Il notiziario Bobbiese

Notizie dalla città di Bobbio

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Archive for the 'Notizie in pillole' Category

Il notiziario bobbiese sul network

7th novembre 2007

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Il notiziario bobbiese sta facendosi strada sul world wide web: qui di seguito troverete dunque un elenco di siti che, per pertinenza o similarità, forniscono un collegamento al nostro sito. 

Wikipedia: 

http://it.wikipedia.org/wiki/Bobbio

In questo link dell'enciclopedia online libera oltre a notizie sulla città di Bobbio si trova il primo e più importante collegamento verso il nostro sito

Il forum del comune di Ottone:

http://www.ottone.org/forum/forum_posts.asp?TID=348&KW=bobbiese&PID=87623#87623

Sul forum di Ottone siamo stati citati durante una discussione riguardante i dialetti della nostra vallata

Il portale di Piacenza: 

http://www.piacenzainternet.it/ 

Siamo presenti all'interno dei collegamenti sulla pagina principale di questo sito riguardante la provincia di Piacenza

Lo staff del notiziario bobbiese vuole sottolineare come non sia affiliato con nessuno dei siti elencati.

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Nasce una nuova categoria

1st ottobre 2007

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Abbiamo deciso di iniziare una raccolta di articoli riguardante i libri che trattano della nostra città e della nostra storia. In questa categoria pubblicheremo i titoli di libri che si interessano della nostra cultura e del nostro territorio.

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Università di Pavia

6th maggio 2006

Da una tesi di laurea presentata all’Università di Pavia apprendiamo che da un elenco di docenti di fine 1300 appare un certo Columbus de Bobio. Questo fatto ci porta a constatare come nella nostra città, in tempi così remoti, esistessero personaggi di un così elevato spessore culturale ed inoltre ci porta a sottolineare una continuità di rapporti che questa Università continua avere con Bobbio. La presenza come docente del Prof. Mario Pampanin ne è testimonianza.

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Cronache e memorie della Bobbio napoleonica

6th maggio 2006

Duecento anni fa il borgo di Mezzano Scotti veniva bruciato per ordine di Napoleone

Dal libro di Gian Luigi Olmi – Cronache e memorie della Bobbio napoleonica

Un decreto di Napoleone ordinava che Mezzano, piccolo borgo situato a due leghe da Bobbio, venisse dato alle fiamme in quanto covo degli insorti.

In verità gli abitanti di Mezzano non erano i maggiori colpevoli: i più determinati erano stati quelli dei villaggi di Caminata, Cardarola, Prino e Macerati i quali avevano scelto Mezzano come centro delle loro adunate.

Tale disposto ebbe esecuzione il 15 febbraio 1806 sotto il comando dell’Aiutante generale il quale tuttavia si era adoperato ad attenuare il rigore del decreto, preavvertendo gli abitanti di rimuovere i loro effetti e proibendo il saccheggio ai soldati svizzeri prima che costoro appiccassero il fuoco.

Furono risparmiate la principale magione del Conte Odoardo Caracciolo, signore di Mezzano, ed altre case di sua proprietà, unitamente alla chiesa, per essere destinate al ricovero degli abitanti.

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Curiosità storiche bobbiesi

6th maggio 2006

Lettera scritta al Comune di Bobbio dal giovane Carlo Borromeo, quando aveva 21 anni ed era ancora studente di legge all’Università di Pavia (dove stava per laurearsi), ma doveva seguire anche gli affari di famiglia, a seguito della morte prematura del padre Giberto.
La lettera è pubblicata, con il n° 193, in Carlo Martora, «Le lettere giovanili di S. Carlo (1551 – 1560), in memorie storiche della Diocesi di Milano, vol. XIV, Milano 1967».

