò della loro occupazione e garantendoci di lasciare la casa libera al nostro   ritorno, anzi rassicurandoci che nulla sarebbe successo a Bobbio; mia mamma chiese di poter andare in bagno e fu subito accontentata, con mio grande sollievo; io mi avvicinai alle bombe a mano che vedevo per terra quale possibilità di difesa in caso gli eventi si sviluppassero a nostro sfavore. Tutto andò nei migliori dei modi, anzi nel momento di congedarci l’ufficiale ci regalò un bel pezzo di grana: sapemmo poi che quel formaggio apparteneva al nostro vicino di casa che lo teneva nascosto sotto il letto.      

 

LA REPUBBLICA DI BOBBIO

Radio Londra annunciò «Bobbio, la prima città del Nord Italia è liberata».

Dopo la liberazione dei partigiani nasce la repubblica che liberatasi dall’occupazione nazifascista si diede un suo governo e il 1° agosto si elegge come sindaco-Commissario il prof. Bruno Pasquali e come Vice il dott. Mario Reposi. I primi provvedimenti presi furono quelli di definire un nuovo assetto amministrativo, da parte dello stesso comando partigiano; per amministrare la “Repubblica” vennero scelti abitanti del luogo non compromessi col regime fascista e che, allo stesso tempo, riscuotessero la stima del resto della popolazione.

Questi si occuparono poi del problema delle requisizioni e della politica alimentare in generale: si decretò un prezzo d’ammasso del grano superiore a quello della Rsi, un calmiere sul pane di £. 5 al chilogrammo, la distribuzione di frumento o farina alle famiglie più indigenti, i permessi di macellazione e venne creato un listino prezzi per la carne, il latte, ecc. La “Repubblica” era logisticamente indipendente dal punto di vista alimentare, sanitario e militare. A Bobbio funzionava anche un efficientissimo ospedale sia per i partigiani che per la popolazione e una officina per la riparazione delle armi. Sono presenti anche due tipografie dove si stampano i fogli partigiani Il Grido del Popolo, della Divisione GL Piacenza di Fausto Cossu, Il Partigiano, della divisione garibaldina “Cichero” del comandante Aldo Castaldi “Bisagno” (Garibaldini liguri) e di quella dell’Oltrepò pavese (“Il Garibaldino”).

In questo breve periodo noi ragazzi ci sentivamo anche più liberi di effettuare i nostri giochi “bellici”, si poteva andare a pescare nei laghi usando le bombe a mano: la pesca era sempre abbondante. Anch’io volli usare le mie armi ed andando a Barbarino da mio cugino Giacomo, un ragazzi di 16 anni, ci recammo nella nostra polveriera personale: sapevamo che in fondo al lago avremmo trovato due bellissime, luccicanti, tonde bombe anticarro tedesche; nascoste in uno zaino me le portai a casa e le nascosi nella mia cantina, sotto le fascine. Il giorno dopo all’imbrunire decisi di andare a pescare con queste due bombe nel lago sotto il ponte Gobbo, percorsi tutto il ponte, presi la prima bomba, strappai le sicura e la lanciai ….. non successe niente, deluso presi l’altra bomba e la lanciai nuovamente nel lago sottostante, sentii tremare l’arcata del ponte e una colonna d’acqua si alzò sopra la mia testa; dalla paura non guadai nemmeno il fiume e me la diedi a gambe levate e per fuggire alla curiosità della gente che si stava radunando in “pôrta Gàsa”, per ritornare a casa feci il giro dei “due ponti”.

La Repubblica di Bobbio durò dal 1 agosto 27 per giorni se la consideriamo fondata dalla nomina del commissario.         

                

I MONGOLI A BOBBIO

Il 27 agosto 1944, dopo la battaglia del Penice, la colonna nazifascista occupa Bobbio dove interrompe così il governo dell’autoproclamata Repubblica che ebbe la durata di soli 52 giorni, dal 7 luglio al 27 agosto. Questa colonna era composta dalla Divisione Turkestan, ben armata ed equipaggiata anche con armi pesanti, ma quello che impressionava noi ragazzi erano i cavalli da tiro che usavano: erano altissimi, mastodontici.  La colonna mongola era stata preceduta dalla fama di atti violenti specialmente contro le donne, di razzie di animali e ruberie varie. Di questi soldati mi ricordo i loro visi strani, i diversi lineamenti, direi brutti da vedere, il ché peggiorava la paura che noi avevamo di loro. Ricordo come venivano ammazzate le oche prima di spiumarle: appoggiavano il collo su di un ceppo e le decapitavano con una baionetta. Un altro fatto di ruberia successe a una donna di Piancasale: la signora scesa al mercato del sabato, sulla piazzetta di S. Lorenzo vide alcune pecore che erano state rubate; una di queste, belando le si avvicinò, fu subito riconosciuta dalla padrona che corse a denunciare il fatto ai carabinieri che andando sul posto dissero alla donna di chiamare la povera pecora che subito usci dal gruppo avvicinandosi alla proprietaria.  

PIPPO  o ORFANELLO  

Pippo era il nome con cui venivano popolarmente chiamati, nelle fasi finali della seconda guerra mondiale, gli aerei da caccia notturna che compivano solitarie incursioni nel nord Italia. Noi pensavamo che fossero aerei di ricognizione tedeschi che giravano per far rispettare l’oscuramento(3), cioè l’ordine di non far uscire la luce all’esterno delle abitazioni. Questo per nascondere possibili obiettivi ai bombardieri nemici: infatti in casa di sera dovevamo mettere una coperta alle finestre dove tenevamo la luce accesa; anche le strade cittadine non avevano illuminazione ed era quindi difficile uscire di notte sia perché esisteva il coprifuoco e sia perché si rischiava, come in effetti era successo, di andare a sbattere la fronte contro qualche pilastro.

All’imbrunire si tendeva l’orecchio per sentire l’arrivo di questo aereo, era un rumore ormai talmente noto da riconoscerlo immediatamente, mi ricordo che al suo passaggio tenevo il respiro fino a quando lo sentivo allontanarsi. Un brutto giorno, era il 21 agosto del 1944, ci giunse la notizia che Vesimo, un piccolo paesino delle nostre montagne, era stato bombardato da questo aereo. Era la festa del patrono, San Bernardo: i giovani del paese all’imbrunire si erano riuniti in uno spiazzo ai margini del paese.   Le luci a carburo illuminavano la “balera” e quando giunse il rumore dei motori del bombardiere non ci fu più tempo per fuggire, le bombe caddero precise e 32 giovani persono la vita: in paese due morti per famiglia. Solamente, a fine guerra venimmo a sapere che l’aereo era inglese. Era DH.98 Moschito (zanzara in inglese), un monoplano e bimotore realizzato dall’azienda britannica de Havilland Aircraft Company sul finire degli anni trenta.

