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Il Centenario della scoperta

6th maggio 2006

Da La Trebbia del 28 Gennaio 1923
In uno degli ultimi fascicoli della Rivista di Bergamo il dott. Gervasoni ricordava la ricorrenza del centenario della scoperta del «De Repubblica» di Cicerone fatta da Mons. Angelo Mai. Il Mai la cui fama s’era già diffusa anche all’estero per le sue mirabili scoperte, passato agli ultimi di ottobre del 1819 dalla sua carica di Prefetto della Ambrosiana di Milano, a quella di Prefetto della Vaticana, s’era dato subito, nella nuova sede, a continuare le sue ricerche. E quasi subito gli venne fra le mani un grosso volume membranaceo del sec.X proveniente dal Monastero di Bobbio, e contenente dei lunghi commenti di S. Agostino ai salmi. Egli intravvide sotto alla minuta scrittura medioevale alcuni resti di lettere bellissime grandi e quadrate di non dubbia antichità.
Cominciò allora, con la spugnetta intinta nell’acido fornito dalla noce di galla, a riuscitare ed a rinforzare i residue ferruginosi dell’antico inchiostro, raschiato per sovrapporvi un’altra scrittura, e pervenne finalmente con grande sua gioia a leggere in una pagina il nome di M.Tullio Cicerone e poco dopo il titolo De Repubblica. Allora mandò a prendere all’Ambrosiana un codice membranaceo e proveniente dallo stesso Monastero di Bobbio che egli ricordava di avervi visto e con grande pazienza andò, col suo solito ed infallibile sistema, resuscitando i morti e nascosti caratteri, rilevando tutto quanto era possibile rilevare dell’opera di Cicerone. Enorme fatica durò a riordinare le pagine che l’emanuense, trascrivendole, aveva mutate d’ordine lasciando parecchie e gravi lacune; e quando dopo un lavoro proseguito con grande amore e con intelligente cura, fu ben certo di poter donare al mondo gran parte dell’opera, ormai per sempre rimpianta perduta, lanciò la notizia che fu salutata con entusiasmo e ispirò al Leopardi una delle sue più belle liriche.

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La strada del Penice dal valico alla vetta

6th maggio 2006

Da La Trebbia del 26 Giugno 1921

Escursione degli studenti Pavesi al Penice
La nuova strada dal valico alla vetta

Anche quest’anno, e precisamente domenica 12 corr. per opera dell’egregio Prof. Ernesto Mancinelli, che è innamorato dei nostri monti, ebbe luogo l’escursione al Penice degli alunni delle Regie Scuole di Pavia e di Bobbio. Colla scolaresca e cogli insegnanti intervenne anche il R° Provveditore agli Studi di Pavia, Comm. Giorgio Rossi.
I gitanti delle diverse plaghe si incontrarono al valico e di là proseguendo unitamente raggiunsero la vetta. Il cielo, sgombro da nubi nella mattinata, permise di goder il grandioso spettacolo della corona delle Alpi.
Il servizio religioso fu prestato dal C.co Gaudenzio Bisetti, il quale durante la santa messa, prendendo occasione del racconto evangelico, che Gesù salito sulla nave di pietro di là ammaestrava le turbe, parlò del primato religioso del Romano Pontefice, citando anche la famosa terzina del divino Poeta:
Avete il vecchio e il nuovo Testamento
E il Pastor della Chiesa che vi guida
Questo vi basti a vostro salvamento.
Due particolarità: Una ragazzetta stette digiuna sino a mezzodì per ricevere la S.S.Comunione. Uno studente universitario d’ingegneria chiese se vi fossero sul Penice rarità artistiche od archeologiche, ed essendogli stato risposto non esservi di bello lassù altro che il panorama e la fede, egli soggiunse:«Quando c’è la fede c’è tutto».
I gitanti videro con sorpresa e con gioia la nuova strada che dal Ricovero al passo del Penice conduce al Santuario.
Non è ancora un anno dacché fu principiata ed eccola ora aperta in tutta la sua lunghezza (di 4 km), larga in media due metri e mezzo, e comodissima, perché sono rare e brevi le pendenze maggiori del 7 ed 8 %..
E c’è di più che, gentilmente fornite dal Prof. Galliani, direttore della Cattedra di Agricoltura, belle piante di pini e abeti furono già messe ai lati di buona parte della strada, ed hanno già attecchito.
La strada pertanto offre agevolezze alla salita sin da essere praticabile alle vetture, nonché a carretti e camions, con cui si trasporterà in vetta il materiale mancante per costruirvi un santuario più vasto e degno della viva e larga pietà dei divoti verso la cara Madonna del penice.
E perché non dire ora possibile lassù la costruzione di un albergo per ospitare chi ha vaghezza o bisogno di vivere un poco in quell’aria purissima?
Non è forse così di tanti altri santuari? Inoltre si è riparata pure la scorciatoia che prendono i Varzesi dal Ricovero Piazza (per una spesa di circa 700 lire) ed essi certo se ne mostreranno lieti e generosi, perché quella che era ormai un fosso, ora è una strada larga due metri, e anch’essa con piantagione di pini.
E la spesa totale?
Si è aperto un debito non piccolo, che toccherà le dodici mila lire: ma S.E. Mons. Vescovo nostro, che approvò di buon grado l’opera bella, e il Can.Teol. Carlo Muzio, che ebbe da Lui l’incarico di sovraintendere l’esecuzione, fanno sicuro assegnamento su larghe offerte speciali . Difatti se ne sono avute già da Bobbio e Varzi, e ne giunsero pure di cospicue dall’America: le quali tutte verranno pubblicate in un prossimo della Trebbia e scritte poi in un albo d’onore da figurare nel Santuario stesso accanto al nome pure dei proprietari del terreno, ove passa la strada; i quali lo hanno concesso gratuitamente.
I turisti ebbero parole di alto meritato encomio per S.E.Rev.ma Mons. Pietro Calchi Novati nostro Vescovo, e pel C.co Teol. Carlo Muzio, che hanno ideato e in meno di un anno effettuato una così ardita e geniale impresa.