Alli magnifici Amici Carissimi,
li Deputati della Comunità di Bobbio

Amici Carissimi,
è già passato di tre anni il termine, che mi dovevate pagar il danari assegnati per il Signor Conte Janes Vostro padrone e voi non sete mai comparsi a soddisfarmi, però ho fatto procura in Messer Francesco Bernardino Bertolasio da poter esigere da voi tali danari. Per tanto sarete contenti di darli in mano sua, che lui vi farà la opportuna confessione, et non vogliate mancare a ciò che non abbi da usar il mezzo della ragione, come li anni passati, perché lo farei mal volentieri. Et quando io non fossi al bisogno starei anchor aspettando la vostra comodità, perché ho desiderio di farvi apiacere, ma è necessario, mi vaglia del mio, però non vogliate mancare di sborsarli al presente, altrimenti sarò sforzato pigliarli altra provisione, e con questo me vi raccomando.

Di Milano il 3, di Aprile 1559.

Al vostro comando Carlo Buonromei

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UNIVERSITÀ DI PAVIA

Apprendiamo da Pietro Vaccari nel suo libro «Storia della Università di Pavia» che tra la Matricola del Collegio dei dottori utriusque iuris degli ultimi anni del 1300 (redatta nel 1410) appare un certo dottor…..Columbus de Bobio.
È interessante sapere che anche ai giorni nostri continua il legame con questa Università, non solo per gli studenti, ma anche per merito del Professor Mario Pampanin che con la sua presenza rinnova quel lontano legame che crea continuità d’intesa tra la nostra comunità e la città di Pavia.


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Ardite ipotesi nel campo della toponomastica

6th maggio 2006

Il passaggio di Annibale nelle nostre vallate
in una ricostruzione di don Andrea Varinotti


Da La Trebbia del 17 Aprile 1980
Torniamo idealmente a prendere congedo dai buoni eremite del Dego e portiamoci verso l direzione di Ottone. Con un breve tragitto di appena cinquecento metri, camminando a ritroso, si arriva sulla bocchetta del Dego: di lì si domina tutta l’alta Val Trebbia. Qui ci troviamo subito dinanzi all’antichità della storia: non è errato dire addirittura alle origini della sua popolazione; vediamo come. Proprio dal crinale del valico, sgorga una fontanella freschissima, la sorgente del rio Ventra: questo nome non è italiano; con un po’ di fantasia farebbe pensare a Conventry città inglese; supposizione un po’ azzardata, ma non illogica, perché un po’ a valle, quasi alla confluenza col Trebbia troviamo il paese di Moglia; nome certamente celtico (confronta Moi-lena, Moi-luba, nell’Uster). Moglia, in celtico, significa un posto acquitrinoso, umido, ricco di erba; cibo provvidenziale per la cavalleria di Annibale e qui il cerchio si stringe. Per il momento, partiamo da molto lontano, nientemeno che dal Monginevro però arriveremo ben presto qui ed in una maniera sicuramente storica ed ecco come.


Annibale varca le Alpi al Monginevro


Nel 22° a.C. Annibale valica le Alpi, arriva in quel di Voghera: qui risale lo Staffora (confronta Stafford città inglese): ormai i nostri piedi sono sul sicuro. Passa Il Ponte Crenna (Oicrena era una principessa caledone, figlia di Fingal) arriva a Bosmenso (Bosmina era una principessa caledone, sorella di Oicrena); gentile e delicato omaggio di questi rudi guerrieri alle loro fatine bionde.
E qui ci sia consentito dire una cosuccia: tutti ricordiamo il caratteristico paesaggio di Bosmenso con la sua chiesetta sulla ghiaia della Staffora: adesso un antiestetico ponte, uso trampoliere, ha rovinato tutto l’incanto di quel presepe; però lo spirito di Bosmina si è vendicato, facendo subito crollare un’arcata. Quasi in cima alla Staffora, troviamo Caldirola; un condottiero celta si chiamava Calderonan; l’aggancio ai nomi è evidente.
Ed eccoci su valico del Giovà: qui avviene un consiglio di guerra, fra Annibale ed i suoi ufficiali, che ha cambiato il corso della storia ed ecco come. Annibale era partito da Cartagine con l’intento di battere Roma, calcolò bene le sue mosse, lui sapeva che lungo la strada avrebbe mietuto larga massa di volontari, specialmente Celti, che avevano con Roma ben numerosi conti da regolare; ecco spiegati tanti nomi noti, ch più avanti i faranno più evidenti.