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GLI ULTIMI MESI DI GUERRA

 

Settembre-ottobre 1944: il Movimento di Liberazione riprende vigore e ricominciano le azioni di disturbo ai danni degli occupanti. Mi ricordo che i partigiani appostati sulle alture dell’Erta si divertivano a sparare sul castello di Bobbio dove si era sistemato il comando nazifascista. I bobbiesi, ormai abituati a questi attacchi da lontano, camminavano imperterriti per le vie del paese: si sentivano gli spari, che noi ragazzi chiamavamo “tac-pum”, così era il suono.   

22 ottobre 1944: seconda liberazione di Bobbio, che viene nuovamente liberata da un battaglione formato, in preponderanza, da ex alpini della “Monterosa” passati tra le file partigiane; si ricostituisce così la “zona libera” del luglio-agosto con in più la località di Varzi. A proposito della “Monterosa” aveva un deposito di coperte e vestiario in via Garibaldi, di fronte al negozio di mio padre; molti di questi alpini erano clienti del nostro negozio. Mi ricordo che mio padre mi spiegava che molti di essi, per fuggire con i partigiani e non rischiare di essere dichiarati disertori, si facevano fare prigionieri quando andavano a ritirare la farina dal mugnaio di San Martino. Molti fuggirono in questo modo.

Il 23 novembre 1944 si ha un ennesimo rastrellamento da parte dei tedeschi che si concluderà solo nel gennaio 1945 e il 28 novembre 1944 Bobbio viene rioccupata dai tedeschi, ma nel gennaio le forze nazifasciste lasciano la zona in mano a pochi presidi fascisti.

Il 30 novembre 1944 venni a sapere da mio padre che l’indomani i partigiani avrebbero attaccato Bobbio: contattai subito i miei amici, Pietrino e Malli (4), per decidere il da farsi visto che il giorno dopo sarebbe stato pericoloso uscire e, dopo una lunga discussione, visto che i partigiani avrebbero attaccato dalla Trebbia, abbiamo deciso di andare sul greto per erigere delle piccole trincee di sassi; così facemmo, pensando che sarebbero servite. Il giorno dopo Bobbio fu attaccata, ma purtroppo l’attacco fu respinto e i partigiani lasciarono sul campo un morto e altri due feriti che vennero portati a Brugnello dove morirono poco dopo.       

Il 4 marzo 1945 i partigiani attaccarono i fascisti e liberarono per la terza e ultima volta Bobbio. Si sentiva ormai la vicinanza della fine della guerra

Il 7 marzo 1945 le truppe americane attraversarono il Reno e il 16 aprile i sovietici lanciano l’offensiva finale su Berlino

Il 30 aprile 1945 Hitler si sucida e il 9 maggio la Germania si arrese ai sovietici.

Il 6 agosto 1945 Gli Stati Uniti sganciarono la prima bomba atomica su Hiroshima.

il 14 agosto, il Giappone si arrese formalmente anche se solo il 2 settembre firmò la resa incondizionata, ponendo così fine alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Le conseguenze della guerra si leggono sul monumento ai caduti: 25 morti e 16 dispersi, oltre ai tantissimi invalidi, purtroppo non segnalati.

 

NOTE

0 Il Carcano Mod. 91 è stato un fucile a otturatore girevole-scorrevole adottato dal Regio Esercito italiano dal 1891 al 1945.

1 il borgo di Bobbio si estende fuori dalle mura lungo il fiume.

2 Lo Sten è un mitra a canna corta, che è stata in passato in dotazione ad eserciti di molti paesi, con un caricatore laterale da 32 colpi e un elementare calcio in acciaio.

3 Il coprifuoco è un ordine imposto solitamente dalle autorità   statali o militari a tutti i civili e a tutti coloro che non hanno un determinato permesso rilasciato dalle autorità,       consistente nell’obbligo di restare nelle proprie abitazioni durante le ore notturne, eventualmente anche spegnendo ogni tipo di luce.

4 Pietro Mozzi e Mario Zerbarini

5 Armando Foppiani nasce a Bobbio allora in Provincia di Pavia oggi di Piacenza il 7 luglio 1900 e muore a Roma il 15 gennaio 1960. Compie studi liceali ed universitari a Pavia, ma nel 1924 si laurea fuoricorso in Giurisprudenza a Genova, perché deve abbandonare Bobbio dopo una rissa con fascisti locali favorevoli al trasferimento del Comune di Bobbio sotto Piacenza.

Quando termina la 1.Guerra Mondiale è A.U. A Torino all’Accademia di Artiglieria e Genio e il 15 novembre 1919 ottiene il congedo quale Sottotenente del Genio. Nel 1920 è Volontario in Albania fino al definitivo ritiro delle Truppe italiane del 28 luglio e dopo è di guarnigione a Trieste e Pola dove soccorre Legionari Fiumani in difficoltà quando il 24 dicembre le Truppe del regio Enrico Caviglia attaccano Fiume e durante il “Natale di sangue” dal quale D’Annunzio esce sconfitto.

Nel 1928 si iscrive al PNF ed, essendo stato gratificato del brevetto Legionario Fiumano, ottiene la qualifica di Squadrista. Nel 1929 trova occupazione nelle Officine Galileo di Campi Bisenzio (FI).

Il 26 luglio 1943 lo coglie nella sua abitazione fiorentina e considera la data “il giorno della viltà ufficiale”. Abbandona per il Veneto la città e il posto di lavoro dove è subito platealmente sottoposte a minacce alla pari di tutti i Dirigente . Torna a Firenze il 13 settembre 1943 dopo lo sfascio militare e a fine mese accetto l’offerta di Pavolini di dirigere la locale Unione Industrtali e nel febbraio quella di Vice Commissario, con sede a Bergamo, della Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti – C.G.L.T.A. costituita con Decreto Legislativo n.853 del 20 dicembre 1943 su proposta del Segretario PFR, Decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale soltanto il 2 febbraio 1944 e poi modificato. La nomina resta sospesa per cinque mesi e poi ignorata. L’Ordinamento sindacale viene varato con Decreto n.3 del18 gennaio 1945 (G.U. n.21 del 26 gennaio 1945), in sostituzione del Commissario Ernesto Marchiandi, con la nomina di Enrico Margara e di due nuovi Vice Commissari. Ma intanto dal 27 luglio 1944 gli viene affidato il SAI e come il suo predecessore Marcello Vaccari è anche Delegato della Croce Rossa della RSI in Germania.