Da La Trebbia del 16 ottobre 1921

LA STRADA
del Santuario del Penice

Essa ha già avuto l’onore di essere percorsa da un automobile quello di Felice Scuarzini di Genova e da un camions; è inghiaiata, e per ora si può dire ultimata. Ma la spesa oggi ha raggiunto le venticinquemila lire.
Ricordiamo, per chi nol sapesse, che l’anno scorso l’Amministrazione del Santuario, oltre alle spese ordinate fece costruito il portico nuovo, che portò una spesa di 8000 lire; il resto del fondo cassa S.E. R.ma il nostro Vescovo, lo diede per la nuova strada: e così in tutto 10.000.
Inoltre si sono avute le seguenti offerte private già pubblicate in parte.
Avv. Italo Della Cella L.100; Can.co D. Carlo Muzio L. 25; Can.co D. Luigi Melegani L. 30; Can.co D. Gaudenzio Bisetti L. 25; Sig. Cesare Gualazzini di Cremona L. 15; Sig.ra Ferragni L. 5; E.M.A nell’anniversario del figlio L. 5; C.D.L.Melegari altro L. 19; C. Vincenzo Tassi L. 28; D. Carlo Galli arcip. Mezzano L. 25; Malacalza Ger. Vaccarezza L. 20; Caprile Bart. Genova L. 5; Casaccia Gius e amici Genova L. 10; Avv. Manara L. 100; Sig. Bellocchio L. 40; Sig.ra Carmarino ved.va Bononnomi le figliuole prof. Amalia L. 30; Maria Muzio oltre L. 1075; Cav. Brucellaria Gius. E cugina Giac.a Lopez L. 50; Carloni Gerolamo L. 14; Offerte raccolte a New Jork dal sig. Emilio Ballerini industriale L. 1530; Date dagli infrascotti in dollari. V.Kario 0,50; signor Manna 0,50; sig.ra Maria Doldin 1; sig.ra Lizzie Pancrazi 1; sig. Pietro Gussi 1; sig.a Anna Bellocchio ved. Malugani 3; sig.na Gina Malugani 2; sig.na Pierina Malugani 2; Sig.na Lena Malugani 2; sig. e sig.ra Garibaldi Malugani 2; sig. Joe Cella 1; signor S. Manna 0,25; sig. J. Ciaglia 0,25; sig. Ernest Marubbio 1; sig. Johon Marubbio 1; sig. A.J, Ballerini 1; sig. Ray Ballerini 1; sig. Rose Montefrede 1; Famiglia Bellocchio 1; sig. Pietro Casartelli 0,50; sig. Giovanni Bellocchio 2; sig. Louis Bricca 1; sig. Alfred Bricca 1; sig.a Gazzola 1; sig. Toni Borrè 2; sig. e signora Arturo Malugani 2; A. Lombardi 1; sig. e sig.a A. Ballerini 2; sig.a Pellegrini Malatesta 1; sig.a Maggie Zurla 1; sig.Emilio Ballerini 5; sig. Clarecie Ballerini 1; sig. Giacomo Barbagelata 1; sig.na Evelyn Zerbarini 0,50; sig.na Jennie Zerbarini 0,50; sig. Carlo Zerbarini 2; sog.a Virginia Zerbarini in Barbagelata 1; sig. A.C. Collora 0,50; sig. Nick Collora 0,50; sig.a Mary C. Piccardi 1; sig.a Pauline Jordan 1; sig. Gus Wolf 1; sig. Gaetano Mozzi 1; sig. Battista mozzi 1; sig. Frank Ballerini 2; sig.Josephine Wolf 1; sig. Cataldo Dinolfo 1; sig. Luise Rovegno 1; sig. Rose Basso 0,50; ….Kraus 50; sig.a Anna Bonardi 1; ….Isola 1; sig. J.A. Mc Carthy 1; Eleanor Allono 1; Maria Arrigoni 2; sig. Vincenzo Pasquale 0,50; Totale dollari 66.50.
E cos’, tra le offerte private e il sussidio concesso da S.E. Mons. Vescovo sull’avanzo d’amministrazione al Santuario in due volte si sono erogate sul costo della strada L. 8700.
Ma, come ognuno vede, è ancora ingente il debito che resta a colmarsi: e quanto più presto verrà appianato si parlerà non solo di restauri al santuario, ma di una nuova chiesa, proporzionata all’affluenza dei devoti e più degna della nostra cara Madonna del Penice.
Ed anzi chi spinse innanzi, quasi temerariamente l’esecuzione della strada rotabile fu anzitutto sollecitato dal sogno di un bel tempio nuovo, lassù quando è possibile trasportarvi i materiali da costruzione, dunque coraggio e generosità, o divoti Bobbiesi e Varzesi, e forestieri dilettanti del nostro bel Monte, residenti qui o in America. La protezione della SS.ma Vergine non vi farà rimpiangere le vostre offerte.

