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Curiosità dialettali del luogo

Il dialetto bobbiese nella storia

17th maggio 2010

Il dialetto bobbiese, pur essendosi sviluppato come tutti gli altri dialetti partendo da un latino medioevale, si è poi modificato nel tempo con inserimento di vocaboli nuovi portati da popolazioni che man mano si affacciavano sul suo territorio. Infatti nei vocaboli, ancora oggi utilizzati dalla parlata locale, troviamo parole che risalgono ai vari periodi storici.

Bobbio, nel suo isolamento è, a mio avviso, la località che più di ogni altra ha potuto assorbire le diverse modalità espressive derivanti dai vari visitatori.

Liguri, celti, romani, longobardi, franchi, spagnoli, austriaci, francesi hanno sicuramente contribuito a modificar e il dialetto bobbiese, con suoni e vocaboli nuovi che lo hanno reso più ricco e più adatto alle varie tecnologie che si sviluppavano nel tempo. Quello che, senza dubbio, succede ancora in questi tempi moderni, obbligando la popolazione ad assorbire termini per spiegare le nuove situazioni, trasformando parole italiane in vocaboli dialettali.

Analizzando i vari vocaboli del Vocabolario del Bobbiese ho notato che del periodo della popolazione dei liguri, sempre a mio modesto avviso, sono rimasti nel dialetto gli articoli determinativi u e a, articoli che si trovano ancora nella parlata genovese e che nel vernacolo bobbiese si utilizzano solamente davanti ad alcuni vocaboli adoperando per gli altri gli articoli determinativi ar e ra.

Il popolo dei liguri era diviso in vari gruppi ed il gruppo che si stabilì nella nostra vallata fu il Bagienno che dominò la zona per più di cinque secoli, partendo dall’Età del Ferro (I° millenio a.C.) (Fibule, asce, scalpelli e aghi crinali sono stati trovati nel villaggio del Groppo a testimonianza di questo popolo, oltre alla tomba rupestre della Spanna, località vicina a Barberino.

Durante il V secolo a.C., l’arrivo nella Pianura Padana dei celti, che lasciano nel nostro dialetto le parole “rénta”, renta (vicino);  “ciapè”, hapà (prendere);  “cavàgna”, kavagna (cesta); “furèst”, fforest (selvaggio, selvatico); “bgnòn”, bunia (foruncolo, bubbone) ed infine “garòn”,  calon (coscia) e successivamente dei galli Boi spinse i liguri a rifugiarsi nelle valli interne dell’Appennino. La stessa sorte che toccò alle popolazioni celtiche quando i romani, nel 222 a.C. occuparono gran parte della Pianura Padana.

Del periodo dei galli Boi, così i romani chiamavano  i Celti,  rimane a loro testimonianza il Saltus Boielis, il primitivo nome del monte Penice. Il nome deriva dalla radice Boi che poi si trasferisce al vicino torrente e nell’epoca romana (Boi, Boielis, Bouium, Bovium, Bobium)  a  Bobbio.

Solamente dopo il 14 a.C. i romani riescono a sottomettere le popolazioni liguri e la zona di Bobbio entra a far parte del Municipio di Velleia.

Di questo periodo romano moltissime parole entrarono nel dialetto bobbiese quali, per esempio: “agnè”, agnatu(m) (nidiata); “alùra”, illa(m) hora(m) (allora); “ambùrdan”, laburnum anagyroides (maggiociondolo); “angìna, angina(m) (angina); “arbiòn”, erbilliones (tardo latino: pisello selvatico); “bütìr”, butÿrum (tardo latino: burro); “buvàsa”, bovariam (sterco di bue); “camiśa”, camisia (tardo latino: camicia); “cavagnè”, cavanium (cestaio); “ciavè”, clavare (chiudere con la chiave); “pèrsagh”, persicum;  “śdèla”, situla (secchio); “śinch”, zincum (zinco); “spitè”, spectare (latino parlato:  aspettare); “strìa”, Stiga(m) (strega); “śgagnè”, ganeare (mordere, addentare); “gibùl” gibbum (ammaccature) “téma”, thema(m) (tema); “tiböri”, tigurio (latino medioevale: luogo sotteraneo); “tòpia”, opera topia (pergolato); “trasparent”, trasparente(m) (trasparente); “trüchè”, trudicare (latino parlato: truccare); “vài”, vallu; “versiòn”, versionem (latino medioevale: il vaglio del grano).

Anche nella toponomastica abbiamo nomi latini: Saltus Boielis (monte Penice), Saltus Dinium (monte Pradegna), Saltus Lesis (monte Lesima), rivus finalis (Ruffinati), ad confluentiam (Confiente) ed infine Bobium (Bobbio)

Con tutta probabilità l’insediamento di Bobium avvenne intorno al V secolo, infatti la tomba della famiglia patrizia di Cocceio, trovata a Bobbio, risale a quest’epoca.

I longobardi scesi in Italia nel VI secolo, conquistano Pavia nel 572 e dopo pochi anni anche la Val Trebbia. Il condottiero Sundrarit si impossessa delle saline e del territorio di Bobium. Dico questo per segnalare l’importanza delle fonti solforose che sgorgavano in questo territorio e che permettevano anche l’approvvigionamento di questo minerale, oltre alle ricche acque del fiume Trebbia che davano pesci in abbondanza.

 

Nel 613, dopo aver ricevuto in donazione dal re  Agilulfo vaste porzioni di territorio,  San Colombano giunse a Bobbio dove, attorno ad una vecchia chiesa dedicata a San Pietro, sorsero le prime costruzioni del Monastero. San Colombano morì il 23 novembre 615, ma il suo Monastero divenne un centro culturale importantissimo dell’Italia Settentrionale.

Il Cenobio sorgeva su un’area demaniale concessa dal sovrano e la realtà era che si amministrava autonomamente. Divenne una potenza anche economica e i suoi territori erano sparsi per tutta l’Italia settentrionale dalle coste del mar Ligure al lago di Garda.

Di questo periodo restano i seguenti vocaboli: “pèlch”, palk (tavolato); “scür”, skur, buio “baléra”, ball (ballo); “biànch”, blank (bianco lucente); “spachè”, spann (fendere); “stràch”, strak (teso, tirato); “stùram”, sturm (stormo);  “scafèl”,skaf  (armadio); “scàgn”, skranna (sedile); “bànca”, banka (banco); “fudrèta”, federa (federa); “süpa”, supfa (polenta tenera); “tànf”, thamf (vapore fumo); “grèpia”, kruppja (mangiatoia); “grùp”, krupp (nodo, intoppo) ; “stèrs”, sterz (manico dell’aratro); “stèch”, stek (verga, piolo); “schìda”, skid (pezzo di legno) ; “canàpia”, nappja (naso); “lèrfa”, leffur( labbro animale); “strusè, strusìn”, strozza (gola); “magòn”, mago (angoscia, pena, stomaco); “schéna”, skena (osso, stinco); “barèla”, bara (portare); “ślìta”, slita (slitta); “gràm”, gram (dolente, triste); “bśiòn” buson (animale spaventato da punture di tafani); “lùch” luk (non saldo); “grìf”, grif (artiglio);“spàna” spanna (mano); “mìlsa”, milzi (milza); “grànfi”,krampf (crampo); “schersè” skerzan (scherzare).  

Con i Carolingi, dinastia franca (nel 774 conquistarono Pavia), il Monastero diventò un feudo imperiale e l’abate dipese dall’autorità politica. Il titolo di abate iniziò ad essere considerato un beneficio ed assegnato ad ecclesiastici vicini alla corte imperiale.

Tra gli ultimi abati di questo periodo (883-896) abbiamo Agilulfo. Sotto la sua reggenza si abbandonò la sede originaria sulla collina, dov’è ora il castello, ed iniziò la costruzione del Monastero nella posizione attuale.

Di questo periodo i vocaboli: “béd”,  (letto del torrente); “bénda”, binda (fascia), “tvàia”, thwalja (tovaglia).

Nel X secolo incominciò la decadenza del Monastero. Venne meno la protezione pontificia, mentre la carica di abate venne data a personalità che non l’esercitarono effettivamente e questo portò a problemi amministrativi che indebolirono sempre più il Monastero. Venne poi il periodo del Vescovo-Conte. La Contea di Bobbio nacque nel 1046 con il vescovo Luisone e finì nel 1095 con il vescovo Guarnerio, caduto in disgrazia essendosi schierato con l’imperatore e costretto ad abbandonare la carica.

La disgrazia di Guarnerio consentì ai notabili laici che collaboravano all’amministrazione della Contea di rimarcare la loro indipendenza dal potere feudale e all’inizio del XII secolo, si formarono i primi istituti comunali di tipo consolare.

Dopo varie vicissitudini, il 7 giugno 1173, davanti al console di Piacenza, giurarono due nuovi consoli e 125 cittadini di Bobbio entrarono così a far parte della Lega Lombarda.

