Il notiziario Bobbiese

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La Storia di Bobbio e delle famiglie bobbiesi di Giorgio Fiori

4th luglio 2017

Una considerazione per non mutare la nostra storia  

Un libro pieno di dimenticanze e auto incensamento

Ho tergiversato parecchio tempo prima di scrivere questa mia constatazione riguardante   i personaggi illustri di Bobbio elencati sul succitato libro. Già l’idea di volere elencare quelli viventi senza farli passare e sottoporli al giudizio della storia mi è sembrato alquanto bizzarra e strana, infatti è sembrata un elenco di persone simpatiche allo scrittore e null’altro, lasciando così gli altri personaggi ancora viventi in quello degli antipatici.

Giorgio Fiori si è dimenticato di molti personaggi altrettanto illustri: tra quelli scomparsi mancano il giudice Antonio Bellocchio con sentenze diventate poi guida per altri; il cancelliere Pietro Mozzi , poeta bobbiese  morto nel 1933, il suo omonimo nipote avvocato Pietro  molto amato dai bobbiesi e morto nel 2010; Italo Della Cella, ricordato in una lapide all’ingresso della casa comunale  e don Guido Migliavacca direttore per tanti anni de La Trebbia e scrittore. Va ricordato anche il prof. Enrico Mandelli che ha al suo attivo diverse pubblicazioni e uno studio sul nostro dialetto e il maestro e giornalista Gino Macellari  corrispondente della Liberà di Piacenza. Ma la mancanza che si nota di più e che stride è quella di Michele Tosi, studioso con diverse pubblicazioni che nel contesto nazionale ed internazionale era ritenuto a ragione uno dei più profondi ed attenti studiosi della storia medioevale e di San Colombano; archivista e paleografo di gran fama, fondò la rivista Archivum Bobiense, su cui sono apparsi approfonditi studi di eminenti studiosi italiani e stranieri e sulle grandi figure del monachesimo medioevale. Anche i maestri Antonio Lombardi e Luciano Bergamaschi vanno ricordati perché hanno saputo mantenere viva la tradizione del teatro dialettale bobbiese, come fa attualmente Alpegiani con la Familia Biubieiza. Ma come si può non apprezzare l’opera del Cav. Ludovico che per anni, con il suo caseificio, ha portato lavoro in tutta la vallata?

Tra le persone illustri viventi balza subito all’occhio la mancanza nell’elenco del giudice Costanzo Malchiodi che fu tra l’altro capo del GIP di Torino, dei cattedratici Flavio Nuvolone e Mario Pampanin, del dottore e naturalista Piero Mozzi, uno degli autori più venduti in Italia e conosciutissimo; dello scrittore Pier Luigi Troglio, delle giornaliste Irene  ed  Elisa Malacalza, nonché Patrizia Marchi, della scrittrice Violetta Bellocchio autrice di romanzi con  tiratura di gran lunga superiore a quella dell’invece citato padre Alberto,  della dimenticanza dell’avvocato Mario Mozzi e di Cristina Capra, del puntiglioso ricercatore Giovanni Magistretti, tra l’altro scopritore del percorso dell’antica strada degli Abati? Andrebbero inoltre ricordati il finanziere Vittorio Malacalza e l’imprenditore Marco Labirio che si preoccupa di portare lavoro nella nostra valle. Va ricordato anche il bravissimo giocatore Albino Cella e con tutto questo rimango certo che anch’io avrò dimenticato qualcuno.

Il titolo dell’opera però trae in inganno: le famiglie di Bobbio non sono solo quelle nobili ma ce ne sono molte di più; basta guardarsi intorno per vedere quanta altra bella gente c’è!  

Nel libro si parla giustamente di toponomastica e qui trovo disdicevoli le critiche che vengono fatte a Tosi, deceduto nel 1995, questione di buon gusto e sensibilità, ma di una cosa sono convinto che Tosi avesse ragione a collegare la parola dialettale “gadan” alla famiglia de Gadani, proprietaria di terre dalle parti di Lagobisione.  