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Il primo acquedotto bobbiese

6th maggio 2006

RISALE AI FRATI


Da La Trebbia del 3 Aprile 1921
ANTICHITÀ BOBBIESI
Era noto (quantunque la Monografia di Bobbio dei Daniele Bertacchi non ne faccia alcun cenno) che esisteva anticamente in Bobbio una conduttura di terra cotta per acqua potabile collocata e sfruttata dai frati del Cenobio di S. Colombano in un’epoca imprecisata, ma certo non recente.
Tale conduttura (dicevasi) partiva dalla fonte di S. Colombano in quel di santa Maria e scendeva a Bobbio entrando direttamente nel convento.
Or qua or là, qualche tubo era venuto alla luce, durante i lavori agricoli, ma era stato tosto impiegato per scolo lavandino o per conduttura di mosto dal paino terreno alla cantina o per altre consimili o più poetiche funzioni.
Ma finora nulla risultava di concreto che precisasse l’esistenza della conduttura; erano dei “si dice”: prova ne sia il silenzio della sopra citata Monografia che pure, in ogni sua parte, è un bellissimo e completo studio.
E forse anche ora sarebbe passata sotto silenzio la scoperta che sto per manifestare, se personalmente, appena avuto sentore, non mi fossi recato sul posto e non avessi disposto per raccogliere e conservare i pezzi di tubatura venuti alla luce segnalandone quindi la presenza e l’alta importanza, ai miei concittadini con questo misero mio scritto.
In località Ravanara, durante i lavori di sterro per la costruzione della correzione dello stradale provinciale del Penice, furono scoperti due tratti di tubatura composti di tanti tubi di terracotta di forma tronco-conica con una base allargata e con imboccatura ristretta.
L’unione fra tubo e tubo è fatta a calce di ottima qualità e l’interno è rivestito di incrostazioni calcaree il che dinota che la tubatura ha servito per lunghissimo tempo prima di essere abbandonata.
I tubi sono di m. 0,66 di lunghezza di cen. 15 alla base e cen. 8 in punta di diametro esterno.
La terracotta di ottima fattura e cottura, è di cen. 2 di spessore.
Nella località suddetta vennero alla luce due tubature quasi parallele; dal che deduco, da esame fatto sul posto, che l’una fosse una diramazione che doveva portare l’acqua al palazzo del Vescovo.
Successivi scavi, che provocherò, previa accordi col Sovraintendente alle belle arti di pavia, ci diranno se mi sono apposto al vero.
In tal caso sarà interessante vedere come fu fatto l’innesto di una tubatura sull’altra.
In ogni modo la scoperta è, a mio avviso, interessantissima poiché prova che in tempi remoti a Bobbio l’alto ingegno dei frati avea creato un vero impianto di acqua potabile in conduttura forzata il che è assai diverso dagli acquedotti Romani, e che essi furono pertanto i precursori degli attuali impianti.

E. Setti

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Genova e Bobbio: antichi legami

6th maggio 2006

Dal Settimanale Cattolico di Genova del 5 settembre 2004


UN CONVEGNO SULLE DUE DIOCESI


Genova e Bobbio tra storia e cultura”: un Convegno (3 e 4 settembre) organizzato dall’Accademia Ligure di Scienze e Lettere e dall’Associazione Amici di S. Colombano in occasione di GE-2004.

Nell’anno di Genova capitale europea della cultura, le istituzioni hanno ricordato gli antichi legami tra le due città: risalgono all’Alto Medioevo, ai monaci di San Colombano, alle vie del sale e del pane, e si rafforzano nel secolo XII quando la Diocesi di Bobbio viene a far parte della sede metropolitana di Genova (solo da poco il passaggio al Vescovado di Piacenza).

Hanno organizzato il Convegno Mons. Piero Coletto e l’ing. Peloso Segretario dell’Accademia.

Venerdì 3 settembre alle ore 16 presso l’Accademia Ligure di Scienze e Lettere a Palazzo Ducale, con la presidenza del prof. Mario Pampanin giurista dell’Università di Pavia, si svolge la prima giornata.

Tre gli interventi: Flavio G. Nuvolone (Università di Friburgo) su “Gerberto abate di Bobbio svela i numeri all’imperatore” (Gerberto nell’anno mille diventò Papa Silvestro II): decriptazione di un carme cifrato.

Giuseppe Ligato (Università Cattolica di Milano) sul “Mosaico pavimentale dell’Abbazia di San Colombano in Bobbio”: ipotizza che sia anteriore al XII secolo comparando le scene rappresentate con la storia delle Crociate. Don Paolo Fontana (Archivista Archidiocesi di Genova) su “ I Vescovi genovesi a Bobbio”

Sabato 4, a Bobbio seconda giornata del Convegno (è stato organizzato un pullman). Della suggestiva Valtrebbia, poco prima della cittadina, colpiscono due straordinari panoramo: un orrido dove il fiume scorre come un serpente sinuoso e una chiesetta, la Pieve di Brugnello, arrocata su calanchi.