Sul finire del XII secolo la città di Bobbio venne cinta da mura ed il tessuto urbano crebbe attorno al complesso monastico.

Sul principio del XIII secolo si decreta l’assoggettamento dell’abate al vescovo, ma l’imperatore Ottone IV tenta di riprendere il controllo nominando nuovo vescovo Oberto I; il Comune insorge costringendo alla fuga il nuovo Vescovo che ritornerà il 23 novembre 1212 quando l’esercito piacentino assedierà Bobbio. Nel 1216 viene nominato il primo podestà ed il Comune da consolare diventa podestarile.

Nel 1304 Corradino Malaspina diventa signore della città e Bobbio diventa Signoria, ma questo dominio cessa nel 1341 con l’arrivo dei Visconti.

Nel 1341 Bobbio è aggregata alla Signoria di Milano e dal 1395 ridiventa Contea e segue le alterne vicende politiche di Milano che da Signoria diventa Ducato.

Nel 1436 diviene feudatario di Bobbio e Voghera Luigi Dal Verme (1436-1449); la famiglia Dal Verme si stabilisce nel castello di Bobbio a cominciare dal XVI secolo. Dall’alto vegliano su Bobbio i Visconti e nel 1447 viene formata la Repubblica Ambrosiana.

Forse di questo periodo sono i vocaboli: bigulòt, (venditore ambulante), büscai, (legna minuta per il fuoco).

Nel 1499 inizia il periodo del Ducato francese che si alterna con gli Sforza fino al 1525 che, con la battaglia di Pavia, segna la fine del dominio francese in Italia del Nord e l’inizio di quello spagnolo.

Dal 1559 al 1713 il Marchesato di Bobbio dipende dalla Spagna e di questo periodo abbiamo molti vocaboli che si inseriscono nella nostra parlata: “agüd”, agudo (acuto); “alchèrd”, alcalde (capo dell’amministrazione spagnola); “barachèda”, baraja (rumore); “bufè”, bufar (sbuffare), “cilàpa”, jalapa (riduzione di raiz de Jalapa ), “cìtu”, chito (zitto); “gandüla”, gandul (vagabondo); “rugnè”,rosnar (brontolare);”stüf”, stufo (orgoglio); “śmursè”, smorzar (spegnere); “taclìn”, taca (tassello); “tarlüch”, tarugo (pezzo di legno); “tumètica”, tomate (pomodoro), rafforza poi il vocabolo “lùch”, loco (stupido); nella toponomastica troviamo “Pegni”, peña (colina rocosa).

Anche il periodo austriaco (1713-1746) lascia il segno nel dialetto bobbiese e di quest’epoca troviamo: “bśìa”, bizen (ape); “burdèl”, bolden (schiamazzo); “büśèca”, butz (trippa); “ślèpa”, schlappe (sconfitta); “stôpè”, stop (turare); “tèpa”, toppa (muschio); “vardè”, wardon (guardare).

Dal 1746 al 1797 la Provincia di Bobbio è aggregata al Regno di Sardegna e nel 1770 il Marchesato di Bobbio viene abolito.

Dal 1797 al 1815 Bobbio è aggregata alla Repubblica ligure e poi nel 1805 passa sotto la Francia di Napoleone. Molteplici le parole che si inseriscono nella parlata bobbiese: “adubè”, adobe (addobbare); “bascüla”, bascule (bilancia); “bilièt”, billet (biglietto); “bôśia”, bougie (porta candela); “bucòn”, boucon (boccone); “büfè”, buffet (soffiare); “buì”, boullir (bollire); “caneté”(stoffa leggermente arricciata); “carèt” (carretto);”crusé” (uncinetto); “èrch en ciél”, arc en ciel (arcobaleno); “gilé”, gilet (panciotto); “trasport” (trasporto); “traturìa”, traiteur (trattoria); “trùpa”, troupe (truppa); “armùar”, armoire (armadio); “èrch en ciél”, arc en ciel (arcobaleno).

Anche nella toponomastica era rimasto un Parvé che sicuramente, indicando un vicolo stretto della città di Bobbio, era derivato dalla parola francese parvìs (vicolo che porta al sagrato); una località vicina alla città si chiama Montè ed infatti è un luogo in salita come indica la parola francese montée; la località denominata Squera non è altro che la traduzione della parola dialettale “schèra” a dimostrazione di questo è che il sentiero che porta alla vetta del Penice, continuazione di quello che passa per Squera partendo da Bobbio, i bobbiesi lo chiamano “e scarèt).

Dal 1815, Bobbio verrà inserita nella storia d’Italia.

Se Bobbio era un centro di cultura per merito del Monastero di San Colombano, anche nella sua popolazione, per merito di famiglie nobili, la vita doveva essere di alto livello: sacerdoti e persone dotte si riunivano nei nobili palazzi e si dilettavano con rappresentazioni teatrali, musicali e sicuramente con discussioni filosofiche e poetiche. Parlare il dialetto del posto era, per i nobili, una forma di etichetta come avveniva anche in moltissime altre città. Ma se alcune città ebbero la fortuna di avere dei poeti che nobilitavano questa parlata popolare, in altre invece, quegli scritti in vernacolo vennero dimenticati in vecchi canterani e poi dispersi con le vecchie ed inutili carte.

Pochi sono i poeti bobbiesi di cui si abbia testimonianza con i loro scritti, uno di questi è il cavaliere Pietro Mozzi che con il suo Bobbio che parla, pubblicato nel dicembre 1922, esprime tutto il suo amore per la «sua piccola grande patria». Altro scritto che abbiamo trovato è quello del canonico Francesco Ballerini, nato a Bobbio nel 1824 e qui morto nel 1912; è una traduzione di una novella del Boccaccio nell’opera I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di Messere Giovanni Boccaccio- Novella IX della giornata I.

La traduzione effettuata dal canonico Giacinto Pezzi della “Parabola del figliol prodigo” deve essere collocata intorno agli anni 1850 poichè il canonico  morì molto vecchio nel 1860.

Inoltre abbiamo trovato una poesia di Esusperanzo Ballerini, nobile bobbiese, giornalista e scrittore, che raggiunse elevati incarichi sia nella magistratura e sia come amministratore dei Benefici Vacanti. La poesia, scritta nel 1877, si intitola Bréndes, ma egli tradusse anche, in versi italiani, molte poesie dialettali di autori del suo tempo e le pubblicò nel 1923 col titolo Umorismo paesano.

Il Ballerini fu personaggio di alto valore e non fu l’unico, si sa infatti che già nel 1300 un certo Columbus de Bobio insegnava all’Università di Pavia.

 

Dalla mie ricerche risulta che il primo a parlare del dialetto bobbiese fu B. Biondelli, nel Saggio sui dialetti Gallo-Italici pubblicato nel 1853. Il Biondelli lo pone come un derivato del dialetto parmigiano; altri lo dicono derivante dal lombardo, altri dal piemontese, altri ancora dal piacentino. La verità, credo, stia nel fatto che ogni dialetto nasce su un territorio e lì si sviluppa e si evolve. La somiglianza con gli altri dialetti deriva unicamente dall’aver avuto una storia similare; a dimostrazione di questo il fatto che paesi vicinissimi a Bobbio hanno sviluppato una parlata ben diversa, con vocaboli e sonorità proprie ed uniche. Ne sono dimostrazione le traduzioni della Parabola del figliol prodigo nella Grammatica Bobbiese dei dialetti del circondario della città di Bobbio.

Faccio notare che nel Glossario latino emiliano di Pietro Sella del 1882 si fa riferimento a un latino medioevale di Bobbio, parlato nel XII secolo a dimostrazione che il parlare bobbiese era già considerato importante.

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La nuova grammatica bobbiese

30th novembre 2009

grammatica

Questa grammatica è nata dalla necessità di evidenziare nel “Vocabolario del Dialetto Bobbiese tutte le possibili regole esistenti nella nostra parlata. Utilizzando lo schema adoperato dalle maggiori opere sull’argomento sono riuscito ad analizzare ed approfondire tutti gli aspetti del dialetto anche se, molte volte, mi sono trovato nell’impossibilità di risolvere alcuni problemi.

Il Dialetto bobbiese è senza regole: quando si crede di averne individuata una, subito una frase la smentisce. Il fatto è che si basa su delle consuetudini fissate nel tempo, le fa regole, ma queste sono nate dalla fantasia basata sulla armonia della parlata che, come musica, diventa uno spartito di note fisse senza alcuna variazione.

L’importante è stato entrare in queste consuetudini, capirne i suoni e trascriverle con umiltà, fissandole e mettendole a disposizione di tutti gli studiosi che, in futuro, vorranno nuovamente affrontare lo studio di questo dialetto e con esso la storia subita dalla nostra Città.