Nel suo libro UBRIACARSI CON L’ACQUA (1949) scrive “Ritenni che la miglior cosa da farsi fosse quella di intensificare al massimo l’assistenza e nello stesso tempo di spogliarla di ogni etichetta, fino a renderla anonima …feci in modo che le mie visite ai campi di internamento passassero inosservate. Un Ufficiale Medico (dell’Università di Milano) mi scrisse una lettera di questo tenore: Ho appreso per caso il suo nome. Non le chiedo nulla, non mi dolgo di nulla, non spero in nulla. Lo invitai a scrivermi subito un’altra lettera per sfogarsi. Venne la risposta: Dopo un anno sento per la prima volta nella sua lettera la voce della Patria. Un mattino capitò in ufficio un Sottotenente degli Alpini a chiedere indumenti (lavorava con una dozzina di colleghi in una città della Germania centrale). Era ostile, rabbioso e non si curò affatto di nasconderlo. Lo tenni con me oltre un’ora; nel congedarsi salutò militarmente con un secco colpo di tacchi. Lo accompagnai in silenzio fino alla porta e lì, quasi senza accorgermene, gli passai una mano sulla guancia. Era la carezza dell’uomo maturo al ragazzo che fa i capricci (ma non seguì alcuna parola buona)… Quindi gironi dopo ricevetti una lettera piena d’affetto …mi ringraziava di avergli insegnato che talvolta gli uomini si vogliono male per paura di volersi bene.”

 

Da “Fondazione RS Istituto Storico

 

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2001/05/10 – Bobbio ha voluto ricordare Andrea Mozzi, “Belena”

7th novembre 2017

Da La Trebbia del 10 maggio 2001

Bobbio ha voluto ricordare Andrea Mozzi, “Belena

Con un monumento eretto nella pineta del Rio Foino

Il giorno 22 aprile 2001, presso la pinetina “du rì Fuìn, è stato inaugurato il cippo in memoria di Andrea Mozzi.

L’opera, fusa nel bronzo e posta su di un masso preso dal greto della Trebbia, è composto da tre parti: rappresentano l’arcata maggiore del Ponte Gobbo con il sui lago, il sorriso bonario di “Dariin” e una targa con dedica.

Sulla targa, oltre, oltre ai dati: “Ad Andrea Mozzi – Balena –  I bobbiesi riconoscenti”, vi è una poesia scritta il 17 aprile 1969, data della sua morte, dove Gigi Pasquali lo si immagina, anche nell’eterno, sempre disponibile verso i giovani:

Ciau ét rivè!

Sì, sö ché.

Duma ch’a gh’è da fè.

Ohi bèla! Anca ché!

Vèdat Driin,

a gh’è ‘’ensgnè,

a vulè

a i angilìn

 

Il progetto del cippo è della prof.ssa Pier Antonia Larceri, allieva di maestri del calibro di  Paganin e Scialoja; l’esecuzione dell’opera è stata affidata al Prof. Luigi Scaglioni, arista allievo del ben noto scultore Messina, che ne ha curato anche la fusione in bronzo e a dir la verità, come ottimo operaio, anche la massa in opera.

La cerimonia ha visto presente il Sindaco che nel suo discorso inaugurale ha ricordato la figura di quest’uomo che ha saputo mettersi a disposizione di intere generazioni di ragazzi. Il suo discorso è stato breve ma essenziale.

Dopo di lui il presidente della ”Familia Bubieiza”, Mauirzio Alpegiani, altre a ringraziare la sezione “Arte e Cultura” del sodalizio nelle persone di Pasquali e Zerbarini, ha offerto al Sindaco un ritratto in gesso, riproducente il viso di Andrea Mozzi, uguale a quello posto sul cippo.

L’inaugurazione si è svolta in modo semplice, direi famigliare, dove molte persone presenti hanno voluto raccontare episodi vissuti accanto a “Balena”, diventando così “attori” di questa festa.

Prima di chiudere vorrei ricordare ai giovani il significato di “Balena” che  non era detto così in una forma canzonatoria, per la sua mole abbastanza robusta, ma era un suo modo di nuotare, quando portava in mezzo al lago i piccoli nuotatori: nuotava sul dorso in modo da avere una visuale più ampia del gruppo e in modo gioioso spruzzava acqua con la bocca sembrando così una balena attorniata dai suoi balenotteri.     

Il cippo doveva essere posto vicino al Pone Gobbo e precisamente nell’”ortino”(così è da sempre chiamato il luogo dove vi è la fontanella con le panchine) per il quale però è necessaria l’autorizzazione delle Belle Arti; è nostra ferma intenzione spostarlo nel luogo in cui era destinato, poiché era quello dove operava “Balena”,

Si ringraziano tutte le persone che hanno aderito alla sottoscrizione: sono state raccolte

2. 620.000 e spese attualmente L. 2.200.000 per la sola fusione (il lavoro degli artisti è stato assolutamente gratuito. Ciò che rimane sarà utilizzato per la sistemazione definitiva a verde quando il monumento sarà collocato nel posto giusto.

 

L.P.

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Bobbio ricorda il suo alpino

17th agosto 2017

Bellocchio, il generale a capo dei partigiani milanesi

Riordinato il patrimonio archivistico donata dalla famiglia al Comune-

Romano Repetti

BOBBIO

Il generale Giuseppe Bellocchio era nato a Bobbio il 15 febbraio 1889. Bobbiese anche il padre Domenico, commerciante e proprietario di beni fondiari, mentre la madre, Costanza Bionda, proveniva da Ponte dell’Olio. Oltre a Giuseppe anche il fratello Andrea fu indirizzato alla carriera – diventerà colonello medico nella Marina – e pure la sorella maggiore Ida sposò un ufficiale, mentre l’altra sorella Elvira, si maritò con un bobbiese emigrato in Usa e andò a vivere a New York.

Giuseppe dopo gli studi superiori affrontò la vita militare nel Corpo degli Alpini. Partecipò alla 1° Guerra mondiale, raggiungendo il grado di maggiore e fu posto al comando di battaglioni alpini. Dopo la guerra fu ammesso al corso triennale 1929- ’22 della Scuola di Guerra di Torino per la formazione degli ufficiali di stato maggiore e successivamente promosso colonello.  Fra il 1928 e il 1931 fu inviato in Albania quale addestratore delle truppe del re Ahmed Zogu appena arrivato al potere con il sostegno dell’Italia. Dopo vari in carichi come Capo di S.M. in brigate e come comandante di reggimento, prima dell’inizio della 2a  guerra mondiale fu promosso generale di brigata e più avanti di divisione ed utilizzato in Italia per incarichi speciali e da ultimo come comandante della Zona militare di Alessandria. Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 Bellocchio fu tra i non molti generali del Regio esercito italiano che, riusciti a sottrarsi alla cattura e alla deportazione in Germania, non solo si rifiutarono poi di rientrare in servizio del ricostituito regime fascista di Salò ma si unirono ai partigiani per contribuire a liberare l’Italia dal nazi-fascismo. Data la sua età poteva ritirarsi a vita privata nella sua casa di Bobbio, invece entrò nella clandestinità, ospite via via di diverse famiglie nelle campagne lombarde e piacentine, fra cui quella di un nipote a Carpaneto ed infine a Milano dove si unì ad un gruppo militare di Resistenza guidato dai generali Bortolo Zambon e Giuseppe Robolotti. Questi due però il 25 maggio ’44 furono arrestati dalle milizie di Mussolini ed il secondo, poco dopo, fucilato. Così quando ai primi di giugno il CNL Alta Italia, al fine di assicurare una direzione unitaria delle diverse formazioni partigiane, formalizzò la costituzione del Corpo Volontari della Libertà e ne nominò il Comando generale, rappresentativo dei diversi partiti politici animatori della Resistenza, fu designato Bellocchio a farne parte come esperto militare. Il vertice del Comando, che teneva in sedi diverse due o tre riunioni alla settimana, era costituito da lui, dall’azionista Ferruccio Parri, primo capo del  Governo dell’Italia liberata e dal comunista Luigi Longo, capo delle Brigate partigiane Garibaldi.