Nel Palazzo Vescovile, alle 15,30, professori dell’Università di Genova, con la presidenza di G.B. Varnier, tratteranno i seguenti argomenti: Romeo Pavoni “Bobbio e la Liguria nell’Alto Medioevo”, Gabriella Airaldi “Ottone Ghilini vescovo di Bobbio e Arcivescovo di Genova” e Gian Luigi Bruzzone che concluderà con “L’azione pastorale di San Antonio Maria Gianelli”.

Prima della relazione visita guidata ai principali monumenti: il Duomo dalla volta come il cielo, l’Abbazia severa come la scritta all’ingresso: “Terribilis est locus ille”, i Musei e una passeggiata tra le caratteristiche case in pietra del Trebbia dominate dal castello dei Malaspina. Sul tema, il 4 ottobre alle 17, alla Biblioteca Berio un’altra occasione di ricordo verrà presentato “Archivium Bobiense”, rivista degli Archivi Storici Bobiensi.

Nell’occasione parleranno i professori Nuvolone e Pampanin, introdotti dalla professoressa Valeria Polonio (Università di Genova).

Il dr. Giovanni Ferrero (Istituto Internazionale Studi Liguri) presenterà “Sant’Andrea della Porta in Genova e la Cappellania dell’Altar Maggiore del Duomo di Bobbio”


Maria Luisa Bressani

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Nel monastero di Bobbio tesoro in cerca di sponsor