Un ringraziamento vada all’amica Anna Manfredi che, con la sua pazienza e la padronanza del nostro linguaggio mi ha permesso di analizzare certi gruppi discorsivi e con la sua competenza mi ha potuto, da subito, dare la convinzione che questo mio lavoro, serio ed approfondito, sarebbe riuscito nel modo migliore ed essere convincente

Gigi Pasquali

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Il vocabolario del dialetto Bobbiese

18th settembre 2007

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ritaglio La Cronaca
Articolo apparso su "La cronaca" l'11 settembre 20007. In alto a sinistra, il professore Angelo Stella, a destra uno degli autori, Gigi Pasquali 

Il Vocabolario del Dialetto Bobbiese è ormai una realtà e l’8 settembre è stato presentato alla popolazione nell’uditorio comunale. La presenza di molte persone, ma soprattutto la presentazione fatta dal Prof. Angelo Stella docente di storia della lingua italiana dell’Università di Pavia e illustre componente dell’Accademia della Crusca hanno gratificato e legittimato il lungo lavoro degli autori. Questi, Gigi Pasquali e Mario Zerbarini, hanno così completato quel progetto che, nell’ambito della Sezione Arte e Cultura da loro fondata nel sodalizio della Famiglia Bubièiza, prevedeva lo studio e l’approfondimento della nostra parlata.

Già nel 1995 avevano ottenuto dal prof. Enrico Mandelli, studioso indiscusso ed interprete dell’anima di Bobbio e delle sue tradizioni, il primo studio sul nostro dialetto. Il Dialetto Bobbiese «non è una vera grammatica organica, scientifica è soltanto una raccolta di spunti grammaticali suggeriti a coloro che volessero dedicarsi allo studio di un argomento oggi abbastanza di moda “le radici” di un modo di parlare, per vedere un poco più a fondo nella storia di una gente, che attraverso quel “parlare” esprime i suoi sentimenti, la sua cultura, la sua vita» così le parole del Professore nella sua introduzione.

Gli autori del vocabolario hanno allora raccolto l’invito e con modestia, pazienza e tanta buona volontà, hanno voluto fissare nel tempo quel modo di esprimersi “unico, libero, senza regole” basato solo sulle consuetudini, talvolta contraddittorie, che si sono stabilite come regole nel tempo.

Il vocabolario raccoglie circa 9000 vocaboli e questi aiutano, quasi con affetto, a percorrere quella strada che la Storia ha scolpito attraverso moltissime generazioni. Certe parole emergono da un passato lontano, da eventi paurosi, ma anche da momenti di vita quotidiana. Attrezzi, cose, stati d’animo, paure,  rimaste oggi solamente come parole ma che indicano chiaramente l’evolversi degli eventi, il passare del tempo.

La raccolta dei vocaboli è avvenuta  con l’aiuto di collaboratori che vantano le loro origini derivanti da diverse generazioni presenti nella nostra Città, ma anche ascoltando attentamente il parlare della gente.

Un’opera che merita rispetto visto che è costata agli autori otto anni di impegnativo lavoro, di studio e di continue verifiche. Il “Vocabolario” come “Il Dialetto Bobbiese” del prof. Enrico Mandelli resteranno come pietre miliari per lo studio della nostra parlata e saranno tenute sicuramente come punti di riferimento per tutti quelli che in futuro vorranno portare avanti questo discorso. 

La sala gremita:

Al centro la dottoressa Monica Tassi Sulla destra il sindaco Roberto Pasquali

L'autore Gigi Pasquali ringrazia i presenti:

L’autore Gigi Pasquali ringrazia i presenti

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Le Vocali

20th maggio 2006

Le vocali 

Le vocali sono cinque come in italiano, ma i loro suoni vocalici sono in numero maggiore.  

La vocale  « A » 

Questa vocale in italiano ha un suono unico ed è identico al suono dialettale della «a» atona.

Quando invece l’«a» è tonica, nel bobbiese può avere due suoni: un suono «à» aperto o meglio prolungato ed un suono «á» meno prolungato .

Esempio: suono aperto e un po’ prolungato.

– e bàl (le palle), u cavàl (il cavallo), u camàl (il camallo), ecc.

suono meno aperto me cánt (io canto). 

La vocale  « E » 

In italiano può avere due suoni: uno chiuso «é» e uno aperto «è». Nel dialetto bobbiese ha anche un suono intermedio: è una «e» atona che nella pronuncia tende a diventare muta o quasi muta. Questo suono intermedio si presenta quando in una parola c’è lo spostamento dell’accento tonico su un’altra vocale, causato da un qualsiasi motivo, coniugazione, alterazione, ecc.

Esempi:

– mé a lèg (io leggo) nün a l’giuma (noi leggiamo)

– mé vèd (io vedo) nün a v’duma (noi vediamo)

– padèla (padella) padlìn (piccola padella)

– lègna (legna) l’gnèra (legnaia). 

Può anche succedere che la «e» tonica di un tema verbale, si trasformi in «a» per lo spostamento dell’accento tonico. 

Esempi:

– mé pèrl (io parlo) nün parlùma (noi parliamo)

– mé aśèrd (io azzardo) nün aśardùma (noi azzardiamo)

– mé bèś (io bacio) nün baśùma (noi baciamo)

– mé vèr (io valgo) nün varùma (noi valiamo)

mé tèś (io taccio) nün taśùma (noi tacciamo)

– mé spèr (io sparo) nün sparùma (noi spariamo)

– mé lèv (io lavo) nün lavùma (noi laviamo)

– mé pègh (io pago) nün pagùma (noi paghiamo)

– mé pèrt (io parto) nün partùma (noi partiamo) 

sono verbi che hanno variazioni nel «nel tema». 

Quando nella scrittura troviamo già una lettera accentata la «e» tonica viene indicata con il segno «ē», se il suono è stretto e con il segno «ę» se il suono è aperto. Negli altri casi la «e» è sempre letta come chiusa.

Esempi:

– lü u vedrà (egli vedrà) cręiśmè (cresimare) 

La vocale  « I » 

La vocale «i» non presenta alcuna difficoltà, si pronuncia come in italiano. L’accento grave è però obbligatorio solamente sulla «i» finale di parola se è tonica, come per esempio negli infiniti della III coniugazione. Es. finì (finire), murì ( morire), ecc.

Ma noi lo useremo anche sulla «i» tonica di parole non piane come «vistìs» (vestirsi), «brìscula» (gioco a carte), quando il non metterlo porterebbe confusione nella lettura delle parole.  

La vocale  « O » 

La vocale «o» in posizione atona si pronuncia come in italiano. In posizione tonica, nel dialetto bobbiese, ha più sonorità:

abbiamo

una «ö» molto chiusa e3 variata come si evidenzia nelle parole: fiö (figlio), linguö (ramarro), ecc

una «ó» chiusa come nella parola: mórt (morto), cón (con), ecc.

una «ò» aperta che troviamo in finale di parola: falò (falò), cumò (comò). ecc.

una «ô» chiusa con suono nasale: rôba (cosa, roba), vôta (volta), ecc.

Quando nella scrittura troviamo già una lettera accentata, la «o» tonica viene indicata con il segno «ō», se il suono è stretto e come in italiano «o» normale se il suono è aperto. 

La vocale  « U »  

La vocale «u» in posizione atona si pronuncia come in italiano. In posizione tonica invece abbiamo :

una «ü» con suono chiuso e turbato: (egli), vün (uno), ecc.

una «ù»con suono aperto, si trova nella maggioranza dei casi in finali di parole: cucù (cuculo), ar sù (il sole), ecc.

una «ú» con un suono chiuso: parsút (prosciutto)

Le consonanti 

La consonante  « B » 

Nel dialetto bobbiese viene pronunciata come nella lingua italiana. 

La consonante  « C »  

Come consonante ha, come in italiano, un suono duro davanti alle vocali «a-o-u» e davanti a «h»; quando la «c» si trova a fine parola per ottenere il suono duro la si fa seguire dalla lettera «h» come ad esempio nelle parole «sèch» (secco), «lùch» (sciocco), ecc.; per ottenere invece un suono dolce non la si fa seguire dalla lettera « h » come  nelle parole « vèc » (vecchio), «strìc» (lasca), «cùc» (accosciato), ecc. 

Nei trigrammi «cia» (ciamè), «cio» (ciôsa), «ciu» (ciùch), la «i» è un semplice segno grafico e non deve essere pronunciata se non ha l’accento. 

La consonante  « D » 

Questa consonante viene pronunciata come in italiano. 

La consonante  « F » 

In dialetto si pronuncia come in italiano. 

La consonante  « G » 

Ha un suono duro davanti a « a-o-u », davanti ad «h» ed ad altre consonanti «cme» (come). Quando la si trova in finale di parola, per indicare il suono duro la si fa seguire dalla lettera «h» ad esempio: «bègh» (verme), «lègh» (lago).