Bisogna tener presente che anche nelle parole dialettali si scopre la nostra storia, il passaggio delle varie popolazioni sul nostri territori hanno lasciato una traccia indelebile. A scombussolare le carte sono stati i cartografi e gli storici poco attenti alla cultura locale. Esempi ne abbiamo moltissimi, vedi Cerpiano nato dalla parola dialettale «ens ar piàn», Sarmase « ens ar mèz»; Scorte  «ens curt» dimenticando che «curt» è la «curtis» medioevale nota istituzione territoriale amministrativa e il «mèz» era un’unità fondiaria alto-medioevale , questi alcuni esempi di errori.  

Anche Ceci deriverebbe da una storpiatura del vecchio nome «Ceuce» che appare sui vecchi documenti, infatti, leggendolo alla francese si pronuncia Seus  e in dieletto «Sös»; un altro vocabolo con l’influenza francese e che indica una nostra località è «Squera»   che non è altro della traduzione in francese della parola dialettale «schèra» (scala); a conferma di questo è il fatto che la continuazione di questo sentiero che porta alla vetta del Penice viene denominato «e scarèt»: è la parte che inizia da Santa Maria e che si inerpica verso il santuario.  

E veniamo alle vie di Bobbio, premettendo che non è mai il popolo a sbagliare i nomi perché il dialetto può evolversi, ma non viene mai storpiato; gli errori nascono quando si dimentica o quando non si vuole considerare la storia racchiusa nella nostra parlata. Infatti «u rì müt» lo hanno fatto diventare “romito”, che è uno stravolgimento radicale. La commissione comunale per la toponomastica ci ha regalato “un romito, un eremita”, quando noi credevamo di doverci accontentare di un «rio muto», inoltre “a strèta di Parvé” è stato denominato vicolo dei Peveri, quando a nostro avviso, il nome deriverebbe dalla parola francese “Parvis” che significa sagrato, via che porta al sagrato, alle case che erano proprietà della chiesa di San Colombano. Questa parola avrebbe dato origine a Parvé  da cui la penultima denominazione «vicolo dei Parvieri».

Tutto questo la commissione comunale di toponomastica avrebbe dovuto saperlo…

A volte per risolvere i problemi di Bobbio si interpellano persone che bobbiesi non sono e che non conoscono la nostra storia.

Molte volte non sono solo i documenti scritti ad insegnare la storia di un popolo, la vera storia è quella vissuta giorno per giorno e basterebbe guardarci attorno e ascoltare con umiltà e chiedendosi sempre il perché dei vari nomi. Molte volte il vernacolo docet!

 

Uno dei tanti sedicenti studiosi bobbiesi  Gigi Pasquali

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1958/10/04 – La «vera» del pozzo di San Colombano

22nd maggio 2014

Da La Trebbia del 4 ottobre 1958 di Gino Macellari

Testimonia la bi millenaria vita della nostra città

L’insigne reperto archeologico è stato provvisoriamente collocato nel giardino di Santa Fara a cura della Pro Loco – Un diploma del re longobardo Agilulfo del 599 accenna alla fonte da cui proviene la «vera» 

Dall’angolo riposto e indegno nel quale si trovava fino a pochi giorni orsono, è stata riportata all’aperto e opportunamente sistemata (anche se provvisoriamente) in in’aiuola del giardino di piazza Santa Fara, la famosa «vera» del pozzo antichissimo che servì alla popolazione ed ai monaci del convento di San Colombano. La cittadinanza ha così potuto ammirare il pezzo archeologico che testimonia dell’antichità di Bobbio.

Sarà bene riassumere la storia di questa pietra e parallelamente quella di alcune tra le più note vicende bobbiesi, per spiegare l’importanza di questo blocco di marmo definito da insigni studiosi, un vero «monumento».