6th maggio 2006

Dal Corriere della Sera del 14 agosto 2004

Il complesso medievale, abbandonato, è in vendita ma nessuno lo compra

dall’inviato Giangiacomo Schiavi

Bobbio (Piacenza) – L’ultimo custode è un esemplare da Wwf, specie da proteggere per attaccamento alla storia, alla muffa e alle ragnatele che assediano il convento. «Se scappo io, viene giù tutto», passa e chiude Paolo Burroni, che nel monastero di San Francesco ha compiuto ottant’anni e ci fa giocare i nipotini, che non potevano trovare di meglio: un edificio del milleduecento con chiostri, giardino, antico refettorio e affresco d’ordinanza.
Le guide turistiche segnalano con due righe di cronaca il caso della chiesa attigua usata come deposito di attrezzi e rottami, e qualcuno ci aggiunge un «purtroppo» oppure «è un peccato», però sono anni che va avanti così. «È in vendita», dice il marchese Obizzo Malaspina, legittimo proprietario, ma il piatto delle offerte piange su Internet. Il convento, che una leggenda attribuisce al santo di Assisi in pellegrinaggio ai tempi delle guerre tra marmaglie mercenarie, si consuma in una lenta decadenza, nessuno compra, nessuno interviene; costi d’acquisto, restauri e vincoli della soprintendenza lasciano soltanto centri di studi, relais et chateaux, sedi distaccate di università.
A Bobbio ci si china a sospirare sul passato, un passato reso grande da un monaco irlandese di nome Colombano, pellegrino in Francia e Germania, grande predicatore nemico dell’eresia ariana, confessore della regina Teodolinda e del re Agilulfo, fondatore di un monastero capace di radicare dal 614 studio, lavoro e preghiera nella valle che porta il nome del fiume Trebbia. Sospira lo storico locale che elenca come figurine Panini le chiese, i vescovi, gli abati, i nobili di tradizione millenaria; sospira il sindaco, che deve gestire bellezze artistiche con fondi sempre più scarsi; sospira il canonico della cattedrale che vorrebbe un ritorno di monaci per rioccupare le celle dei monasteri, chiusi da anni, come il seminario, il tribunale, le carceri, il commissariato di polizia. E sospira l’assessore alla cultura Bruno Ferrari, che nel monastero abbandonato di San Francesco ci ha portato un giorno Dario Fo, dopo la standing ovation per uno spettacolo di beneficenza con Franca Rame. Il Nobel lo ha guardato negli occhi e gli ha affidato una missione: «Bisogna recuperarlo, è una follia lasciarlo andare così ».
Luogo predestinato, come Bancor in Irlanda o Luxeuil in Francia, a brillare nei secoli perché custode di scritture e saperi antichi, Bobbio è un tesoro a cielo aperto che oggi cerca sponsor e attenzione per evitare un malinconico declino. Fa male vedere una discarica di tubi e lavandini nel convento dei monaci seguaci di Francesco, quelli che cercavano di ammansire i lupi e i guerrieri nelle valli insanguinate dalle battaglie tra Anguissola, Malaspina, Visconti e Dal Verme. Scivolati giù per i tempi fino a Napoleone, i hanno vissuto la spoliazione di Bobbio, la soppressione del monastero di San Colombano, della sede vescovile, il trafugamento di codici e il trasloco di libri e arredi. La vendita all’asta di muri e terreni portò il complesso di San Francesco al marchese Malaspina. Il convento rimase abitato per anni; quando ci si scaldava con la legna e si mangiava polenta c’erano ancora salariati e contadini.
«Da bambino ci spiavo le storie di vita dai giardini comunali», ricorda il regista Marco Bellocchio. «I miei occhi lo immaginavano un luogo di misteri, qui finiva la città, oltre c’era solo il verde dei campi». Bellocchio nel convento c’è tornato da grande, con gli allievi della scuola di cinema che dirige d’estate a Bobbio. Ci ha fatto un cortometraggio intitolato «L’affresco»: riappaiono i cappucci dei frati e rivivono le stanze buie del convento, mentre una ragazza dalla bellezza inquietante guarda il dipinto sul muro e ripete: «È bello, è molto bello». Vanni Casartelli, neurologo, amico del regista, conferma: «Nel monastero francescano ci abitavo con la famiglia; i ricordi sono belli perché inteneriscono, ma ad ogni temporale dovevo spostare il letto perché entrava l’acqua. Il dipinto l’ho trovato per caso in un momento di entusiasmo liceale, grattando coi tappi della Coca-Cola, pulendo il muro con cipolle e mollica di pane».
«Possibile che qualcuno non riesca a trovare il sistema per valorizzarlo? », si chiede Bellocchio. Il Comune potrebbe farlo, ma non ha i soldi per l’acquisto. Un tecnico ha fatto i conti: ammesso che si porti a casa per uno o due milioni di euro, ne servono tre volte tanti per risistemarlo. Il marchese Malaspina è più ottimista. «Gli acquirenti ci sarebbero, il problema sono i vincoli della sovrintendenza. Ma se non lasciano costruire nemmeno un bagno, che cosa se ne fa un privato?».
Esistono progetti e studi di fattibilità che alcuni architetti hanno redatto in passato: «Recupero per destinazione turistico-residenziale», «Progetto di centro per i servizi al turismo», «Ipotesi di sede della Comunità montana ». Carte, tante; risposte, nessuna. Qualcuno si era offerto per realizzare un albergo di charme: respinto con perdite. Il Comune appoggia l’idea di inserire il convento francescano in un percorso turistico, un gran tour della memoria che comprende già monastero e basilica con la crpta di San Colombano, cattedrale e castello malaspiniano. Ma la burocrazia è nemica delle buone intenzioni. Il castello di Bobbio non si può visitare perché mancano le guide. Ci sono i custodi, ma il mansionario prevede il loro utilizzo soltanto per l’ingresso al parco.
Si può sognare, allora, qualche mecenate della moda a caccia di antiche dimore o musicisti in cerca di luoghi dello spirito per continuare a sperare in un ricupero della chiesa e del vecchio convento che fra qualche mese, o anno, potrebbe avverare la nefasta profezia dell’ultimo guardiano-contadino. Sognare, come Maria Corti, la filologa dell’Università di Pavia che ai monasteri di Bobbio dedicò Il ballo dei sapienti, romanzo letterario intriso di ricordi e passioni. «…Anche i fari si consumano con l’andare del tempo e finire è il destino di tutto ciò che nasce: Bobbio decade, i suoi abitanti si amareggiarono e si annoiarono…», scriveva la grande linguista prima di arrivare a una folgorante proposta. «L’entusiasmo, si sa, produce cose imprevedibili: a Bobbio nacque l’università…La cultura, si pensò, è meditazione, scelta o imposta, ma fondamentalmente meditazione. Bene, dove i medioevali avevano creato i grandi monasteri, Bobbio, Nonantola, Farfa, Subiaco, Montecassino, dove il pensiero degli uomini aveva lasciato tali tracce che ancora le pietre lo trasudavano tra i muschi, si dovevano tenere quattro o sei anni gli studenti a vivere fra loro, dopodiché si sarebbero lanciati a fare i dirigenti d’azienda, di case editrici, di banche, di enti pubblici…». Maria Corti non c’è più, ma la sua idea va meditata. In silenzio. Come i medioevali di Bobbio, certamente, avrebbero fatto.

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Lo zero nella storia

6th maggio 2006

Gerbert d’Aurillac fu abate di Bobbio, oltre che papa dell’Anno Mille. È avvenuto più volte che nella città si sia parlato di lui e della sua opera, anche fuori dei convegni fra specialisti: è una rilevante gloria del posto, non solo per le importanti cariche che ricoprì, ma anche per il contributo che diede all’introduzione in Europa della scrittura dei numeri con il sistema che oggi usiamo in tutto il mondo: la scrittura posizionale. Gerberto era stato nella Penisola Iberica (occupata dagli Arabi dal “tempo che passàro i Mori / d’Africa il mar”, inizio sec VIII), e là conobbe il sistema arabico. L’ultima occasione di parlare dall’Abate è stata una relazione del professor Flavio Nuvolone a Genova, in Palazzo Ducale, nel corso di una due-giorni fra Genova e Bobbio, nell’ambito delle manifestazioni di “Genova capitale europea della cultura 2004”1. La relazione s’intitola “Gerberto svela i numeri all’Imperatore”. E parlando di numeri, capita di nominare lo zero, il quale non è un numero. Però …

***

I segni grafici attuali, arabici e nostri, sono i seguenti:


١

٢

٣

٤

٥

٦

٧

٨

٩

٠










°

1

2

3

4

5

6

7

8

9

0


C’è un’analoga tabella, che riporta altri caratteri con didascalia “arabo-orientale”, da intendersi come quella mutuata dagli Indiani. I segni assai diversi, ad eccezione delle cifre 1 e 9; al posto dello zero non c’è il puntino, ma un cerchietto vuoto, molto come quello indicato nella tabella nella seconda riga. Lo zero c’era già nella scrittura orientale.