Nell’estate del ’44, visto il peso che il movimento partigiano aveva assunto nel Nord-Italia sotto occupazione tedesca, gli alleati anglo-americani ed il legittimo governo italiano, che tornato ad insediarsi a Roma con la presidenza di Ivanoe Bonomi, concordarono di portare nel Comando generale del CVL un militare di loro emanazione e designarono il generale Raffaele Cadorna, che; paracadutato in Val Camonica, a partire dal 6 settembre sostituì al vertice del Comando generale Bellocchio che assunse in cambio il Comando della Piazza di Milano, competente del coordinamento della lotta partigiana nella città e relativa provincia. Naturalmente le azioni partigiane a Milano e nel circondario erano diverse da quelle praticate in territori appenninici come nel piacentino, anche se non meno rischiose. Consistevano in sabotaggi, nella sottrazioni di armi ai nemici, in attentati ed altri atti dimostrativi per intimorirli e renderli insicuri, realizzati in genere nelle ore notturne. Gli aderenti alla Resistenza vi raggiunsero il numero di 15.000, ma erano in parte costituiti da operai che di giorno tornavano al lavoro nella propria fabbrica. Un compito specifico del Comado Piazza e del generale Bellocchio fu anche quello di predisporre il Piano insurrezionale da mettere in atto al momento della liberazione che si attuò il 25/26 aprile 1945.

Bellocchio, che era di sentimenti monarchici, anche in quel Comando era affiancato da esponenti delle nuove forze politiche antifasciste e repubblicane fra cui quell’Amerigo Clocchiatti comunista, che nel dopoguerra sarà  eletto a Piacenza deputato e che nelle sue memorie ricorda il generale con grande simpatia e ne sottolinea l’imparzialità. “Il generale comandante la piazza è figura di ufficiale onesto, corretto, semplice, non troppo uso alle schermaglie dell’attività politica”, fu scritto in una relazione riservata indirizzata a Pietro Longo.

Difficili invece i rapporti di Bellocchio con il generale Cadorna che si manifesteranno in particolare nei giorni della Liberazione. Dopo la quale Cadorna sarà nominato al vertice dell’esercito italiano, mentre Bellocchio tornerà subito a Bobbio “con la sua topolino a tre marce” come ricorda l’ex partigiano Agostini Covati che lo accompagnò in quel viaggio. E a Bobbio il generale resterà fino alla morte, avvenuta il 7 marzo 1966, da uomo semplice e fedele alle sue idee, compiendo nelle elezioni nelle elezioni politiche del 1953, disse “un ultimo servizio a Casa Savoia, quello di candidarsi, senza speranza di successo, nelle liste del Partito monarchico. Ma appunto il valore morale ed unitario della Resistenza derivò anche dall’avere nelle proprie file un personaggio come lui.       

Il generale Bellocchio con la famiglia

 

Il Generale in primo piano

Il Generale seduto al centro

 

Altri ufficiali bobbiesi aderirono alla Resistenza

BOBBIO

Oltre al generale Bellocchio, altri bobbiesi che fino all’all’8 settembre ’43 avevano prestato servizio nell’esercito in qualità di ufficiali aderirono al movimento partigiano svolgendovi importanti ruoli, Si tratta di Italo Londei, comandante della VII Brigata, di Virgilio Guerci e di Pino Follini che si succedettero al comando della IV Brigata, entrambe appartenenti alla Divisione e Libertà di “Fausto”. A sua volta ufficiale medico l’ufficiale medico Carlo Tagliani, tornato vivo dalla disastrosa campagna di Russia, non esitò ad unirsi alla brigata dell’Istriano operante in Val d’Aveto. Riguardo poi ai semplici partigiani valga per tutti ricordare la figura di Mario Fruschelli. Dopo l’occupazione di Bobbio nell’agosto ’44 da parte dei militari della Divisione Monterosa addestrati in Germania, approfittava del suo lavoro di Barbiere per sollecitare quegli alpini suoi clienti a disertare dall’esercito di Mussolini e ad unirsi ai partigiani. Ne convinse diverse decine, Arrestato fu portato nelle carceri di Chiavari in attea della fucilazione. Ma neanche lì, utilizzando intanto come barbiere, ne approfittò per conoscere bene i locali ed organizzare l’ingegnosa e riuscita fuga sua di altri 22 antifascisti. Fra i caduti partigiani bobbiesi particolarmente toccante è la vicenda della giovane staffetta Maria Macellari. Si era unita anche lei in Val d’Aveto alla formazione dell’Istriano e, ritenendosi che una donna fosse più facile girare senza destare sospetti fra i nemici, veniva appunto utilizzata per portare messaggi o per andare nelle farmacie a reperire medicine per l’infermeria partigiana di S. Stefano. Ma in quest’ultima missione a Piacenza, nell’aprile del 1945,  fu catturata e fucilata da militi fascisti incattiviti dall’imminente disfatta. I suoi compagni pretesero che il suo sacrificio fosse adeguatamente onorato e finalmente alla memoria di Maria nel 1957 fu concessa dal Presidente della Repubblica Gronchi la Medaglia d’Argento al valore militare.    

 

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La Storia di Bobbio e delle famiglie bobbiesi di Giorgio Fiori

4th luglio 2017

Una considerazione per non mutare la nostra storia  

Un libro pieno di dimenticanze e auto incensamento

Ho tergiversato parecchio tempo prima di scrivere questa mia constatazione riguardante   i personaggi illustri di Bobbio elencati sul succitato libro. Già l’idea di volere elencare quelli viventi senza farli passare e sottoporli al giudizio della storia mi è sembrato alquanto bizzarra e strana, infatti è sembrata un elenco di persone simpatiche allo scrittore e null’altro, lasciando così gli altri personaggi ancora viventi in quello degli antipatici.