Nel 599, con decreto proprio, il re Agilulfo donava a San Colombano il diritto di abitare in Bobbio e di possedere, in una, con la basilica antica di San Pietro, il territorio attorno alla città, per quattro miglia. Il sunto di tale disposto reale, è generalmente noto come «diploma di Agilulfo» di ormai acquisita autenticità, è visibile sul frontone dell’arco che conclude la parte finale del paradiso interno del convento (attuale adiacenza all’ingresso dell’Istituto Magistrale). Sotto il busto del re longobardo corre un’iscrizione latina datata 1725, con la quale i monaci del convento ricordavano il grande beneficio accordato a San Colombano nel 599.

Il pozzo

La meta del pozzo rimasta di pertinenza al monastero

Nell’atto di donazione era compresa la descrizione di una fonte situata nel muro che divideva appunto  le ragioni dell’abbazia da  quelle della popolazione o meglio da quelle del duca longobardo Sondrarit favorito del re, espressamente nominato nel documento. A lui il re doveva certamente grandi riguardi; possiamo anzi dire che il monarca dovette tener conto della situazione parecchio complessa rappresentata dalle esigenze della popolazione e dei numerosi rappresentanti regali più o meno importanti e dall’altra parte riconoscere l’immenso aiuto recatogli dal Santo irlandese nella controversia detta «dei tre capitoli». Le parole che indicano la fonte sono «praeter tantam mediatatem putei» (ad eccezione della metà del pozzo). Con tale clausola la popolazione poteva attingere acqua dalla metà del pozzo situato nel corpo del muro di cinta del convento, precisamente nella piazzetta di S. Lorenzo, in posizione ancora rilevabile facilmente, dato il breve tempo trascorso da quando il pozzo stesso fu rimosso (1933).

Il pozzo

La meta del pozzo a disposizione dei cittadini

L’imboccatura del pozzo era formata da quella stessa «vera» marmorea esposta in piazza S. Fara. Essa indiscutibilmente prova la preesistenza di abitanti bobbiesi nell’era pre-cristiana. Già il diploma di Agilulfo riporta automaticamente a ritroso di diversi secoli l’inizio delle prime vicende bobbiesi in quanto, menziona attività e poteri di ufficiali e messi e conti di sua emanazione, ma certamente sostitutivi di precedenti. L’esistenza della «basilica» di S. Pietro sulle rovine della quale S.Colombano edificò la nuova sua chiesa, dice chiaramente come fosse importante la zona, ché altrimenti non si sa a che a che possa aver servito una basilica, termine di per sé imponente.

Nel diploma vengono detti «colti e  incolti»i terreni da assegnarsi alla comunità religiosa ed è ancora un segno nonché della vita, della operosità della popolazione bobbiese.

È soprattutto però il pezzo di marmo della fonte, che rimanda indietro di comunità. È un masso, un pezzo unico di marmo, che posto in piedi, ha forma pressoché cubica, con queste precise dimensioni: base inferiore quadrata di cm. 75 di lato, base superiore di cm. 89 perché da un lato corre uno sbalzo-cornice di cm. 20 verso il basso; l’altezza del pozzo è di cm. 58.  Visto dall’alto il blocco presenta una faccia quasi quadrata (cm. 88 per 75) e completamente aperta con meraviglioso lavoro di scavo  fino ai bordi che misurano rispettivamente cm. 18, 15, 9, 7, rispetto ai lati.