Ha invece un suono dolce davanti alle vocali «e-i». Si può trovare anche a fine parola  come ad esempio nella parola «lèg» (leggere) ed anche in questo caso, come succede con la «c», per indicare il suono dolce la si scrive senza la « h ». 

Nei trigrammi «gia» (giása), «gio» (giòstra), «giu» (giurnè), la «i» è un semplice segno grafico per indicare una pronuncia dolce. 

La «g» davanti alla «n» rappresenta il suono nasale di «gnòch». 

La consonante  « H » 

In bobbiese come in italiano l’«h» viene usata come segno distintivo della pronuncia gutturale della «c» e della «g» davanti alla «e» ed alla «i».

– Nelle cinque voci del verbo « avèi » al presente indicativo e nel passato prossimo dove nella pronuncia rimane muta : me a gh’hô, te at gh’hé, lü u gh’ha, nün a gh’ùma, viètar a gh’hì, lu i gh’hàn ; me a gh’hô avìd, te at gh’hé avìd, lü u gh’ha avìd, nün a gh’ùma avìd, viètar a gh’hì avìd, lu i gh’han avìd. 

– Come elemento caratteristico di alcune esclamazioni: ah!, oh!, ohimè!, ohibò!, ecc. 

La consonante  « L » 

È una consonante che viene pronunciata come in italiano: surèla (sorella), fradèl (fratello), cavàl (cavallo), ecc. 

Una caratteristica del dialetto bobbiese e degli altri dialetti lombardi, è l’abbandono graduale del rotacismo. Sotto l’influsso della lingua italiana la «r» intervocale viene sostituita dalla «l»; il rotacismo si conserva invece ancora nelle seguenti parole:

Varèi (valere), vurèi (volere), scarògna (scalogna), s’réśa (ciliegia), curtèl (coltello), rigulìsia (liquiriśia), carimè (calamaio), candèira (candela), cariśna (caligine), gùra (gola), ar (il), ra (la), ecc. 

Invece del trigramma «gli» che appare nella lingua italiana, davanti ad altre vocali il bobbiese presenta una «i» semivocalica, abbiamo così: familia (famiglia), vöia (voglia), ài (aglio), föia (foglia), bilièt (biglietto), bilièrd (bigliardo), miliùr (migliore), mèi (meglio), tvàia (tovaglia), ecc. 

Si nota però che in alcuni casi, in una parlata più «dotta», forse in alcuni italianismi o in termini con grafia italianizzata, il trigramma viene utilizzato. Ad esempio nel congiuntivo imperfetto del verbo imbottigliare (embutiliè) si sente sempre più spesso: «ch’u l’embutiglìsa» invece di «ch’u l’embutili-ìsa» L’utilizzazione avviene più graficamente che foneticamente. 

La consonante  « M »  

È una vocale che nel dialetto si pronuncia come in italiano.

In molti altri dialetti quando la «m» si trova davanti ad una consonante sorda, nella maggioranza dei casi si comporta come la «n»: si dilegua e nasalizza la vocale precedente.

Esempio: embacüchè, la «e» che precede la «m» si nasalizza e nella pronuncia viene prolungata sovrapponendosi alla pronuncia della «m»

Ma questa non è una regola, è una consuetudine legata al modo di esprimersi di alcuni e non di altri.

Nel vocabolario abbiamo solamente messo in evidenza questo fatto lasciando così libero il modo espressivo di ognuno 

La consonante  « N »  

Nel dialetto bobbiese ha un suono come nella parola italiana « nono » quando: 

– è all’inizio di parola: num (nome), nuśa (noce), ecc

– si trova tra due vocali: nonu (nonno), pana (panna), ecc.

– segue un’altra consonante: mürnè (mugnaio), carìśna (caligine), ecc.

– si trova in finale di parola: vśin (vicino), vìn (vino), pàn (pane), ecc. 

Una caratteristica importante del nostro dialetto è il dileguamento con nasalizzazione della vocale precedente, quando la «n»si trova davanti ad una  consonante «sorda»:

Andè (a’dè), tànt (tà’t), déntôr (dé’tôr), gnént (gné’t), marénda (maré’da), enàns (enà’s), véntidü (vé’tidü) e così via.

Nella pronuncia la vocale che precede la «n» si nasalizza e viene prolungata sovrapponendosi alla «n».

Ma da uno studio approfondito si nota che questa norma viene applicata sulla maggioranza delle parole, ma non su tutte ed inoltre questo dilenguamento con nasalizzazione resta un modo personale di esprimersi.

Resta difficile nasalizzare: sìngar, ànra, trìnca, vànga, ànca, anvìn, ràncio, bànca, deśmanghès, e moltissimi altri vocaboli.

Si rileva che anche nella parlata corrente, quando la «n», a fine di parola, precede un’altra consonante molti bobbiesi applicano questa norma; ad esempio: 

I gh’han dàt I gh’ha’ dàt; pàn gratè pà’ gratè, ecc. 

La consonante  « P » 

È una consonante che si pronuncia come in italiano.

Si noti la tendenza del dialetto di sonorizzare le sorde; è frequente il caso che parole italiane che iniziano con la «p», comincino poi nel dialetto con la «b». 

Esempi: Prugna (brìgna), palla (bàla), prendere (brônchè),ecc. 

Altre invece hanno la consonante «v» al posto della «p» italiana. 

Esempi: Savòn (sapone), rèva (rapa), savurìd (saporito), cavì (capello), savèi (sapere), ecc. 

Alcune volte avviene anche il dileguamento della «v»:  sùra (sopra), cuèrta (coperta), quèrc (coperchio) ecc. 
 
 
 

La consonante  « Q »  

È una consonante che è sempre seguita dalla vocale « u ». Si pronuncia come in italiano.

Il digramma «cq» viene scritto con la sola «q». Es.: Acqua (àqua). 

Abbiamo parole che in italiano cominciano con la «c» che in dialetto si trasforma in «q»:

Esempio: Coprire (quatè), coprire (quarcè), coperchio (quèrc), ecc. 

e ne abbiamo altre che cominciano in italiano con la «q» che si trasforma in «c»

Esempio: qui (ché), questo (che lü), questa (che lé), ecc. 

La consonante  « R » 

È una consonante che nel dialetto rende lo stesso suono di quello italiano. 

Mentre l’italiano ha conservato questa consonante presente nelle parole latine, il dialetto l’ha persa in moltissimi casi: 

– nell’infinito dei verbi: finì (finire), can (cantare), vèd (vedere), rìd (ridere), piànś  (piangere), ecc. 

– nei sostantivi che in italiano terminano in «iere»: barbé (barbiere), purté (portiere), cantuné (cantoniere), curiéra (corriera),ecc. 

Inoltre la consonante «r» è facilmente soggetta al fenomeno della «metatesi» (inversione nell’ordine di successione dei suoni in una parola).

Esempio: Cardénsa (credenśa), entrégh (integro), marùd (maturo), tarśént (trecento), nòstar (nostri), ecc. 

La consonante  « S »  

Questa consonante, come in italiano ha due suoni, uno sordo ed uno dolce.  

– Ha un suono sordo come nella parole italiane: stanco stràch, corsa cùrsa, crescere crès,  ecc. 

– Quando invece ha un suono dolce, come nelle parole italiane: sdentato śdentè, schiaffo śgiafòn, slavato ślavè, noi la indicheremo con il segno «ś» 
 

La consonante  « T » 

Ha lo stesso suono che in italiano.

In molti casi, in posizione intervocalica ed in finale di parola, la « t » originaria latina da sorda si è trasformata in sonora diventando « d ». Il caso più evidente è il participio passato di alcuni verbi: finìd (finito), savìd (saputo), benedìd (benedetto), bęivìd (bevuto), pianśìd (pianto),ecc.

Altri casi: röda (ruota), nüdè (nuotare), dìd (dito), maridè (maritare), fradèl (fratello). 

La consonante  « V » 

È una consonante che si pronuncia come in italiano. 

Esempi: vün (uno), avèi (avere), avèrt (aperto), öv (uovo), növ (nuovo), vèduv (vedovo), sèrva (serva), ecc.

Frequente nel dialetto è la prostesi (aggiunta di una lettera all’inizio di parola) della «v»: vün (uno), vòt (otto), vès (essere), ecc. 

La consonante  « Z »  

Nel dialetto questa consonante non viene utilizzata; si usano invece le consonanti  « s » e « ś »:  

a) quando ha il suono sordo nella pronuncia bobbiese si usa  «s»

      Esempio:  zafferano (safràn), forza (fôrsa), zucca (süca), paśienza  (pasiénsa), ecc. 

b) quando ha il suono sonoro si pronuncia «ś» utilizzando il segno «ś»:

      Esempio: mèśa (mezza), laśaròn (lazzarone), ecc., come il suono che si  utilizza nella parola italiana «zero». 
 