Giorgio Fiori si è dimenticato di molti personaggi altrettanto illustri: tra quelli scomparsi mancano il giudice Antonio Bellocchio con sentenze diventate poi guida per altri; il cancelliere Pietro Mozzi , poeta bobbiese  morto nel 1933, il suo omonimo nipote avvocato Pietro  molto amato dai bobbiesi e morto nel 2010; Italo Della Cella, ricordato in una lapide all’ingresso della casa comunale  e don Guido Migliavacca direttore per tanti anni de La Trebbia e scrittore. Va ricordato anche il prof. Enrico Mandelli che ha al suo attivo diverse pubblicazioni e uno studio sul nostro dialetto e il maestro e giornalista Gino Macellari  corrispondente della Liberà di Piacenza. Ma la mancanza che si nota di più e che stride è quella di Michele Tosi, studioso con diverse pubblicazioni che nel contesto nazionale ed internazionale era ritenuto a ragione uno dei più profondi ed attenti studiosi della storia medioevale e di San Colombano; archivista e paleografo di gran fama, fondò la rivista Archivum Bobiense, su cui sono apparsi approfonditi studi di eminenti studiosi italiani e stranieri e sulle grandi figure del monachesimo medioevale. Anche i maestri Antonio Lombardi e Luciano Bergamaschi vanno ricordati perché hanno saputo mantenere viva la tradizione del teatro dialettale bobbiese, come fa attualmente Alpegiani con la Familia Biubieiza. Ma come si può non apprezzare l’opera del Cav. Ludovico che per anni, con il suo caseificio, ha portato lavoro in tutta la vallata?

 

Tra le persone illustri viventi balza subito all’occhio la mancanza nell’elenco del giudice Costanzo Malchiodi che fu tra l’altro capo del GIP di Torino, dei cattedratici Flavio Nuvolone e Mario Pampanin, del dottore e naturalista Piero Mozzi, uno degli autori più venduti in Italia e conosciutissimo; dello scrittore Pier Luigi Troglio, delle giornaliste Irene  ed  Elisa Malacalza, nonché Patrizia Marchi, della scrittrice Violetta Bellocchio autrice di romanzi con  tiratura di gran lunga superiore a quella dell’invece citato padre Alberto,  della dimenticanza dell’avvocato Mario Mozzi e di Cristina Capra, del puntiglioso ricercatore Giovanni Magistretti, tra l’altro scopritore del percorso dell’antica strada degli Abati? Andrebbero inoltre ricordati il finanziere Vittorio Malacalza e l’imprenditore Marco Labirio che si preoccupa di portare lavoro nella nostra valle. Va ricordato anche il bravissimo giocatore Albino Cella e con tutto questo rimango certo che anch’io avrò dimenticato qualcuno.

Il titolo dell’opera però trae in inganno: le famiglie di Bobbio non sono solo quelle nobili ma ce ne sono molte di più; basta guardarsi intorno per vedere quanta altra bella gente c’è!  

Nel libro si parla giustamente di toponomastica e qui trovo disdicevoli le critiche che vengono fatte a Tosi, deceduto nel 1995, questione di buon gusto e sensibilità, ma di una cosa sono convinto che Tosi avesse ragione a collegare la parola dialettale “gadan” alla famiglia de Gadani, proprietaria di terre dalle parti di Lagobisione.  

Bisogna tener presente che anche nelle parole dialettali si scopre la nostra storia, il passaggio delle varie popolazioni sul nostri territori hanno lasciato una traccia indelebile. A scombussolare le carte sono stati i cartografi e gli storici poco attenti alla cultura locale. Esempi ne abbiamo moltissimi, vedi Cerpiano nato dalla parola dialettale «ens ar piàn», Sarmase « ens ar mèz»; Scorte  «ens curt» dimenticando che «curt» è la «curtis» medioevale nota istituzione territoriale amministrativa e il «mèz» era un’unità fondiaria alto-medioevale , questi alcuni esempi di errori.  

Anche Ceci deriverebbe da una storpiatura del vecchio nome «Ceuce» che appare sui vecchi documenti, infatti, leggendolo alla francese si pronuncia Seus  e in dieletto «Sös»; un altro vocabolo con l’influenza francese e che indica una nostra località è «Squera»   che non è altro della traduzione in francese della parola dialettale «schèra» (scala); a conferma di questo è il fatto che la continuazione di questo sentiero che porta alla vetta del Penice viene denominato «e scarèt»: è la parte che inizia da Santa Maria e che si inerpica verso il santuario.  

 

E veniamo alle vie di Bobbio, premettendo che non è mai il popolo a sbagliare i nomi perché il dialetto può evolversi, ma non viene mai storpiato; gli errori nascono quando si dimentica o quando non si vuole considerare la storia racchiusa nella nostra parlata. Infatti «u rì müt» lo hanno fatto diventare “romito”, che è uno stravolgimento radicale. La commissione comunale per la toponomastica ci ha regalato “un romito, un eremita”, quando noi credevamo di doverci accontentare di un «rio muto», inoltre “a strèta di Parvé” è stato denominato vicolo dei Peveri, quando a nostro avviso, il nome deriverebbe dalla parola francese “Parvis” che significa sagrato, via che porta al sagrato, alle case che erano proprietà della chiesa di San Colombano. Questa parola avrebbe dato origine a Parvé  da cui la penultima denominazione «vicolo dei Parvieri».

Tutto questo la commissione comunale di toponomastica avrebbe dovuto saperlo…

A volte per risolvere i problemi di Bobbio si interpellano persone che bobbiesi non sono e che non conoscono la nostra storia.

Molte volte non sono solo i documenti scritti ad insegnare la storia di un popolo, la vera storia è quella vissuta giorno per giorno e basterebbe guardarci attorno e ascoltare con umiltà e chiedendosi sempre il perché dei vari nomi. Molte volte il vernacolo docet!

 

Uno dei tanti sedicenti studiosi bobbiesi  Gigi Pasquali

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1958/10/04 – La «vera» del pozzo di San Colombano

22nd maggio 2014

Da La Trebbia del 4 ottobre 1958 di Gino Macellari

Testimonia la bi millenaria vita della nostra città

L’insigne reperto archeologico è stato provvisoriamente collocato nel giardino di Santa Fara a cura della Pro Loco – Un diploma del re longobardo Agilulfo del 599 accenna alla fonte da cui proviene la «vera» 

Dall’angolo riposto e indegno nel quale si trovava fino a pochi giorni orsono, è stata riportata all’aperto e opportunamente sistemata (anche se provvisoriamente) in in’aiuola del giardino di piazza Santa Fara, la famosa «vera» del pozzo antichissimo che servì alla popolazione ed ai monaci del convento di San Colombano. La cittadinanza ha così potuto ammirare il pezzo archeologico che testimonia dell’antichità di Bobbio.

Sarà bene riassumere la storia di questa pietra e parallelamente quella di alcune tra le più note vicende bobbiesi, per spiegare l’importanza di questo blocco di marmo definito da insigni studiosi, un vero «monumento».