Si può arguire che lo zero sia l’ovvia conseguenza della scrittura posizionale. Si immagini che in casellario si trovino tre sassolini (=calcoli), insufficienti a riempire un sacchetto che ne contenga una decina, nella prima casella a destra. Nella successiva casella verso sinistra ci siano quattro sacchetti-decina (insufficienti a riempire un sacco più grande che contenga una decina di sacchetti) e nella terza casella ci sino due di tali sacchi. Lo scriba per annotare le quantità fa la mappa del casellario e, se Arabo, scrive da destra verso sinistra:


prima il tre

Senso di scrittura

٣

poi il quattro (٤) a formare

٤٣

e infine il due (٢)

٢٤٣


E chi dovrà leggere dirà: tre e quaranta e duecento.

Svuotata la prima casella, la mappa del rimanente è ٢٤٠, nella quale il punto (o il cerchietto) avverte il lettore che nella prima casella non c’è alcun sassolino.

Quel posto (sifr o sifar, in arabo), che è rimasto vuoto e che si è poi chiamato zero per Italiani, Francesi, Inglesi e Spagnoli, non è una scoperta cruciale: è la risposta ad una esigenza —quasi banale— del sistema, che altrimenti non si reggerebbe.

Lo zero non è un numero, e pertanto non ha il corrispondente aggettivo ordinale.

***

Per affrontare svariati tipi di problemi, attinenti alle misure piuttosto che alla conta degli oggetti (passi avanti e indietro a partire da una certa posizione, temperature al di sopra o al di sotto di quella del ghiaccio fondente, altezze dei monti o profondità degli abissi, forze che tendono e forze che schiacciano, variazioni di una qualsivoglia grandezza, come l’aumento di peso per chi smette di fumare e la diminuzione per chi smette di mangiare …), furono poi introdotti i numeri negativi. Lo zero assunse così il significato di elemento di separazione fra l’insieme dei numeri positivi e quello dei negativi.

Si dice correntemente che ogni numero negativo è minore di zero, proprio come si dice che il tre è minore di quattro. Se lo zero entra un paragone con un numero, è divenuto, a rigor di logica, un numero (pur con qualche peculiarità) perché ogni paragone presuppone termini omogenei.


Il vero aspetto cruciale dello zero, sconosciuto dagli antichi, viene da altre considerazioni.

La serie dei numeri naturali (i numeri interi, adottati già nell’era neolitica per contare gli oggetti) è infinita. La parola “infinito”, se si parla di numeri, non ha alcun significato trascendente, né alcunché in comune con l’eternità: significa soltanto che a qualunque numero mi sia proposto, posso rispondere con uno più grande.

È concetto assai antico la divisione di qualche cosa (patrimonio, raccolto agricolo, prede di caccia o bottino di guerra) in un certo numero di parti uguali. Concetti come la terza parte, la decima parte, ma anche la centesima o la millesima parte, e via elencando sono primordiali. Queste frazioni costituiscono una successione di infiniti termini, sempre decrescenti, detti infinitesimi nel senso che a qualunque frazione mi sia proposta, posso rispondere con una più piccola.

Il filosofo greco Zenone, detto l’Eleate perché nato ad Elea (oggi Velia, in Lucania) nel 480 a.C., enunciò il famoso Paradosso di Achille e la Tartaruga, che è abbastanza intrigante anche ai giorni nostri e che ha fatto avventurare in spiegazioni fantasiose e pseudo-dotte anche stimati docenti.

Disse Zenone:

Se Achille, il piè-veloce, si ponesse all’inseguimento di una tartaruga partendo da posizione arretrata (non importa quanto), allorché sarà giunto nella posizione occupata inizialmente dalla tartaruga, questa (essendosi mossa) avrà un certo vantaggio: certamente ridotto, ma pur sempre vantaggio. Si è così riprodotta la condizione iniziale e si può ripetere lo stesso ragionamento più e più volte: ad ogni reiterazione constateremo che la tartaruga è in vantaggio (non importa quanto).

Quindi Achille non raggiungerà mai la tartaruga.


L’opinione di tutti è contraria, ma il ragionamento sembra corretto: si tratta di un paradosso o di un errore?

Osserviamo che fare (e reiterare) l’analisi della competizione ponendo Achille nella posizione in cui era la tartaruga, significa prendere in considerazione solo istanti in cui la tartaruga non è ancora raggiunta. Questo a Zenone, senza dubbio, era ben chiaro. Egli, però, aveva evidenziato che prima del raggiungimento c’è una successione di infiniti intervalli di tempo. Una somma di infiniti intervalli temporali, deve aver pensato Zenone, è un tempo senza fine.

Rifacciamo il ragionamento, con l’ausilio dei numeri.

Achille sia in grado, da piè-veloce qual è, di correre i 100 metri in 10 secondi netti e la tartaruga (che supponiamo ben allenata e alla quale non faremo controlli anti-doping) sia in grado di correre 10 metri in 10 secondi; l’handicap di Achille sia di 90 metri.