Le truppe cartginesi si attestano in Val Trebbia
Ritorniamo sul Giovà, ricostruiamo idealmente tempo luogo: si era alle porte dell’inverno quindi già sotto l’angustia del cattivo tempo, si era su di un alto valico, certamente Annibale sperava che fosse quello il crinale ultimo che finalmente spalancasse le porte alla sospirata freccia contro Roma, invece, sorpresa! Per conosce la zona (allora era come adesso perché i monti sono immutabili) sa bene che da lì, ci si trova dinnanzi a una distesa interminabile di monti; primi fra tutti, il Cavalmurone ed il Carmo: valloni invalicabili specialmente per un esercito con elefanti e salmerie. Si prendono paura; in celtico un posto pauroso, orribile, buio, lo chiamano Bolga (tedesco Bolghen), ecco l’innocente Bogli che, senza saperlo, fermò Annibale; però il vallone del Carmo, per chi lo conosce, incute paura; quella paura che fece discendere Annibale verso la Val Borreca.
Attraverso Vezimo arriviamo a Zerba: è una fiancata del Lesima, soleggiata, calda, lì decidono di passare l’inverno, Zerba è Gerba, isola di fronte a Cartagine; Tartaro è Cartago, con lettera iniziale appena cambiata, Disamara è Liz-amoor; storia fantasticamente interessante. Eccola: nell’esercito di Annibale vi era un capo, certamente tra i primi Liz-Amin, questo muore, gli costruiscono la tomba, moor (in celtico significa tumulo funerario): l’attuale Lisamara, frazione di Zerba. La tomba è stata ritrovata, studenti piacentini del Guf (Gioventù universitaria fascista) vennero quassù, mi pare verso il 1933, buttarono all’aria tutto, fu ritrovato uno scheletro gigantesco, attorno a sé aveva cinque crani, evidentemente di nemici uccisi e forse anche mangiati (a titolo di curiosità fu Napoleone a togliere certe grossolanità dagli eserciti) accanto a sé quel guerriero Liz, aveva una daga, terribile arma, specialmente se in mano ad un gigante: lo scrivente ha visto questa daga, mi fu mostrata nell’intimità di una casa, perciò non dirò mai, né nomi né luoghi, tuttavia ci sia permesso un mugugno, non ve ne erano autorità allora? Con un po’ meno di occhi in tasca, si sarebbe impedito che mani ignoranti disperdessero episodi di storia di così immensa importanza. Lo stesso Liz-Amin, che dette il nome a Lisamara, con la sua morte è logico pensare possa aver meritato di lasciare il suo nome anche al Lesima; non trovate voi? È solo un’ipotesi, però logica.