Nel 599, con decreto proprio, il re Agilulfo donava a San Colombano il diritto di abitare in Bobbio e di possedere, in una, con la basilica antica di San Pietro, il territorio attorno alla città, per quattro miglia. Il sunto di tale disposto reale, è generalmente noto come «diploma di Agilulfo» di ormai acquisita autenticità, è visibile sul frontone dell’arco che conclude la parte finale del paradiso interno del convento (attuale adiacenza all’ingresso dell’Istituto Magistrale). Sotto il busto del re longobardo corre un’iscrizione latina datata 1725, con la quale i monaci del convento ricordavano il grande beneficio accordato a San Colombano nel 599.

Il pozzo

La meta del pozzo rimasta di pertinenza al monastero

Nell’atto di donazione era compresa la descrizione di una fonte situata nel muro che divideva appunto  le ragioni dell’abbazia da  quelle della popolazione o meglio da quelle del duca longobardo Sondrarit favorito del re, espressamente nominato nel documento. A lui il re doveva certamente grandi riguardi; possiamo anzi dire che il monarca dovette tener conto della situazione parecchio complessa rappresentata dalle esigenze della popolazione e dei numerosi rappresentanti regali più o meno importanti e dall’altra parte riconoscere l’immenso aiuto recatogli dal Santo irlandese nella controversia detta «dei tre capitoli». Le parole che indicano la fonte sono «praeter tantam mediatatem putei» (ad eccezione della metà del pozzo). Con tale clausola la popolazione poteva attingere acqua dalla metà del pozzo situato nel corpo del muro di cinta del convento, precisamente nella piazzetta di S. Lorenzo, in posizione ancora rilevabile facilmente, dato il breve tempo trascorso da quando il pozzo stesso fu rimosso (1933).

Il pozzo

La meta del pozzo a disposizione dei cittadini

L’imboccatura del pozzo era formata da quella stessa «vera» marmorea esposta in piazza S. Fara. Essa indiscutibilmente prova la preesistenza di abitanti bobbiesi nell’era pre-cristiana. Già il diploma di Agilulfo riporta automaticamente a ritroso di diversi secoli l’inizio delle prime vicende bobbiesi in quanto, menziona attività e poteri di ufficiali e messi e conti di sua emanazione, ma certamente sostitutivi di precedenti. L’esistenza della «basilica» di S. Pietro sulle rovine della quale S.Colombano edificò la nuova sua chiesa, dice chiaramente come fosse importante la zona, ché altrimenti non si sa a che a che possa aver servito una basilica, termine di per sé imponente.

Nel diploma vengono detti «colti e  incolti»i terreni da assegnarsi alla comunità religiosa ed è ancora un segno nonché della vita, della operosità della popolazione bobbiese.

È soprattutto però il pezzo di marmo della fonte, che rimanda indietro di comunità. È un masso, un pezzo unico di marmo, che posto in piedi, ha forma pressoché cubica, con queste precise dimensioni: base inferiore quadrata di cm. 75 di lato, base superiore di cm. 89 perché da un lato corre uno sbalzo-cornice di cm. 20 verso il basso; l’altezza del pozzo è di cm. 58.  Visto dall’alto il blocco presenta una faccia quasi quadrata (cm. 88 per 75) e completamente aperta con meraviglioso lavoro di scavo  fino ai bordi che misurano rispettivamente cm. 18, 15, 9, 7, rispetto ai lati.

La pietra formava, come si è detto, l’imboccatura del pozzo più antico della città e non essendo stato mai impiegate carrucole né argani, vi si attingeva acqua a mezzo delle braccia, cioè strisciando la corda sull’orlo della pietra stessa. Le scanalature che vi si osservano sono profondissime una di esse giunge fin quasi alla metà dell’altezza. Le scanalature sono numerose anche se non tutte della medesima profondità. Ciò che aumenta poi la meraviglia dell’osservatore è il fatto che dalla parte opposta esistono altri segni simili così che inevitabilmente ne deriva che la pietra fu anche capovolta e usata in modo uguale dalle due parti. Ora, tante e così profonde incisioni in un sasso di tale durezza, non possono essere state prodotte che da un logorio di secoli e secoli per cui non è più azzardato dire che le terre bobbiesi erano abitate anche duemila anni or sono (calcolo approssimativo che fece nel 1855 il celebre archeologo P. Adriani) ciò che appunto rimanda a quel 218 avanti Cristo in cui i romani fondarono Piacenza.

Il pozzo venne completamente rimosso nella primavera del 1933 durante i lavori di risanamento del centro cittadino, voluto dal podestà di allora, geom. Antonio Renati. Il muro di cintadell’ex convento, correva dall’edificio dell’albergo Barone per tutta la lunghezza della via  cosiddetta del Pozzo fin contro la sacrestia della chiesa di S. Lorenzo, con la quale formava un vicolo strettissimo, largo poco più di un metro e lungo 20 metri; proprio alla fine di detto vicolo, in angolo rispetto alla piazzetta di S. Lorenzo, esisteva il pozzo da cui fu cavata la «vera». Il muro era alto in media, 6 metri e presentava pericolo serio per caduta di sassi, non più trattenuti dalla calce, era nero per antica usura, aveva andamento irregolare; la strettoia che formava con le case di fronte impediva la normale comunicazione tra la parte alta e la parte bassa della città, nonché il naturale invito ai forestieri che desideravano visitare il più grande monumento bobbiese, la basilica di S. Colombano.

La consulta municipale, (membri i sigg. Paolo Cella, Giovanni Davico ed Ernesto Elba, presidente Renati) nella seduta del 14 marzo 1933, aveva approvato il progetto dei lavori presentato dal geom. Agostino Piazzi. La pratica  era stata nel frattempo perfezionata poiché occorrevano le approvazioni delle autorità ecclesiastiche e quella dei benefici vacanti. I lavori vennero iniziati il 1° aprile 1933 e terminarono il 29 dello stesso mese con la spesa di L. 18 mila 260. In omaggio ai tempi correnti la nuova via fu chiamata dell’«Impero» ed aveva effettivamente risposto alle aspettative. Nel dicembre del 1955 infine veniva abbattuto completamente il muro di divisione fra la città ed il convento, ciò che poneva la basilica ed il bellissimo colonnato a diretto contatto con la vita cittadina.

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1938/03/06 – Bobbio Autarchica

22nd maggio 2014

La Società Mineraria Val Trebbia con sede in Milano, ha iniziato un complesso lavoro nella nostra vallata per l’estrazione e la

lavorazione del “Talco”.

In comune di Cerignale sono individuate tre cave: una è in attività; vi sono addetti vari operai e la pietra estratta in abbondanza è riconosciuta ottima.

A Bobbio, in via Circonvallazione, si prepara lo stabilimento per frangere e macerare la pietra.

Entro il corrente mese saranno impiantati nello stabilimento, ampio, areato, comodo per l’accesso della strada aziendale e per il movimento del lavoro, i frantoi ed i mulini.