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Il dialetto bobbiese

6th maggio 2006

IL DIALETTO BOBBIESE

 

Il dialetto bobbiese appartiene ai dialetti dell’Italia settentrionale, conosciuti col nome  di Gallo – Italici, a cui appartengono i gruppi ligure, lombardo, piemontese e emiliano- romagnolo.

Come tutti i dialetti italiani, il bobbiese deriva dallo sviluppo e dalla trasformazione del latino volgare che si arricchì nel tempo con l’apporto linguistico dei popoli che si sono avvicendati sul nostro territorio.

Il “ sermo vulgaris ” aveva  già  le sue radici  sul sostrato celtico, la lingua parlata degli abitanti del luogo prima dell’arrivo dei Romani: questi erano Galli, una popolazione celtica proveniente dai territori dell’attuale Francia.

L’influenza celtica si nota soprattutto nella fonetica delle parole, il suono vocalico “ ö ” equivale al suono “ eu ” francese, la “ ü ” dialettale alla “ u” francese ed inoltre i diversi suoni nasali.

La  parola  latina  durum  si  evolve  in  dür ”, “ ostium  in  üs ”, “ foliam ” in  föia ”, “ hinc hodie  in “ incö  ed altre ancora.

Meno importante  fu invece l’influsso celtico sul lessico,  ricordiamo alcuni vocaboli : brenta (recipiente di legno per il vino), mascarpòn (mascarpone), magiüstar ( fragole), brich ( dirupo), sgürè (strofinare), bgnòn (rigonfiamento), garòn (coscia).

Piacenza, abitata già al tempo delle popolazioni terramaricole, fu in seguito dominata da Liguri, Etruschi e Galli Boi, per passare successivamente ai Romani (dal 218 a.C.). La loro lingua ebbe il sopravvento e si impose su quella delle popolazioni locali.

Mentre le persone colte parlavano il latino, il popolo adottò il “ sermo vulgaris ”, che in seguito, per evoluzione graduale, dette origine  ai vari dialetti locali.

Con la caduta dell’Impero Romano, l’Italia subì l’invasione di vari popoli. Verso il 450 d.C., i Goti, gli Unni, i Burgundi e diverse altre tribù barbariche, di origine germanica, scesero alla conquista della Lombardia e dei territori limitrofi; tra queste, quelle che ebbero più peso per la nostra storia furono i Longobardi. Era l’anno 572 d.C..

Ai Longobardi seguirono i Franchi, altra popolazione di origine germanica, che scesero in Italia al seguito di Carlo Magno, nel 774 d.C.. Tutte queste popolazioni non imposero però la propria lingua, come avevano fatto invece i Romani, ma si impossessarono di quella delle popolazioni locali, portandovi ovviamente nuove terminologie, come del resto avviene ancor oggi quando due gruppi etnici, con idioma diverso, si incontrano e sono costretti a vivere insieme.

 

 PREMESSA

 

Il lavoro che abbiamo intrapreso parte dalla ricerca fatta dal Prof. Enrico Mandelli, con l’opera  “Il Dialetto Bobbiese ” e sviluppa ed approfondisce il vocabolario quale strumento di futuri studi sulla nostra parlata.

Se altri dialetti hanno avuto la fortuna di possedere insigni letterati che con le loro opere e studi hanno fissato delle regole, il bobbiese non può fregiarsi di un tale patrimonio e i pochi  scritti che ci sono pervenuti non ci permettono di capire come il nostro dialetto si sia evoluto nel tempo.

Bobbio, pur nel suo isolamento, ha modificato nei secoli il suo idioma e questo cambiamento si è accentuato sempre di più dopo gli anni  ‘50 .

Dopo la fine della seconda guerra mondiale e l’avvento di una civiltà industrializzata, Bobbio, tagliata fuori dalle grandi vie di comunicazione, ha subito il più massiccio spopolamento. Intere generazioni di giovani sono state costrette a trasferirsi nelle grandi città alla ricerca di un posto di lavoro.

Gli artigiani, i negozianti, venivano man mano sostituiti da persone di campagna che, lasciati i loro villaggi, approdavano a Bobbio, portando anche la loro parlata. Il dialetto Bobbiese andava così, velocemente, a modificarsi subendo l’influsso dei nuovi arrivati.

Ormai pochi conoscono l’antica parlata dei nostri avi, i giovani parlano ormai l’italiano e gli anziani si adeguano, cancellando così anche le nostre antiche tradizioni, i nostri modi particolari di dire, i nostri costumi, la nostra storia.

Quest’opera è anche la consapevolezza che il nostro dialetto sia un dialetto di frontiera e come tale mostra molte incongruenze, pochissime regole grammaticali, ma ferreo, ad esempio, nell’uso degli articoli determinativi che prevede per ogni vocabolo un determinato articolo e solo quello. La difficoltà nasce di avere diversi articoli determinati, ad esempio l’art. « il » diventa, davanti al papà «u pupè», ma davanti al professore si manifesta come  « ar prufesur », per l’articolo femminile avremo «a mama», ma « la » davanti alla “famiglia” diventa «ra familia». Nel nostro lavoro abbiamo evidenziato tutte le anomalie riscontrate affinché possano diventare, per le nuove generazioni, motivo di studio e invogliare i giovani a ritornare alla “scoperta” della lingua dei loro padri.

 

Stralcio dal "Vocabolario Bobbiese", elaborato dal sottoscritto, dall’amico Mario Zerbarini, da Anna Manfredi e con la supervisione del professor Enrico Mandelli, di alcuni proverbi e modi di dire che arricchiscono la nostra parlata e che indicano sempre l’intelligenza e la saggezza delle nostre popolazioni.

 

   

 

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Ricette bobbiesi

6th maggio 2006

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 I prìm piàt

I pin

Par 4 parson: 300 gr. ad ricòta, bèla frèsca; ½ chilu da spinas o d'erbèt; on öv; 100 gr. ad furmai ad furma; 120 gr. ad faréna bianca; nuśa muschè e sè q.b.

 

As lèva bèn i spinas o i erbèt e i sa śbuiénta. Is trida cón a mèśalöna o is fan pasè ent u pasavardüra.

I s'empasta cón ra ricòta, l'öv, ar furmai, ra faréna e a nuśa muschè. Is lavura tant cm' i gnòch ad patèt. I tuctìn ad l'empast i vàn ślonghè cón u pèram ad ra man.

Is fàn cöś cm'i gnòch ent l'aqua buiénta e salè; i èn cöt quand i vègna a gala.

Ent ar dialèt bubièiś is ciama anca «pé da léśa» par ra furma ch'i g'han, che i pèra i pé d'ona léśa.

Is condìsa côn ona bona bagna ad fònś di nostar.

 

                                                                       Anna                                                    

Ecco un'altra ricetta in cui si aggiungano anche delle patate

 

I pìn

Par 4 parson: 300 gr. ad ricòta, bèla frèsca; ½ chilu da spinas o d'erbèt; on öv; 2/3 patèt, 100 gr. ad furmai ad furma; 120 gr. ad faréna bianca(sö par śö); nùśa muschè e sè q.b.

 

As lèva bèn i spinas o i erbèt, i sa śbuiénta e is  trida cón a mèśalöna; dòp, ona vôta fàt cöś e plè e patèt as fà pasè ar tüt ent u pasavardüra.

L'empast fàt cón ra ricòta, l'öv, ar furmai, ra faréna, e patèt e a nùśa muschè us lavura tant cm' i gnòch ad patèt. Cón l'empast as fà ona bìsa e tant cm'i gnòch, as tàia a tutctìn che i vàn ślonghè cón u pèram ad ra man.

Is fàn cöś ent l'aqua buiénta e salè; i èn cöt quand i vègna a gàla.

Ent ar dialèt bubièiś is ciama anca «pé da léśa» par ra furma ch'i g'han, che i pèra i pé d'ona léśa.

Is condìsa cón ona bòna bagna ad fònś di nostar.

 

                                                           Milia

I panseroti

Par 4 parson: Par fè e fritatén:100 gr. ad  lat ; on öv ; 100 gr. ad faréna ; dra  sè e ad l'oli d'uliva.

 

Lavurè bèn bèn ra faréna cón ar lat e dop mètga l'öv, ra sè e l'oli. Ona vôta prònt l'empast, fè de fritatén bèi sütil e fèia gnì frèd.

Entant ch'e vegna frèd preparè on empast cón ricòta, furmai ad grèna e spinas o erbèt (tant cme cul di pìn) e quand e fritè ièn fred bśögna spalmègh a sura l'empast e fèia sö cme di canonsìn ad 4 cm.

Dop aveia mis ent ona ticia, trèg a sura ra "besciamèla" e  condìa cón dra bàgna ad fonś, ma anca cón cula ad tumètich.

Mètia ent ar fùran chèd (180°) par 15 minüt.