La pietra formava, come si è detto, l’imboccatura del pozzo più antico della città e non essendo stato mai impiegate carrucole né argani, vi si attingeva acqua a mezzo delle braccia, cioè strisciando la corda sull’orlo della pietra stessa. Le scanalature che vi si osservano sono profondissime una di esse giunge fin quasi alla metà dell’altezza. Le scanalature sono numerose anche se non tutte della medesima profondità. Ciò che aumenta poi la meraviglia dell’osservatore è il fatto che dalla parte opposta esistono altri segni simili così che inevitabilmente ne deriva che la pietra fu anche capovolta e usata in modo uguale dalle due parti. Ora, tante e così profonde incisioni in un sasso di tale durezza, non possono essere state prodotte che da un logorio di secoli e secoli per cui non è più azzardato dire che le terre bobbiesi erano abitate anche duemila anni or sono (calcolo approssimativo che fece nel 1855 il celebre archeologo P. Adriani) ciò che appunto rimanda a quel 218 avanti Cristo in cui i romani fondarono Piacenza.

Il pozzo venne completamente rimosso nella primavera del 1933 durante i lavori di risanamento del centro cittadino, voluto dal podestà di allora, geom. Antonio Renati. Il muro di cintadell’ex convento, correva dall’edificio dell’albergo Barone per tutta la lunghezza della via  cosiddetta del Pozzo fin contro la sacrestia della chiesa di S. Lorenzo, con la quale formava un vicolo strettissimo, largo poco più di un metro e lungo 20 metri; proprio alla fine di detto vicolo, in angolo rispetto alla piazzetta di S. Lorenzo, esisteva il pozzo da cui fu cavata la «vera». Il muro era alto in media, 6 metri e presentava pericolo serio per caduta di sassi, non più trattenuti dalla calce, era nero per antica usura, aveva andamento irregolare; la strettoia che formava con le case di fronte impediva la normale comunicazione tra la parte alta e la parte bassa della città, nonché il naturale invito ai forestieri che desideravano visitare il più grande monumento bobbiese, la basilica di S. Colombano.

La consulta municipale, (membri i sigg. Paolo Cella, Giovanni Davico ed Ernesto Elba, presidente Renati) nella seduta del 14 marzo 1933, aveva approvato il progetto dei lavori presentato dal geom. Agostino Piazzi. La pratica  era stata nel frattempo perfezionata poiché occorrevano le approvazioni delle autorità ecclesiastiche e quella dei benefici vacanti. I lavori vennero iniziati il 1° aprile 1933 e terminarono il 29 dello stesso mese con la spesa di L. 18 mila 260. In omaggio ai tempi correnti la nuova via fu chiamata dell’«Impero» ed aveva effettivamente risposto alle aspettative. Nel dicembre del 1955 infine veniva abbattuto completamente il muro di divisione fra la città ed il convento, ciò che poneva la basilica ed il bellissimo colonnato a diretto contatto con la vita cittadina.

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1938/03/06 – Bobbio Autarchica

22nd maggio 2014

La Società Mineraria Val Trebbia con sede in Milano, ha iniziato un complesso lavoro nella nostra vallata per l’estrazione e la

lavorazione del “Talco”.

In comune di Cerignale sono individuate tre cave: una è in attività; vi sono addetti vari operai e la pietra estratta in abbondanza è riconosciuta ottima.

A Bobbio, in via Circonvallazione, si prepara lo stabilimento per frangere e macerare la pietra.

Entro il corrente mese saranno impiantati nello stabilimento, ampio, areato, comodo per l’accesso della strada aziendale e per il movimento del lavoro, i frantoi ed i mulini.

Il Rag. Brunetti, Delegato della Società, nutre le migliori speranze per il successo dell’iniziativa.

Il Podestà Renati, ha dato e dà tutto il suo appoggio per facilitare in Bobbio il compito della Società.

Quando gli eccezionali macchinari romberanno e la polvere “autarchica” fiorirà di sotto le potenti macine, parleremo ancora ed in termini tecnici e con rapporti economici dell’importante lavorazione.

NDA: La lavorazione è iniziata sabato 23 aprile 1938,

art. de La Scure del 27/4/1938, a pag.3

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2009/10/29 – 150 anni fa veniva sciolta la Provincia di Bobbio

22nd maggio 2014

Da La Trebbia del 29 ottobre 2009

Istituita nel 1743 con il Trattato di Worms, comprendeva un vasto territorio del Regno di Sardegna. Il 23 ottobre 1859 il territorio, sotto Pavia, diviene circondario fino allo smembramento del 1923.