Il Rag. Brunetti, Delegato della Società, nutre le migliori speranze per il successo dell’iniziativa.

Il Podestà Renati, ha dato e dà tutto il suo appoggio per facilitare in Bobbio il compito della Società.

Quando gli eccezionali macchinari romberanno e la polvere “autarchica” fiorirà di sotto le potenti macine, parleremo ancora ed in termini tecnici e con rapporti economici dell’importante lavorazione.

NDA: La lavorazione è iniziata sabato 23 aprile 1938,

art. de La Scure del 27/4/1938, a pag.3

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2009/10/29 – 150 anni fa veniva sciolta la Provincia di Bobbio

22nd maggio 2014

Da La Trebbia del 29 ottobre 2009

Istituita nel 1743 con il Trattato di Worms, comprendeva un vasto territorio del Regno di Sardegna. Il 23 ottobre 1859 il territorio, sotto Pavia, diviene circondario fino allo smembramento del 1923.

La storia della provincia inizia con la fine della guerra di successione austriaca, infatti Bobbio, fino allora Contea dei Dal Verme con il suo territorio, entra a far parte del Regno di Sardegna lasciando l’ex Ducato di Milano austriaco, e lo Stato Sabaudo la eleverà a capoluogo di provincia fino alla costituzione del Regno d’Italia.

A seguito del Trattato di Worms del 13 settembre 1743, confermato con la Pace di Aquisgrana del 18 ottobre 1748, avveniva l’alleanza antifrancese dei Savoia con Maria Teresa d’Austria e l’Inghilterra nella guerra di successione austriaca.

Per concessione dell’Austria le autorità sabaude dopo la guerra, unirono l’Oltrepò, con il Vogherese, il Bobbiese e feudi adiacenti (Siccomario, Langhe Malaspiniane e Feudi Vermeschi) in una nuova Provincia con capoluogo Voghera, nonostante l’istituzione della provincia di Bobbio nel 1743, ma che fu effettiva formalmente solo in seguito.

La provincia venne creata sommando i territori dei Feudi dei Dal Verme, dell’antica Contea di Bobbio con Corte Brugnatella, con le Langhe Vermesche e le Signorie dei marchesati dei Malaspina, fra i quali i Feudi di Varzi, Godiasco e Oramala, con i Feudi di Fortunago, Cecima e Bagnaria ed altri, che furono separati da Voghera e costituirono la nuova provincia di Bobbio.

 

Essa fu poi smembrata dalla Francia napoleonica fra il 1797 ed il 1803 ed inserita nel Dipartimento di Marengo (Alessandria), mentre nel 1805 è inserita nella Repubblica Ligure sotto il Dipartimento di Genova.

Tra il 1797 ed il 1814 Bobbio diviene Circondario (arrondissement francese) data l’abolizione delle province e verranno inseriti buona parte dei Feudi imperiali liguri aboliti effettivamente nel 1798, come il contado di Ottone (con i comuni di Cerignale, Fascia, Fontanigorda, Gorreto, Rondanina, Rovegno e Zerba) che era nel Dipartimento dei Monti Liguri Occidentali che comprendeva tutta l’alta Val Trebbia da Ponte Organasco e Carrega Ligure in Val Borbera e la Val Boreca. Nel 1815, dopo la caduta di Napoleone, rinasce nuovamente la provincia di Bobbio con il medesimo territorio.

Piantina

Con la riforma amministrativa del 1818 vi è una modifica territoriale, con la perdita dei comuni di Borgoratto, Cecima, Godiasco, Mentesegala, Pizzocorno e Staghiglione che passano nella provincia di Voghera; ma fu inclusa sempre nella Divisione di Genova del Ducato Ligure sotto il Regno di Sardergna. Dal 1848 la provincia di Bobbio venne staccata dalla Divisione di Genova e aggregata provvisoriamente alla Divisione di Alessandria, ma dipese sempre da Genova. Nel 1859 con Regio Decreto n. 3702 del 23 ottobre 1859 – Decreto Rattazzi venne inclusa nella provincia di Pavia e ridiventa Circondario (effettivo dal 1861), poi nel 1923 i comuni del Circondario vengono divisi tra le province di Pavia, Piacenza e Genova. Nel 1925 i comuni piacentini di Romagnese, Ruino, Valverde e Zavattarello ritornano in provincia di Pavia.

La Provincia di Bobbio

La Provincia di Bobbio (ab. 36.906 nel 1814) era divisa in quattro Mandamenti: Bobbio (ab. 7.723), Ottone (ab. 10.691), Varzi (ab. 7.581) e Zavattarello (10.914). Il comune più popoloso era il capoluogo Bobbio (ab. 3.475 nel 1814, ab. 3.743 nel 1839).

I comuni in totale dopo il 1814 erano 27, ma furono 44 i comuni (con popolazione del 1814 e quelli del 1839* che fecero parte della provincia di Bobbio in anni diversi, alcuni vennero soppressi altri ripristinati, altri passarono ad altre province ed altri furono di nuova costituzione: Bagnaria o Bagnara (ab. 778) (ab.713*), Bobbio (ab. 3.475) (ab. 3.743*), Borgoratto Mormorolo (ab. 820), Caminata (ab. 930) (ab. 652*) Cecima (ab. 824), Cella di Bobbio (con castellaro di Varzi e Casale, Cegni, Cignolo e Negruzzo di Santa Margherita) (ab. 1.444) (1.610*), Carignale (ab. 1.050) (a. 1.005*), Corte Brunatella (ab. 697) (ab.745*), Fascia (ab. 627*), Fontanigorda (ab. 1.338*), Fortunago(ab. 872) (ab.802*), Godiasco (con San Giovanni Piumesana) (ab. 2.210), Gorreto (ab. 773) (ab. 875*), Gravanago (manca), Groppo (manca) (nel 1818 assieme a Godiasco, nel 1929 venne aggregato al comune di Pozzolo, costituendo l’attuale Pozzol Groppo (AL)), Menconico (con San Pietro Casasco più Caro Bosmenso di Varzi) (ab. 1021) (ab. 1132*), Monsacco (manca), Monforte (manca), Montepicco (manca), Montesegale (ab.800), Nivione (con Selva di Varzi) (manca), Oramala (con Quarti) (manca), Ottone (ab. 2.759) (ab. 4.270*), Pietra Gavina (con Casa Cabano, Casa Fiori, Cascina Torretta, Santa Cristina di Varzi) (ab. 528) (ab. 467*), Pizzocorno (ab. 896), Pragola (ab. 1.759) (ab. 1.817*), Rocca Susella (manca), Romagnese (ab. 1947) (ab. 1.822*), Rondanina (ab. Ab. 627*), Rovegno (ab. 2.160) (ab. 2.386*), Ruino (ab. 999) (ab. 955*), Sagliano di Bobbio (ab. 476*), Santa Margherita di Bobbio (ab. 583) (ab. 599*), San Ponzo (manca), Staghiglione (con Stefanago di Borgo Priolo) (ab. 1.251), Torre d’Albera (manca), Trebbiano (manca), Trebecco (ab. 376*), Val di Nizza (ab. 1.177) (ab.1.129*), Valverde (ab. 1.381) (ab.900)*, Varzi (ab. 1934) (ab. 2.045*), Zavattarello (ab. 1.648) (ab. 1.729*), Zerba (ab. 2.190) (1.275*).