 

Ra pastèla (che en italian as ciama «besciamella»):

on èto ad faréna; on èto ad bütir; on litar ad lat;  ra sè.

 

As mèta ent ona casaröra picéna ar bütir e us fa dasfè, pö as gha śonta ra faréna. As mèśda bèn e as fà rośulè. Dop as gha śonta ar lat, bèl chèd, pôch par vôta (bśögna stè aténta a fègh mia fè i mòtar.

A ra fin, as gha mèta ra sè e sénsa daśmèt da meśdè as fa cöś par 15 minüt. Se as vö ra pastèla püsè mòla as gha mèta on bicér ad lat ad pö.    

 

                                                                       Liliana 

I  Turtèi ad mègar cón ra cua

P'r'a sföia: 1 kg. ad faréna; 8 öv.

P'r'ar pìn: 1 kg. ad ricòta; 2 hg. da spinas o d'erbèt; 3 hg ad furmai ad grèna; 2 rus d'öv.  

 As fà ona bela sföia cón 5 öv entregh e tri rus, as ména bèn e as tira féna féna.

Ra pasta a va taiè a rômbi longh 7/8 cm. En mèś, as gha mèta ar pìn (on cüciarin). Par dègh ra sègma giüsta bśögna prima fè tachè i dü spigh ad front e dop, as finisa da sarèia sö cón ar rèst dra pasta; I turtèi  i rèsta fàt ch'i pèra a trèsa.

P'r'ar pìn sa śbuiénta I spinas is trida e as gha mèta ensèma ra ricòta, ar furmai ad grèna e I dü rus d'öv.

As gha śonta on spisìgh ad nuśa muschè, ra sè e ar pìn l'è bèl e fàt.

I van condìd cón dar bütir śitè e quèiche föia ad sèvia, ma as pö anca condìa côn ona bona bagna ad fònś di nostar.

 

                                                                       Liliana     

I macaròn fàt cón l'angùcia (par 4 parson)

Ricèta: 300 gr. ad faréna bianca; 1 öv; 20 gr. ad bütir.

 

L'angùcia che as dröva par fè i macaròn a l'è on fèr da calsèt.

As mèta en mèś a ra faréna ar bütir e l'öv e s'empasta tüt cón l'aqua tévda fin che ra pasta a dvénta bèla lisia. Quand l'è bèla lavurè as ne pìa di spisigòn gros cme de nisör e i s'enfrénsa ent l'angùcia, vün d'ona pèrt e l'ètor da l'ètra. Cón u pèram dra man as fa argülè l'angùcia śgnicandla ens l'asa fin che ra pasta a sa ślònga 6/7 cm.  Adsé i macaròn sôn fàt, basta tirèia föra da u fèr. Par fèia cöś is tràn ent l'aqua buiénta e salè, par sèt o vot minüt, sö par śö…

I macaròn is condìsa cón ra stüfè.

 

                                                                       Pina ad Masòch 

 

 

I gnòch

Par 4 parson: 1 kg. ad patèt, 300 gr. ad faréna, ra sè (on cüciarìn da cafè), 1 öv.

 

Bśögna mèt a cöś e patèt ent l'aqua frèda salè. Quand ièn prònt, scurèia e ona vôta plè fèia pasè ent u śgnicapatèt. Mèt ar tüt ens l'àsa dra pàsta, lavurèl on pô e dòp trìgh ensèma 2/3 ad faréna e lavurì sübit l'empast. Se fìsa mòl, mtìgh ancamò on pô ad faréna.

Quand l'empàst u s'è ripusè bśögna lavurèl cm' ona salsìsa gròsa cm'on stôpòn e dòp avèi sparpaiè ra faréna ens l'àsa taì i rudlìn in tuctìn da 2 o 3 cm. Ona vôta taiè tüti i rudlìn piè a grataréna dar furmai, enfarinèla e fègh pasè i tuctìn śgnicanghia contrà con u didòn.

Enveci da grataréna as pô drövè anca ona furséna.

I gnòch is cōndìsa bén bèn cón dar bütir e dar furmai ad grèna, ma anca cón dra bàgna ad fònś o ad chèran.

 

                                                                       Milia           

Pisarèi e faśö  (par 7/8 parson)

Ra pasta: 1 kg. Ad faréna bianca; ½ kg. Ad pan gratè; aqua buiénta.

 

Bśögna mèt ra faréna ens l'asa dra pasta e dop avèiga fat on büś en mèś, as gha trà dentor ar pan gratè.

Cón l'aqua chèda sa śbuiénta ar pan gratè (us mis'cia cón on cücièr par an brüśès mia i did); dop as gha śonta aqua frèda o tévda p'r' empastè.

Quand ra pasta l'è prònta as ne taia tanti tuctìn, cme di spisighìn, e i sa śgnica śö cón u did tant cme fè di gnuctìn       

 

Ra bagna ad faśö: 3 hg. ad faśö frèsch, śa plè o sèch da mèt a bagn ra sìra prìma da cuśinèia; ½ hg. ad bütir, on pô d'oli e ona bèla fèta ad lèrd, ona fèca d'ai, mèśa sigula, consèrva.

 

Prima ad tüt bśögna dè ona mèśa cutüra ai faśö. Ent ar condiment: bütir, trid ad lèrd, sigula rośulè a ftén sutil, dop as gha śònta ra consèrva cón ona taséna d'aqua di faśö e ona fèca d'ai, (entréga che pö as tira via). Dop on pô as gha trà ensèma anca i faśö par fèia finì da cöś. Bśögna śontègh da maniman l'aqua di faśö, en manéra che ra bagna an sa taca mia en fònd du padlìn.

Quand ra bagna l'è pronta, as mèta a bùi ona bèla pügnata d'aqua, as gha mèta ra sè e as gha trà dentor i pisarèi.

Quand i pisarèi ièn gnìd a gàla ièn prònt.

 

                                                                       Annamaria

I anvìn (par 5/6 parson)

Ra pasta: 600 gr. ad faréna bianca; 3 öv; 2 cücièr d'oli; sè e aqua tévda.

 

As mèta ra faréna ens u tèvul e en mèś ra sè, l'oli e i öv ch'i vàn śbatìd cón ona furséna.

S'empasta bèn ra faréna cón l'aqua  tévda (presapôch ona tàsa) e quand ra pasta l'è bèn lavurè, as tira cón a s'ciura ona sföia bèla sutìla. Dop as tàia tanti rutondìn ad pasta da empinì.    

 

Ar pìn: 400 gr. da stüfè; 2 branchè ad pan gratè; 3 hg. ad furmai gratè; 3 öv; scaröra (föi vérd śbuiéntè, nuśa muschè, pèivar e sè.

 

Par fè ar pìn as trida cón a mèśa löna ra stüfè e as gha mèta anca on pô ad bagna tévda ens ar pan gratè. As gha śonta ar furmai, i öv, ra scaröra cöta e tridè, a nuśa muschè, ra sè, ar pèivar. Ar pìn u gha da ès bèn amalgamè, se l'è trop dür, as gha śonta dar bröd o dra bàgna.

 

Cm'is fàn: en mèś a i rutondìn ad pasta taiè cón a lèrfa d'on bicer as gha mèta mèś cüciarin ad pìn; is pìga a mèśa löna e as tàca i dü cô cme on anèl. Adsé vegna föra i anvìn fat a caplìn.

Is condìsa cón ra stüfè.

                                                            Anna  

 

 

Ra panèda

Par 4 parson: 2 ftén ad sigùla, 1 fténa ad lèrd, gr. 40 ad bütìr, 2 litar d'aqua, 5/6 branchè ad pàn vèc, ra sé furmài da gratè.

 

Tridè ar lèrd cón a sigùla e fèl rośulè ensèma a 20 gr. ad bütir ; quand ièn culurìd trègh l'aqua e lasèla bùì par on'ùrèta, dòp fèla gnì frèd e mètgha ar pàn bèl dür. Pasè quèiche ùra bśögna mèt ra mnèstra ens ar fögh e fèla cöś par trì quèrt d'ùra, sö par śö. Föra dar fögh as gha śònta ar bütir ch'è restè e tànt furmài gratè.

Adsé ra panèda l'è prònta da mangè.   

 

                                                           Angelina       

 

 

Questo è il classico piatto che viene cucinato per il giorno dei morti; è una ricetta poco costosa, ma gustosissima.

I sìśar

800 gr. ad sìśar mìs a bàgn ra sìra prima ent l'aqua tèvda; 1 gàmba ad sèlar, 1 caròtula, 1 patèta e du föi ad sèvia; 400 gr. ad custèn ad gògn.