L’inverno in Valboreca


Adesso cerchiamo di ricostruire l’inverno dell’esercito di Annibale all’addiaccio della Val Borreca, sarà stato un inverno molto, ma molto lungo e tremendamente grigio; gli uomini avranno rimediato mangiando gli elefanti, infatti a Canne non compaiono; il problema maggiore era per i cavalli, arma sconvolgente per le battaglie di allora, ecco allora gli ufficiali di Annibale ala ricerca spasmodica di pasto , eccoci tornati a Moglia , zona ricca di arbusti, da difendere coi denti, eccoci a Moglia Spessa, in quel di Rovegno, eccoci al bosco di Annibale accanto a Rovegno stesso, eccoci ai Muzio di Pietranera e di Frassi! Attenti adesso, perché la storia si fa avvincente e cara.
I Romani si erano accorti delle mosse di questo nemico, ecco allora mandano loro soldati a molestare quella cavalleria. A mezza strada tra Fabbrica e Orezzoli (io sono di Fabbrica) vi è ancora un posto che noi chiamiamo «le terre dell’agero Mizzo» latino trasparente per «Ager Mutius»; a Frassi vi è ancora la parentela Muzio. Si accosti adesso il nome del posto al cognome che ancora sussiste, ci troviamo di colpo ad avere in mano la prova persuasiva del moglio: lo stesso discorso evidentemente, vale anche per Pietranera, anche colà, a Moglia di Isola, vi erano cavalli di Annibale da molestare.
E qui ci sia consentita una digressione quanto mai cara, tutti noi abbiamo conosciuto quelle perle di sacerdoti Giuseppe Muzio i Frassi l’uno, Carlo Muzio di Pietranera il secondo, uno migliore dell’altro. La fantasia dei bobbiesi non tardò molto a distinguerli l’uno dall’altro; santa sincerità dettata dall’affetto! Da queste pagine mandiamo un fiore ideale sulle loro tombe: uno a Bobbio, l’altro nel romito cimitero di Frassi; ultimi rampolli gloriosi di ultramillenarie ceppaie.
Ritorniamo adesso a quei poveracci che abbiamo lasciato a basire di fame e di freddo in quel di Zerba; l’inverno era passato ed essi decidono di partire, non più al Sud, m verso il Nord; risalgono il Borreca attraverso il sentiero di Annibale, che ancora esiste lassù, raggiungono Brallo, e lì, a fil di costa, vanno verso la Scaparina, forse ancora indecisi se puntare lungo la Staffora oppure lungo il parallelo Trebbia; di lassù vedono la conca di bobbio (scritto minuscolo perché spiegheremo subito appresso), a loro piacque, decidono per il Trebbia discendendo lungo il rio, che si chiamerà poi rio Bobbio; vedono e s’interessano delle Mogliazze (i cavalt) arrivano dove adesso è la nostra città.


Ipotesi sulle origini del nome « Bobbio »


Attenti al nome: nella lingua celtica, una cosa gentile e cara, la chiamavano Bob; aggiungendo suffissi, si ampia il significato del termine; per esempio bob-y, si può interpretare, carino mio; Bob-ul, vuol dire pressappoco figlio-guida; ulla in celtico = stalla. Ben sapeva il celtico Colombano istruiva e amava il suo monaco Bob-ul, accomodato in lingua nostra in Bobuleno, sorprendente, vero? A titolo di compiacenza personale, mi sia concesso una volta tanto un po’ di infantilismo. Nella antichissima lingua Incas che noi un pochino conosciamo, il concetto analogo di una cosa cara, intima veniva e viene tuttora espresso colla parola gnagni, termine di larghissima accezione, che può andare per esempio da fratello a giocattolo; il celtico Bobi pensiamo sarà lo stesso, sono parole che vengono labilmente spontanee in tutti gli idiomi del mondo; perché allora non dare merito ai guerrieri di Annibale di aver amato e chiamato Bobbio?
Non pretendiamo di aver svelato le origini di Bobbio, la nostra è solamente un’ipotesi, però di fronte a tante analogie confrontate da nomi tuttora esistenti, possiamo presumere di non essere tanto lontani dal vero. Già che ci siamo, ci sia consentito un’altra esibizione di superbia infantile: abbiamo ripetuto molte volte i termini Nord, Sud, ecc., secondo la mitologia celtica, erano i nomi di quattro nanerottoli, uso martinetto, che sostenevano il cranio del gigante Immer di cui la stella polare, per le loro latitudini alte nel centro del cielo, ne era l’occhio; chi altro mai, se non il solo Colombano, sarebbe stato in grado di tradurre i latini oriente, occidente, ecc. nella versione adesso in uso: non saranno forse partiti dallo scriptorium di Bobbio i punti cardinali al mondo?
Accompagniamo adesso, ed è ora, i nostri guerrieri lungo il Trebbia. Nei pressi di Gazzola trovano ad attenderli i Romani, li battono e li distruggono: vedono che ormai li possono vincere, riprendono un coraggio da matti; cambiano direzione, non più al Nord, ma all’Est, verso Bologna; bisogna tenere presente che, la allora Val Padana, era la cosiddetta Gallia Cisalpina, fu facile ad Annibale reclutare mercenari e cavalli, approfittando anche dell’odio che qui vi era contro i Romani; vi era infatti da saldare il conto del console Furio Camillo, quando nel 390 a.C. i loro commilitoni Galli furono tutti squartati a pezzi sulla via Gabina; arrivano a Canne; sappiamo tutti come è andata; passano a Capua, e qui ci sia consentito ritornare alla svolta storica del consiglio di guerra sul passo del Giovà: appena giunsero a Capua quei poveri guerrieri, stremati da tanto freddo, da tanta fame, da tanti morti, Liz-Amin, Calderonan, Oicrena, Bosmina, poterono finalmente ripagarsi da tante sofferenze, logica reazione a tanto soffrire, logica reazione all’inverno della Val Borreca. Sappiamo tutti come finì la storia: ben altre armi che i gladi romani svilirizzarono l’esercito di Annibale; si aggiunga quel po’ po’ di malattie che loro Celti, ci tramandarono col loro nome, ed ecco il terribile cuneo di diamante che dal Monginevro fece tremare Roma, dissolversi al tepore di Capua, come nebbia al sole. Sul Metauro, presso Ancona, le sorti si capovolsero, sotto le mura di Roma; a turno alterno dinnanzi Odoacre, si dissolse l’esercito romano¸lasciamo adesso questa storia grande, che onestamente, è doveroso riconoscerlo, tanta parte di maturazione ebbe a subire anche nelle nostre valli.