La storia della provincia inizia con la fine della guerra di successione austriaca, infatti Bobbio, fino allora Contea dei Dal Verme con il suo territorio, entra a far parte del Regno di Sardegna lasciando l’ex Ducato di Milano austriaco, e lo Stato Sabaudo la eleverà a capoluogo di provincia fino alla costituzione del Regno d’Italia.

A seguito del Trattato di Worms del 13 settembre 1743, confermato con la Pace di Aquisgrana del 18 ottobre 1748, avveniva l’alleanza antifrancese dei Savoia con Maria Teresa d’Austria e l’Inghilterra nella guerra di successione austriaca.

Per concessione dell’Austria le autorità sabaude dopo la guerra, unirono l’Oltrepò, con il Vogherese, il Bobbiese e feudi adiacenti (Siccomario, Langhe Malaspiniane e Feudi Vermeschi) in una nuova Provincia con capoluogo Voghera, nonostante l’istituzione della provincia di Bobbio nel 1743, ma che fu effettiva formalmente solo in seguito.

La provincia venne creata sommando i territori dei Feudi dei Dal Verme, dell’antica Contea di Bobbio con Corte Brugnatella, con le Langhe Vermesche e le Signorie dei marchesati dei Malaspina, fra i quali i Feudi di Varzi, Godiasco e Oramala, con i Feudi di Fortunago, Cecima e Bagnaria ed altri, che furono separati da Voghera e costituirono la nuova provincia di Bobbio.

 

Essa fu poi smembrata dalla Francia napoleonica fra il 1797 ed il 1803 ed inserita nel Dipartimento di Marengo (Alessandria), mentre nel 1805 è inserita nella Repubblica Ligure sotto il Dipartimento di Genova.

Tra il 1797 ed il 1814 Bobbio diviene Circondario (arrondissement francese) data l’abolizione delle province e verranno inseriti buona parte dei Feudi imperiali liguri aboliti effettivamente nel 1798, come il contado di Ottone (con i comuni di Cerignale, Fascia, Fontanigorda, Gorreto, Rondanina, Rovegno e Zerba) che era nel Dipartimento dei Monti Liguri Occidentali che comprendeva tutta l’alta Val Trebbia da Ponte Organasco e Carrega Ligure in Val Borbera e la Val Boreca. Nel 1815, dopo la caduta di Napoleone, rinasce nuovamente la provincia di Bobbio con il medesimo territorio.

Piantina

Con la riforma amministrativa del 1818 vi è una modifica territoriale, con la perdita dei comuni di Borgoratto, Cecima, Godiasco, Mentesegala, Pizzocorno e Staghiglione che passano nella provincia di Voghera; ma fu inclusa sempre nella Divisione di Genova del Ducato Ligure sotto il Regno di Sardergna. Dal 1848 la provincia di Bobbio venne staccata dalla Divisione di Genova e aggregata provvisoriamente alla Divisione di Alessandria, ma dipese sempre da Genova. Nel 1859 con Regio Decreto n. 3702 del 23 ottobre 1859 – Decreto Rattazzi venne inclusa nella provincia di Pavia e ridiventa Circondario (effettivo dal 1861), poi nel 1923 i comuni del Circondario vengono divisi tra le province di Pavia, Piacenza e Genova. Nel 1925 i comuni piacentini di Romagnese, Ruino, Valverde e Zavattarello ritornano in provincia di Pavia.

La Provincia di Bobbio

La Provincia di Bobbio (ab. 36.906 nel 1814) era divisa in quattro Mandamenti: Bobbio (ab. 7.723), Ottone (ab. 10.691), Varzi (ab. 7.581) e Zavattarello (10.914). Il comune più popoloso era il capoluogo Bobbio (ab. 3.475 nel 1814, ab. 3.743 nel 1839).