 

Ona vôta tridè ra vardüra e taiè a tuctìn a patèta is mèta a bùi ent ona pügnata cón 1 lt. e mèś d'aqua; as ghà śònta i sìśar ed e custén e as làsa bùi ar tüt par on'ùra e mèś. Quand i siśar ièn quèśi cöt as ne pìa on pô e is pàsa ent u pasavardüra en manéra da fè gnì menu liquìd ar bröd ;as gha trà ra pàsta o ar rìś, e du föi ad sèvia e as làsa bùi ancamò par 15/20 minüt (sö par śö). Ona vôta cöta, da ra mnèstra as gha tìra via on pô ad siśar ed e cüstén. I siśar is condìsa cón ad l'òli (e se ièn frèd anca cón l'aśèid) ensèma a quèiche pôr o a ona sigùla taiè a ftén sütil: cón e custén ièn ona bontà.

 

                                                           Milia

 

Pulénta e marlüs

Par 4/5 parson

Puléñta :3 litar d'aqua ; 600 gr. ad faréna ad mèlga; ona patèta, ra sè.

 

Quand l'aqua salè a buia as tàia ona patéta a ftén sutil sutil, es tran śö e es fan cöś. Pö as trà śö anca ra faréna ad mèlga, pôch par vôta, entant che as mèśda cón u canèl; an gh'ha mia da fè i motar. As fa cöś p'r on'ura, prèsapôch e da maniman as mèśda sempar.

 

Marlüs e sigul: on bartagnin ad marlüs möi; 5 o 6 sigul; oli d'uliva.

 

As taia ar marlüs bèn muiè e süghè, a tuctìn e u s'empana cón ra faréna ad mèlga e us fa friś ent ona padèla fìn che un fà ra crusta.

As fa cöś ent l'oli e sigul taiè a ftén sutìl, dentor on'ètra padèla cón u querc, adèśi adèśi

Quand e sigul ièn cöt es tràn śö sura ar marlüs e cón ca pitansa ché, as condìsa ra pulenta.

                                                                       Ernesta        

 

 

I secònd piàt

Ra stüfè (par 4 parson)

 

800 gr.  ad chèran ad manś ; 50 gr. ad lèrd; 50 gr. ad bütir; 1/2 litar ad vìn nèigor ad cul bòn; dü fèch d'ai; dü föi ad lèvor; dü ciôd ad garofan; on spisigh ad nuśa muschè; 30 gr. ad sigüla; on litar ad bröd; on cüciarin ad consèrva; ra sè.

 

Par fè ra stüfè as pia ona bèla tridèda ad lèrd e us mèta ent ona casaröra cón ar bütir. As trìda anca a sigüla e as mèta a ruśulè ensèma a l'ai, adèśi adèśi.

Quand a sigüla l'è prònta as fà pasè ra chèran ch'a gh'ha da ruśulè a fögh alégōr.

Pö as gha mèta ra sè e us quèrcia ad vìn.

Quand ar vìn u s'è mèś süghè as gha śonta i odur ensèma a ra consèrva e ar bröd. Ona meśdèda e pö a sa sbasa ar fögh.

Us quèrcia e us lasa andè adèśi adèśi almenu par trèi ur.

                                                                       Milia

 

A lévra

Ra sìra prima as divida a lévra a toch e is mèta ent ona gròsa bièla ensèma a ona sigula taiè en quatar, a on pô ad canèla, a quèiche ciôd ad garofan e a ona föia o du ad lèvar. Bśögna quarcè ar tüt cón dar vìn neigor e lasèl a möi par tüta ra nöt.

Ra maténa dop as fa rośulè ent ona gròsa casaröra, ona sigula e ona fèca d'ai, taiè bèi fin en dü èti ad bütir e on bicér d'oli d'ôliva. Dop, bśögna śontègh dar lèvar e quand ar sofrìt l'è prònt as gha mèta i toch ad lèvra bèi scurè. Is fàn friś bèn bèn e dòp as gha śonta ar pèivar, ra sè, cul tant ch'a basta, on pô ad consèrva e as quèrcia ar tüt cón dar vìn nèigor e as lasa cöś ens ar fögh bàs.

Quaranta minüt prima da tirèla śö dar fögh, as gha mèta ona bèla tridè ad pusümar cón du fèch d'ai.

Ona vôta prònta a và servìda bèla chèda. Cón ra bàgna ch'a rèsta en fònd as pö condì anca i macaròn.

 

                                                                       Irene

E lümas

Par 4 parson: 80 lümas; ½ kg. ad carotul ; ½ kg. ad sèlar; ½ ad pôr; 30 gr. ad sigula; 3 cücièr d'oli; 100 gr. ad bütir; on cüciarìn ad consèrva; ra sè.

 

Dśuma sübit che e lümas e gh'han da iès de nostar e par avèighia bśögna fèsia dè da quèiche d'ün ad campagna o andèsia a serchè, cón a sapèta (a rangugnéna), suta tèra, quand è lümas ièn śamò ciôs par pasè l'enveran.

Par pulìa bèn, bśögna: lavèia ent l'aqua frèda par tirègh via ra tèra da u güs; trèia ent l'aqua buiénta par fèia murì. Dòp es tira föra du güs e es pulìsa bèn, tirandga via tüta cula rôba nèigra che e gh'han tachè, l'entestìn, e còran e ra rôba düra che e gh'han en buca par pudèi mangè l'ensalata e l'èrba.

Ona vôta pulìd es lèva, par du o trèi vôt, prima cón l'aqua e dop cón ar vìn e dop es frèiga cón ra faréna ad mèlga en manéra da tirègh via, dar tüt, cula rôba  śgüiénta che e gh'han adréra.

Es lasa süghè e dop es tràn ent ona casaröra cón l'oli, ar bütir, ensèma ad ona bèla sigula tridè. Par fèia rośulè as gha mèta anca on bèl biciér ad vìn bianch. Dop cón on pô d'aqua, as gha śònta ra consèrva e es fàn cöś par du o trèi ur. Par fèia mia tachè ens ar cü da pügnata, as gha mèta ogni tant, on pô d'aqua.

A ra fin as gha trà ensèma e carotul tridè, ar sèlar e i pôr e es fàn andè fin a quand e lümas ièn cöt.

L'è u piat dra vigilia ad Nadèl.

 

                                                                       Rina ad Sansarvù      

Ra büśèca

Par 4 parson: 600 gr. ad büśèca ; 50 gr. ad bütir ; 50 gr. ad lèrd ; ½ bicér d'oli; 2 o 3 sigul; ona gamba ad sèlar; 3 o 4 carotul; 3 hg. ad faśulèn muiè; ar bröd; furmai da gratè; pèivar e sè.

 

As tàia ra büśèca, prònta, a ftén. As mèta ent ona casaröra cón ar bütir e ar lèrd e as fa rośulè.

Da pèrt as fa friś e sigul a ftén ent l'oli a fögh bàs. Quand ra büśèca l'è insavurida as gha śònta e sigul e ar bröd, on pô par vôta, ensèma a e carotul e ar sèlar.

E faśulèn es fàn cöś da pèrt a mèśa cutura e es gha śònta dòp. Ra büśèca a gha da bùi par du ur e as servìsa quand ar bröd u s'è ristrèt. As  pö mètga sura dar furmai gratè.

 

                                                                       Aurelia    

Ar bùì

Par 4 parson: 800 gr. ad müscùl ad mànś, ½ galéna, 1 cudghìn, 1 gàmba ad sèlan, 2 carotùl,1 sigùla, 1 patèta, 3 ciüf ad pusümar.

 

Lavè bèn ra vardüra e mètla ent ona casaröra péna d'aqua e fèla bùì. Mètgha ra sé e ra chèran ad manś e lasèla bùi, a fögh bàs, sö par śö, par on'ùra. Dòp śontègh a galéna e fèla andè par on'ètra ùra, mètgha dòp i ciüfèt  ad pusümar, a patèta plè e quand sarà pasè on'ètra mèś'ùra  śmursè ar fögh parchè ar buì sarà prònt.

Par u cudghìn: us mèta ent on casaröra cón aqua frèda, prìma bśögna śbüśèl cón ona furséna e fèl sö ent'on föi d'aluminio, cénd ar fögh bàs e lasèl bùì par bèi du ùr. Dòp śmursè ar fögh e fè ripusè u cudghìn par 15 minüt.

 

Fè culè ra chèran a patèta e u cudghìn e dòp avèia taiè a ftén mèthia ens on piàt ensema a ra vardüra. Ar buì us serva, bèl chèd, cón u bagnèt, ma anca cón ra mustèrda.