Nota: il numero degli abitanti con asterisco (*) sono del 1839 gli altri del 1814

Gian Luca Libretti

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2013/10/20 – La Leggenda del Pozzo dei Coltelli a Bobbio

28th ottobre 2013

E’ mio desiderio fare chiarezza e smentire quello che è stato detto durante la trasmissione di Orizzonti andata in onda su Rai Uno il 19 ottobre 2013. Il giornalista, (non ricordo il nome), ha menzionato che la leggenda sul pozzo dei coltelli nel Castello Malaspiniano di Bobbio, riguarderebbe il vecchio pozzo situato nella parte nord-ovest del mastio, sul terrazzone sopra al ponte levatoio dell’ingresso principale.

Non è Vero! Questi non è altro che un piccolissimo pozzo profondo una quindicina di metri, che serviva per attingere acqua e il suo interno è stretto, a malapena vi si può far scendere un paiolo con catena..

Possiamo far passare una parte di leggenda, per esempio riguardo l’utilizzo, ma il pozzo denominato “dei coltelli” è esistito veramente, ma era da tutt’altra parte.

Io sono forse uno dei pochi se non l’unico, che può portare una testimonianza attendibile in merito, quella del proprio padre che ebbe l’opportunità di scendere in quel pozzo. Lui mi raccontava spesso della sua avventura vissuta durante il periodo che lavorò al castello per alcuni anni, alle dipendenze di Riccardo Piccinini, l’ultimo proprietario privato. Costui effettuò diversi lavori di restauro durante i quali il pozzo fu murato definitivamente per motivi di sicurezza e venne lasciato solo l’ingresso alla segreta con una rampa di scale tuttora attivo.

Nel 1956 la famiglia Piccinini cedette il castello allo Stato.

I bobbiesi meno giovani si ricorderanno sicuramente di mio padre, Garbi Agostino chiamato più comunemente “Ernesto”, il giardiniere dipendente del Comune, colui che costruì i giardini della città attorno agli anni 60 sotto le direttive del Prof. Enrico Mandelli. Sempre in quel periodo il mio genitore venne assunto dalla Sovrintendenza ai monumenti di Parma-Bologna, come custode del Castello di Bobbio, ma torniamo alla nostra leggenda…

La Vera Storia.

Il pozzo dei coltelli si trovava nel lato est delle mura interne, il condotto scendeva nei sotterranei dell’attuale bastione a pianta circolare, spesso adibito a mostre. Di fianco al torrione, tramite una scaletta, era possibile entrare nella segreta attraverso una piccola porta (oggigiorno c’è un cancelletto) per poi scendere nel pozzo verso il basso, servendosi di un’altra scala circolare che scorreva lungo la parete, formata solo da gradoni di sasso in sbalzo infilati nel muro. Sulle pareti del condotto erano conficcate a scendere in modo orizzontale e molto sporgenti verso il centro, tante barre di ferro appuntite e affilate, su piani diversi e sfalcate tra loro. Cadere in quel baratro era come cadere in un tritacarne, prima di arrivare sul fondo, un corpo veniva ridotto a brandelli.

Si narra che venisse usato per giustiziare i nemici del Signorotto, ma anche per far sparire giovani donne rapite nelle valli circostanti per soddisfare i desideri dei castellani. Voglio precisare che mio padre, pur essendo sceso parecchio sulla scala, non riuscì ad arrivare sul fondo del pozzo in quanto la stessa era interrotta, alcuni gradini erano caduti, ma secondo lui, anche dall’eco prodotto da un sasso lasciato cadere, c’era da scendere ancora parecchio.

Il castello dopo il restauro

Il castello dopo il restauro

Qui interviene la leggenda dove si narra che il pozzo servisse anche come via di fuga in caso di assedio al castello e proprio dal fondo del condotto partiva una galleria che arrivava direttamente nella cripta della Chiesa di San Colombano. Viaggiando di fantasia si può pensare che in quella galleria ci siano ancora tesori (catene d’oro, gioielli etc.) lasciati cadere o smarriti durante qualche fuga frettolosa.

Osservando la vecchia foto qui pubblicata, è possibile notare come il complesso era ben diverso, molto più fosco di quello attuale, compreso il bastione circolare. A sinistra del mastio si notano le rovine della Torre del Vescovo (1015 ca.).

 

Il castello prima del restauro

Il castello prima del restauro

Spero che questa mia testimonianza sia servita per far chiarezza riguardo la leggenda sul “pozzo dei coltelli” e che la vera storia venga menzionata ai turisti in visita nella nostra città.

 

A cura di Luciano Garbi, Bobbio

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The True Story .

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Unione Sportiva Bobbiese: fino ai 100 anni

7th ottobre 2013

Foto, incontri e risultati: libro-almanacco per i cento anni della Bobbiese Calcio.

La pubblicazione è stata curata da Luigi Pasquali e Paolo Mozzi

BOBBIO – E’ stato presentato in questi giorni, nella sala conferenze del Centro culturale di Bobbio, il libro della storia dei 100 anni della Bobbiese calcio, a cura di Luigi Pasquali e Paolo Mozzi. Erano presenti il presidente della società, Massimiliano Scabini, l’assessore allo sport Valerio Fischetti, Roberto Pasquali assessore ed ex presidente della società, giocatori, allenatori e collaboratori, assente, Gigi Pasquali, l’artefice del volume.

La copertina del nuovo libro

La copertina del nuovo libro

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2013/07/11 – Statale 45, un’informazione corretta da un punto di vista geologico

6th ottobre 2013

Da La Trebbia n. 27 del 11 luglio 2013 

Nel caso di crolli la SS45 potrebbe essere interrotta per tempi molto lunghi e modificherebbe localmente il corso del Trebbia

Qualunque geologo familiare con l’Appennino settentrionale sa che la zona di Bobbio è certamente tra le più difficili da comprendere non soltanto nell’Appennino ma anche in tutte le catene montuose circum-mediterranee. La cosiddetta “finestra tettonica” conserva gelosamente gran parte dei suoi segreti e l’avvicinarsi al problema richiede una profonda preparazione scientifica.

La drammatica situazione della S.S.45 é certamente un risultato di questa complessità geologica ma i termini del problema sono in questo caso molto più semplici, limitati e di facile comprensione anche per un profano.

La Valle

La Valle

 

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