I comuni in totale dopo il 1814 erano 27, ma furono 44 i comuni (con popolazione del 1814 e quelli del 1839* che fecero parte della provincia di Bobbio in anni diversi, alcuni vennero soppressi altri ripristinati, altri passarono ad altre province ed altri furono di nuova costituzione: Bagnaria o Bagnara (ab. 778) (ab.713*), Bobbio (ab. 3.475) (ab. 3.743*), Borgoratto Mormorolo (ab. 820), Caminata (ab. 930) (ab. 652*) Cecima (ab. 824), Cella di Bobbio (con castellaro di Varzi e Casale, Cegni, Cignolo e Negruzzo di Santa Margherita) (ab. 1.444) (1.610*), Carignale (ab. 1.050) (a. 1.005*), Corte Brunatella (ab. 697) (ab.745*), Fascia (ab. 627*), Fontanigorda (ab. 1.338*), Fortunago(ab. 872) (ab.802*), Godiasco (con San Giovanni Piumesana) (ab. 2.210), Gorreto (ab. 773) (ab. 875*), Gravanago (manca), Groppo (manca) (nel 1818 assieme a Godiasco, nel 1929 venne aggregato al comune di Pozzolo, costituendo l’attuale Pozzol Groppo (AL)), Menconico (con San Pietro Casasco più Caro Bosmenso di Varzi) (ab. 1021) (ab. 1132*), Monsacco (manca), Monforte (manca), Montepicco (manca), Montesegale (ab.800), Nivione (con Selva di Varzi) (manca), Oramala (con Quarti) (manca), Ottone (ab. 2.759) (ab. 4.270*), Pietra Gavina (con Casa Cabano, Casa Fiori, Cascina Torretta, Santa Cristina di Varzi) (ab. 528) (ab. 467*), Pizzocorno (ab. 896), Pragola (ab. 1.759) (ab. 1.817*), Rocca Susella (manca), Romagnese (ab. 1947) (ab. 1.822*), Rondanina (ab. Ab. 627*), Rovegno (ab. 2.160) (ab. 2.386*), Ruino (ab. 999) (ab. 955*), Sagliano di Bobbio (ab. 476*), Santa Margherita di Bobbio (ab. 583) (ab. 599*), San Ponzo (manca), Staghiglione (con Stefanago di Borgo Priolo) (ab. 1.251), Torre d’Albera (manca), Trebbiano (manca), Trebecco (ab. 376*), Val di Nizza (ab. 1.177) (ab.1.129*), Valverde (ab. 1.381) (ab.900)*, Varzi (ab. 1934) (ab. 2.045*), Zavattarello (ab. 1.648) (ab. 1.729*), Zerba (ab. 2.190) (1.275*).

Nota: il numero degli abitanti con asterisco (*) sono del 1839 gli altri del 1814

Gian Luca Libretti

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2013/10/20 – La Leggenda del Pozzo dei Coltelli a Bobbio

28th ottobre 2013

E’ mio desiderio fare chiarezza e smentire quello che è stato detto durante la trasmissione di Orizzonti andata in onda su Rai Uno il 19 ottobre 2013. Il giornalista, (non ricordo il nome), ha menzionato che la leggenda sul pozzo dei coltelli nel Castello Malaspiniano di Bobbio, riguarderebbe il vecchio pozzo situato nella parte nord-ovest del mastio, sul terrazzone sopra al ponte levatoio dell’ingresso principale.

Non è Vero! Questi non è altro che un piccolissimo pozzo profondo una quindicina di metri, che serviva per attingere acqua e il suo interno è stretto, a malapena vi si può far scendere un paiolo con catena..

Possiamo far passare una parte di leggenda, per esempio riguardo l’utilizzo, ma il pozzo denominato “dei coltelli” è esistito veramente, ma era da tutt’altra parte.