Don Andrea Varinotti


Abbiamo voluto ricordare questo scritto, come una bellima favola…..o no?

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La pace di Costanza

5th maggio 2006

È un documento steso tra le città di Vercelli, Novara, Milano, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, da una parte, e dall’altra l’imperatore Federico Barbarossa, suo figlio Enrico IV, re dei Romani, e le città di Pavia, Cremona, Como, Tortona, Asti, Alessandria (che nel documento figura col nome di Cesarea, assunto dopo la sua sottomissione all’imperatore, che prese sotto la sua protezione il 14 marzo 1183; riprese il nome primitivo nel 1197), Genova, Alba ed altre località. Ha la forma di una concessione graziosa dell’imperatore alle città, e si è discusso a lungo per stabilire se a Costanza il Barbarossa abbia subito una sconfitta o registrato invece un grosso successo. Indubbiamente, rispetto alle pretese affermate nella dieta di Roncaglia il sovrano faceva un rilevante passo indietro, cpn la cessione delle regalie, il riconoscimento della libera elezione dei consoli, la libertà concessa alle città di costruire fortificazioni e di stringere alleanze tra loro. Tuttavia, l’alta sovranità imperiale sulle città italiane restava intatta; e gli stessi consoli intanto venivano abilitati ad esercitare il loro ufficio in quanto venivano riconosciuti dall’autorità imperiale, che restava perciò il fondamento di ogni potere pubblico. Ma ben presto la realtà dell’impetuoso sviluppo della potenza cittadina e la debolezza imperiale dovevano far cadere nel nulla queste riserve di sovranità. La pace di Costanza restò tuttavia, da allora in poi, il documento fondamentale dei rapporti giuridici fra Impero e comuni, venne inserita nel Corpus juris civilis e commentata da giuristi famosi come Odofredo (sec. XIII) e Baldo (sec. XIV).
Ma se tutte le altre città usufruirono dei suddetti vantaggi, notiamo invece, nel capitolo 37 del trattato quanto segue:
« Non elargiamo le sopra elencate concessioni o facoltà alle seguenti: Imola, Rocca San Casciano, Bobbio, Pieve di Gravedona, Feltre, Belluno, Ceneda. A Ferrara invece rendiamo la nostra grazia ed elargiamo le sopradette concessioni o facoltà, se entro due mesi dal ritorno dei Lombardi dalla nostra corte saranno d’accordo con essi sulla pace sopra scritta ».
Sarebbe interessante conoscere il perchè di questo trattamento; forse il motivo poteva essere quello di non concedere privilegi a una città vicino a Piacenza, oppure non concederli perchè avrebbero limitato il potere dei Malaspina a cui il Barbarossa doveva gratitudine in quanto aiutato e scortato fino a Pontremoli nei momenti di pericolo.          

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