I

II

III

IV

(metri)

(secondi)

(metri)

(metri)
A. giunto a
90
trascorsi
9
T. giunta a
99
Vantaggio di T.
9
A. giunto a
99
trasc. altri
0,9
T. giunta a
99,9
Vantaggio di T.
0,9
A. giunto a
99,9
trasc. altri
0,09
T. giunta a
99,99
Vantaggio di T.
0,09
A. giunto a
99,99
trasc. altri
0,009
T. giunta a
99,999
Vantaggio di T.
0,009
A. giunto a
99,999
trasc. altri
0,000 9
T. giunta a
99.999 9
Vantaggio di T.
0,000 9
A. giunto a
99.999 9
trasc. altri
0,000 09
T. giunta a
99,999 99
Vantaggio di T.
0,000 09
A. giunto a
99,999 99
trasc. altri
0,000 009
T. giunta a
99,999 999
Vantaggio di T.
0,000 009
A. giunto a
99,999 999
trasc. altri
0,000,000 9
T. giunta a
99,999 999 9
Vantaggio di T.
0,000,000 9



Da qui si può concludere:

  • che la tabella può essere accresciuta con altre righe e che non potremo giungere ad un punto in cui essa possa dirsi finita2,
  • che i vantaggi della tartaruga decrescono rapidamente si accumulano vicino a zero;
  • che anche gli intervalli di tempo fra due righe successive hanno come punto di accumulazione lo zero (colonna II).

Lo zero inteso come “punto di accumulazione di insiemi di punti infinitesimi —questo sì— è stato un passaggio cruciale. L’analisi infinitesimale partì con Newton e Leibnitz nel XVII secolo, ed ebbe un precedente (embrionale) con Archimede (III secolo a.C.)

La tabella mostra anche

    • che le successive posizioni di Achille e della tartaruga (colonne I e III), diverse ad ogni riga, crescenti ad ogni riga con incrementi infinitesimi, hanno lo stesso punto di accumulazione (100 metri);
    • che il tempo trascorso dall’inizio dell’inseguimento, somma degli intervalli di tempo della colonna II, è 9,9999999 secondi (basta un’occhiata). Se allungassimo la tabella, quella somma si arricchirebbe di altri ”9” in coda alla già lunga fila di decimali. Anche questi numeri hanno un punto di accumulazione: 10 secondi.

I punti di accumulazione non compaiono (lo sapevamo dalle premesse) nella tabella degli eventi che precedono il raggiungimento. Quei valori (100 metri, 10 secondi) dunque attengono, ad un’altra classe di eventi, cioè al raggiungimento stesso.

Verifica: Dopo 10 secondi, Achille avrà percorso 100 metri e la tartaruga 10. Avendo goduto di un vantaggio iniziale di 90 metri, la tartaruga sarà perfettamente affiancata ad Achille.

Possiamo aggiungere un’altra conclusione:

  • Il metodo di Zenone, lungi dal dimostrare che Achille non raggiungerà mai la tartaruga, dimostra il contrario. Ci permette perfino di calcolare dove e in quanto tempo il raggiungimento avverrà.

1 Vedere La Trebbia, n.32 del 30 settembre 2004

2 Se riferito al completamento della tabella, “mai” è l’avverbio giusto

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Codici bobbiesi cinquant’anni fa a Torino

6th maggio 2006

Il 26 gennaio di quest’anno ricorreva il centenario dell’incendio che distrusse quasi completamente la Biblioteca nazionale di Torino.
Ecco l’articolo apparso sulla “Libertà” nel cinquantenario dell’avvenimento.

Dalla Libertà del 25 gennaio 1954

Nell’incendio della Biblioteca nazionale
perdute opere di Teodosio e di Cicerone
Bobbio, 23 – cinquant’anni or sono una grave sciagura funestava l’Italia e tutto il mondo civile: nella notte tra il 25 e il 26 gennaio 1904, un violento incendio distruggeva quasi completamente la Biblioteca nazionale di Torino. I danni furono rilevanti ed irreparabili specialmente perché andarono distrutti moltissimi manoscritti e palinsesti di inestimabile valore. Su 4.500 che ne conteneva la Biblioteca si riuscì a salvarne solo circa 1.500: tra i salvati figuravano 59 codici del fondo dell’antica Biblioteca dell’Abbazia di Bobbio.
Lo stato in cui furono ricuperati non era certamente ideale, ma l’essenziale era che fossero stati ritrovati.
Come ormai molti bobbiesi sanno, i resti della celebre Biblioteca bobbiese furono divisi e molti codici andarono dispersi. Di essi molti finirono alla Biblioteca vaticana (e fra essi il cardinale Mai ritrovava il «De Republica» di Cicerone, opera che si considerava perduta), parte all’Ambrosiana di Milano e circa settanta finirono nella Biblioteca nazionale di Torino. Altri furono venduti all’asta ai tempi di Napoleone e non si sono più potuti rintracciare.
Fra i perduti nell’incendio di Torino, i più preziosi sono i palinsesti del Codice Teodosiano, quelli di Cicerone e di Cassiodoro, il codice evangelico illustrato dell’abate Peyron.
Tra quelli che si riuscirono a salvare possiamo ricordare degli Antifonarii, Salterii, Breviarii, Omellari (in latino tutti) scritti o trascritti dagli operosi monaci che alternavano nella Abbazia bobbiese al lavoro, la preghiera e lo studio. Pure tra i salvati di notevole interesse figuravano l’«Evangelium secundum Marcum et Matteum», «Opera» di S. Colombano, «Dialogorum libri» di S. Gregorio Magno e il «Tractatus adversus Haereses» di S. Agostino.
Così in un grave incendio andarono distrutti parte dei codice e manoscritti che i vigili e laboriosi frati dell’Abbazia bobbiese avevano con grande cura salvato alla posterità.
COSE DA RICORDARE
E MEDITARE