Io sono forse uno dei pochi se non l’unico, che può portare una testimonianza attendibile in merito, quella del proprio padre che ebbe l’opportunità di scendere in quel pozzo. Lui mi raccontava spesso della sua avventura vissuta durante il periodo che lavorò al castello per alcuni anni, alle dipendenze di Riccardo Piccinini, l’ultimo proprietario privato. Costui effettuò diversi lavori di restauro durante i quali il pozzo fu murato definitivamente per motivi di sicurezza e venne lasciato solo l’ingresso alla segreta con una rampa di scale tuttora attivo.

Nel 1956 la famiglia Piccinini cedette il castello allo Stato.

I bobbiesi meno giovani si ricorderanno sicuramente di mio padre, Garbi Agostino chiamato più comunemente “Ernesto”, il giardiniere dipendente del Comune, colui che costruì i giardini della città attorno agli anni 60 sotto le direttive del Prof. Enrico Mandelli. Sempre in quel periodo il mio genitore venne assunto dalla Sovrintendenza ai monumenti di Parma-Bologna, come custode del Castello di Bobbio, ma torniamo alla nostra leggenda…

La Vera Storia.

Il pozzo dei coltelli si trovava nel lato est delle mura interne, il condotto scendeva nei sotterranei dell’attuale bastione a pianta circolare, spesso adibito a mostre. Di fianco al torrione, tramite una scaletta, era possibile entrare nella segreta attraverso una piccola porta (oggigiorno c’è un cancelletto) per poi scendere nel pozzo verso il basso, servendosi di un’altra scala circolare che scorreva lungo la parete, formata solo da gradoni di sasso in sbalzo infilati nel muro. Sulle pareti del condotto erano conficcate a scendere in modo orizzontale e molto sporgenti verso il centro, tante barre di ferro appuntite e affilate, su piani diversi e sfalcate tra loro. Cadere in quel baratro era come cadere in un tritacarne, prima di arrivare sul fondo, un corpo veniva ridotto a brandelli.

Si narra che venisse usato per giustiziare i nemici del Signorotto, ma anche per far sparire giovani donne rapite nelle valli circostanti per soddisfare i desideri dei castellani. Voglio precisare che mio padre, pur essendo sceso parecchio sulla scala, non riuscì ad arrivare sul fondo del pozzo in quanto la stessa era interrotta, alcuni gradini erano caduti, ma secondo lui, anche dall’eco prodotto da un sasso lasciato cadere, c’era da scendere ancora parecchio.

Il castello dopo il restauro

Il castello dopo il restauro

Qui interviene la leggenda dove si narra che il pozzo servisse anche come via di fuga in caso di assedio al castello e proprio dal fondo del condotto partiva una galleria che arrivava direttamente nella cripta della Chiesa di San Colombano. Viaggiando di fantasia si può pensare che in quella galleria ci siano ancora tesori (catene d’oro, gioielli etc.) lasciati cadere o smarriti durante qualche fuga frettolosa.

Osservando la vecchia foto qui pubblicata, è possibile notare come il complesso era ben diverso, molto più fosco di quello attuale, compreso il bastione circolare. A sinistra del mastio si notano le rovine della Torre del Vescovo (1015 ca.).

 

Il castello prima del restauro

Il castello prima del restauro

Spero che questa mia testimonianza sia servita per far chiarezza riguardo la leggenda sul “pozzo dei coltelli” e che la vera storia venga menzionata ai turisti in visita nella nostra città.

 

A cura di Luciano Garbi, Bobbio

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The True Story .

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Unione Sportiva Bobbiese: fino ai 100 anni

7th ottobre 2013

Foto, incontri e risultati: libro-almanacco per i cento anni della Bobbiese Calcio.