Dalla Libertà del 25 gennaio 1954

Emigrati in un anno 6.770 abitanti
Secondo i dati registrati presso l’ufficio anagrafico comunale si apprende che nell’anno 1953 il numero dei nati ha superato di 19 unità quello dei morti. Infatti i nati sono 81, di cui 33 maschi e 48 femmine, mentre i morti 62, di cui 35 maschi e 27 donne. Ciò starebbe a dimostrare come la mortalità abbia falcidiato maggiormente i maschi, mentre la natalità ha favorito le femmine.
Nonostante la bilancia penda a favore dei vivi per 19 unità, la popolazione è diminuita di 28 unità rispetto a quella del 1952. Gli immigrati sono stati 117 ( 50 uomini e 67 donne) contro 164 emigrati (71 uomini e 93 donne) portando così al 31 dicembre 1953 il totale della popolazione a 6.770 abitanti contro i 6.798 esistenti al 1° gennaio 1953.
In aumento invece rispetto al 1952 i matrimoni, che ammontano in totale a 73 di cui 23 celebrati fuori comune e 50 a Bobbio.

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Amici del Teatro

6th maggio 2006

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Un bosco di antenne sul monte Penice

6th maggio 2004

Ieri per fuggire al caldo assillante che c’era in città, ho preso l’automobile e mi sono messo in viaggio, per cercare un po’ di frescura tra il verde dei nostri magnifici monti. Imboccata la strada del Penice, il ricordo di quando ragazzo si partiva, in compagnia degli amici, per raggiungere la vetta, mi ha assalito e man mano salivo con l’auto, rifacevo mentalmente i vecchi sentieri che ci permettevano di accorciare la strada. U scürtarö da Squèra che ti faceva arrivare alla Valle, la strada di Santa Maria che ti portava vicino a e scalèt e da lì si puntava dritti, eñt u canaròn, al Santuario. Allora il Santuario era più misero, il campanile non esisteva e per avvisare l’inizio di una messa bastava una semplice campanella. I prati intorno erano tutti liberi e verdi ed erano la gioia di noi ragazzi: si gareggiava sfidandosi a lunghissime corse, oppure si allestiva un improvvisato campo per il gioco del pallone, insomma il Penice era nostro. Per la Festa di settembre i prati si riempivano di gruppi famigliari che con candide tovaglie preparavano il posto dove pranzare. Vi erano prati destinati per tradizione ai bobbiesi, altri per quelli di Varzi, altri per la vallata di Zavattarello, insomma tutto era calcolato da secoli e così si proseguiva in queste tradizioni che erano diventate regole rispettate da tutti.

Poi il benessere portò le automobili e le motociclette, molti prati vennero così occupati facendo saltare quell’ordine e quelle regole che erano state da sempre rispettate.

I tempi moderni avanzavano, cambiavano le mentalità, i modi di essere; le grandi compagnie si sfasciavano, non c’era più il tempo per ritrovarsi ed organizzare la gita, bastavano quattro o cinque persone, il numero giusto per salire in una macchina.

Con il benessere e l’avanzare della scienza incominciò ad apparire qualche antenna: la Rai aveva messo il suo ripetitore, ma la Chiesetta del Penice era lontana, era lassù tra le nuvole.

Poi all’improvviso un’altissiva antenna, vicina al Santuario, occupò il "posto" riservato ai bobbiesi e da quel momento scoppiò il finimondo. Antenne spuntarono da ogni parte, come funghi, e ra Madona dar Penaz ne fu ricoperta.

Per la precisione ho contato 4 antenne di radioamatori sul campanile, tre sopra il bar e due appena fuori il fabbricato dalla parte che guarda Bobbio; sempre sulla sinistra l’antenna di Telelibetà, una altissima dell’esercito, ed una su muratura per i telefonini cellulari. Accanto a quella di "Berlusconi" ve n’è un’altra che serve la casermetta dei carabinieri.

Ritornando verso il passo se ne incontrano altre undici che con le due della Rai e quella a loro vicina, ancora militare, raggiungono il bel numero di 31 antenne.

"La domanda mi nasce spontanea": qualcuno dei nostri amministratori interessati ha mai chiesto di conoscere l’intensità di queste "onde"?, e se si, perché non ci hanno rassicurato?.

E poi le "Belle Arti" che si interessano di tutti i sassi che vengono messi vicino a un monumento, non centrano?.

E i "Verdi" che, così si dice, riecono a bloccare la statale 45, per un progetto che deturberebbe la Valle, che dicono?.

La verità! Non sarà forse che ci si muove e si fa baccano solo per certi interessi appoggiati e voluti per scopi politici o finanziari di quacuno?.

Bobbio, 24 Giugno 2003
Gigi Pasquali
Antenne a guardia del santuario

Ovunque ci si giri antenne di ogni specie

Aclune antenne

Antenne a guardia del santuario

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