La pubblicazione è stata curata da Luigi Pasquali e Paolo Mozzi

BOBBIO – E’ stato presentato in questi giorni, nella sala conferenze del Centro culturale di Bobbio, il libro della storia dei 100 anni della Bobbiese calcio, a cura di Luigi Pasquali e Paolo Mozzi. Erano presenti il presidente della società, Massimiliano Scabini, l’assessore allo sport Valerio Fischetti, Roberto Pasquali assessore ed ex presidente della società, giocatori, allenatori e collaboratori, assente, Gigi Pasquali, l’artefice del volume.

La copertina del nuovo libro

La copertina del nuovo libro

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2013/07/11 – Statale 45, un’informazione corretta da un punto di vista geologico

6th ottobre 2013

Da La Trebbia n. 27 del 11 luglio 2013 

Nel caso di crolli la SS45 potrebbe essere interrotta per tempi molto lunghi e modificherebbe localmente il corso del Trebbia

Qualunque geologo familiare con l’Appennino settentrionale sa che la zona di Bobbio è certamente tra le più difficili da comprendere non soltanto nell’Appennino ma anche in tutte le catene montuose circum-mediterranee. La cosiddetta “finestra tettonica” conserva gelosamente gran parte dei suoi segreti e l’avvicinarsi al problema richiede una profonda preparazione scientifica.

La drammatica situazione della S.S.45 é certamente un risultato di questa complessità geologica ma i termini del problema sono in questo caso molto più semplici, limitati e di facile comprensione anche per un profano.

La Valle

La Valle

 

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1956/10/13 – Sono tutte in lutto le famiglie di Cattaragna

6th ottobre 2013

Da la Trebbia del 13 ottobre 1956

La povera gente del villaggio più colpito dalla catastrofe chiede di essere

Aiutata a colmare il vuoto pauroso lasciato dalle cinque vittime

Il camion della morte ha lasciato dietro di sé una lugubre scia di pianto. Lassù nei casolari sparsi sulle pendici della pittoresca, ma povera valle dell’Aveto le donne non hanno più lacrime, i robusti montanari si aggirano muti per i viottoli fangosi con le tracce dell’angoscia disegnate sui ruvidi volti. In un paesino soprattutto sembra che il dolore abbia voluto insediarsi come un’ombra funerea salita dal tragico ponte di rio Buffalora. Cinque bare sono salite sono salite lassù, portate a spalla dagli abitanti per l’erto sentiero che si erpica fra le rocce fino a ottocento metri ove si adagia in una stretta conca il più piccolo, il più povero villaggio della zona, Cattaragna: poche case di pietra tutte unite intorno alla chiesa, intorno ad un piccolo cimitero appiccato, no si sa come, sul piano fortemente inclinato del ripido versante.

 I feretri sul sagrato a Catteragna

I feretri sul sagrato a Catteragna

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1956/10/13 – L’ immane sciagura del rio Boffalora

6th ottobre 2013

Da La Trebbia del sabato 13 ottobre 1956

LA VAL TREBBIA E LA VAL D’AVETO IN LUTTO

Come’è avvenuto il salto del “camion della morte” nel greto roccioso del fiume – L’impressionate spettacolo visto dai primi soccorritori – Il pianto dei montanari dietro le dodici bare funerate solennemente lunedì scorso nella nostra città

I rottami del camion in loc. Boffalora

I rottami del camion in loc. Boffalora

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1985/11/02 – Bobbio nella bufera della Grande Guerra

25th ottobre 2012

Dalla Libertà del 2 novembre 1985

IL 4 NOVEMBRE È UNA DATA CHE NON SI CANCELLA

Nel primo conflitto mondiale il piccolo capoluogo della Valtrebbia pagò un alto contributo di sangue: 104 caduti (senza contare feriti mutilati e dispersi) – Le cronache d’epoca dei settimanali «La Trebbia» e «Il Penice» rievocano la partecipazione, i sacrifici e gli slanci patriottici della Popolazione agli eventi bellici – Decorazioni per ufficiali e soldati – Destino di un nome: Pierino Castagna – La Vittoria e la ricostruzione.

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