 

                                                                       Milia   

Süchin, sigul e puvròn pìn

 

Par 4 parson: 3 süchin; 2 sigul mia tant gròs; on puvròn; 4 cücièr ad pan gratè; 6 cücièr ad furmai ad grèna; 2 öv; 2 fèch d'ai; ona branchè ad pusümor; nuśa muschè; ra sè; on cücièr d'oli; 25 gr. ad bütir

 

A sa śbuiénta e vardür ent l'aqua salè. As taia i süchin a rüdlén alt 4 cm. e is vôda cón on cüciarin. Sa sföia e sigul e as pulìsa di granìn i puvròn. As mèta ent ona grilèta u ptàs di süchin, ar cör de sigul e dop avèia tridè bèn bèn, is mis'cia par lighèia ensèma. Ar tüt us trà ent ona casaröra, cón ar bütir e l'oli e quand u s'è scaldè, as gha mèta ar pan gratè.

Quand l'è gnìd frèd as gha mèta ensèma ar furmai ad grèna, i öv, ar pusümar, l'ai e a nuśa muschè tridè e as fa on bèl pìn.

Cón ar pìn a s'empenisa e vardür: e rudlén di süchin, e föi da sigula e u puvròn (taiè en manéra da pudèiga mèt sura ar pìn).

Quand ièn prònt is pasa ent ar pan gratè, cme de pulpèt e is mèta a friś cón l'oli e ar bütir. Bśögna, ogni tant, girèia sutsura par quèiche minüt.

Is pö anca fèia cöś ent ar furan.

 

                                                                       Rina ad Sansarvù        

E custén d'agnèl frìt

Par 6 parson: 24 custén, 2 öv, farina bianca, pangratè, òli d'ôliva par frìś, ra sé.

 

Bśögna bàt e custén bén bèn, mètga on pô ad sé, enfarinèia  e fèia pasè ent i öv śbatìt e ent ar pàn gratè (fèl tachè bèn a ra chèran).

E custén e vàn frìt ent ona padèla, cón bòta òli bèn chèd, e servìd con de ftén ad limòn.

 

                                                                       Antonèla

 

 

 

Agnèl a ra caciadùra

Par 6 parson: 1,4 kg. ad chèran (ra pèrt dadréra dl'agnèl), ½ kg. ad tumètich, 4 hg. ad patèt, sigùla, ôrìgan, òli d'ôliva, ra sé, pèivar neigar en granìn.

 

Bśögna taiè l'agnèl a tòch bèi gròs; metìa ent ona gròsa tìcia ensèma ad ona bèla sigùla taiè a ftén con e tumètich, ed e patèt taiè a tuctìn.

Bśögna condì ar tüt cón on bèl pô d'òli, origan, ra sé, pèivar maśnè e, ona vôta sarè la tìcia cón u quèrc, trèla ent ar furàn a 190°par 60 minüt. 10 minüt prima ch'a finìsa ra cutüra, dasquatè a tìcia par fè piè culùr a ra chèran.

 

                                                                       Elena       

 

A sìma (l'è ona ricèta śenvèiśa)

1 kg. ad vidèl, taiè vśìn ar pèt, 1 sigùla e 1 caròtula taiè a ftén, 1 o 2 föi ad lèvar, 2 granìn ad pèivar; 400 gr. ad filèt ad gògn e 120 gr. ad lèrd, tüti dü tridè, 20 gr. ad mgnòla ad pàn bagnè ent ar làt e bèn śgnichè, 40 gr. ad furmai ad grèna gratè, 200 gr. ad pisèli (arbiòn) sénsa plàia, 120 gr. ad lacèt taiè a tuctìn, 2 cücièr ad magiurèna tridè, 50 gr. ad pistàchi splè, 4 öv entrégh. Sé, pèivar e on spisìgh ad nùśa muschè.

 

Mèt ar trìd du gògn e dar lèrd, i tuctìn dar lacèt, ra magiurèna, ra mgnòla dar pàn, ar furmai gratè, i pisèli, i pistàchi, i öv, ra sé, ar pèivar e on spisìgh ad nùśa muschè, ent ona teréna e mis'ciè bèn ar tüt par fèl gnì on bèl miśdòs ch'u vàgha bèn par fè ar pìn.

Drèv ra chèran ad vidèl en dü en manéra da fèla gnì tant cme ona sacòsa donda pudèi metgha déntōr tüta ar pìn. Śgnichè bèn ar pìn e cüśì cón on spaghìn ra sacòsa en manéra ch'u vègna mìa föra tant ch'u cöśa.

Mèt a sìma ent ona pügnata ad tęracòta e quarcièla cón aqua frèda. Metgha i udùr, ar lèvar, ra sé e dü granìn ad pèivar e lasè cöś a sìma adèśi adèśi par on pèra d'ùr.

Ona vôta cöta tirèla föra e mètla ens on tèvul ad mèrmur suta ad ona tavulèta ad lègn cón sura on pèiś ad fèr par fèla culè, en manéra che tüta l'aqua a vègna föra da ra chèran.

A sìma l'è bòna sia chèda che frèda.         

 

N:B: a sìma ch'as vansa l'è bòna anca frìta:

 

Bśögna taièla a fèt, pasèla ent l'öv śbatìd e ent ar pàn gratè e fè frìś e fèt ent ona bèla padèla d'òli d'ôliva bèl chèd.

                                                           Gabrièla

E pulpèt ad riś vansè

L'éra ona manéra par an duvèi mia trè vìa dar mangè.

Quand as vansèva dar mnestròn ad rìś o dar riśòt as pièva ar riś e as fèva de pulpetén ad 5 o 7 cm. ed ertìgh 2, lavuràndia cón e màn. A gh ne vö on pèra par parsona.

Es fàn pasè prìma ent ar pàn gratè (mèi se ar pàn l'è da mgnòla) e dòp ent l'öv śbatìd e condìd cón ra sé, pèivar e nùśa muschè e dòp es pàsa ancamò ent'ar pàn. 

Mèt entant ens ar fögh ona padèla cón dar bütir o cón ad l'òli d'ôliva e quand ièn bèi chèd mètgha déntōr, cón l'aiüt d'ona palèta, e pulpetèn e fèia frìś lentamént gìrandia du o trèi vôt fìn quand ièn cöt.

Is sèrva bèi chèd.

 

                                                           Milia

 

I fritlìn ad patèt

Par 4 o 5 parson: 1 chilu ad patèt; 4 branchè ad furmai ad furma; 2 öv entrégh; 2 rus d'öv; ra sè, nuśa muschè, ai, pusümar.

 

As fa cöś e patèt e sa sgnìca e es lasa gnì frèd. As gha śònta ar furmai, i öv, ra sè, l'ai e ar pusümar; es lavura par bèn e as gha dà ra furma di fritlìn.

Is fàn friś ent l'oli d'ôliva fin che a ièn bèi rustìd.

                                                                                              Liliana

 

 

 

Par ona marenda sèna e che custa pòch:

A burtléna (par 4/5 parson)

 

Ricèta : 150 gr. ad faréna bianca ; 150 gr. d'aqua; 150 gr. da strüt; on pö ad sè.

 

As fa ona pastèla cón l'aqua e faréna; as mèśda bèn cón ona furséna e as lavura mòla: a gh'ha da firé. As gha mèta ra sè e as lasa ripuśè par on' ura; dòp as pìa sö cón on misculìn, as vöda ent ona padèla cón ra strüt ch'u sia bèl buiént.

Pôchi minüt e as vôta cme ona fritè. As tira śö quand a cmensa a culurìs.

 

                                                           Anna Maria ad Maiö        

A chisuréna

Par a chisuréna: faréna ad gran tènor; aqua q.b. par bagnè ra faréna; ar lievit ad Bira; oli d'uliva, ad cul bòn; dü spisìgh ad sè pistè. 

 

Arnèiś: a mèiśa ad lègn; ona s'ciura (ch'a sarissa u canèl): ona ticia quèdra; ona scüdèla da süpa (ad 15 cm. ca.)

 

Mèt ra faréna ens a mèiśa e fègh on büś en mèś. Fè dasfè on spisìgh ad sè pistè e ar lievit ad Bira ent l'aqua e trèl ent ra faréna. Da maniman śontègh dl'ètra aqua da pudèila lavurè par bèn e ona vôta fat l'empàst giüst, lasèl alvè.

Prima ch'u sia alvè dar tüt, da l'empàst as gha tira föra, da mśüra, i toch par fè e chisurén. I toch i van ślarghè cón u canèl e fat da mśüra cón a scüdèla.  

E chisurén bśögna fèia ripuśè ancamò on pô, par lasèia alvè dar tüt.

Dop, e vàn sgnichè cón i did de man, en manéra ch'agh rèsta i sègn e a gh và straiè sura ona pònta d'oli e śòntègh on spisìgh ad sè.

Mètia ent ona tìcia bśonta d'oli e enfurnèia a 200°, p'r ar témp ch'as gha vö, a sicond ch'a pièśa sèca o tènra.

 

                                                                       Angelino Mandelli

Ra patòna o tastarèla 

 

Par 6 parson: ½ chilu ad faréna ad castègna; ½ litar ad lat; on cücièr d'oli d'ôliva; on cücièr ad sücar; aqua; ra sè.

 

As mèta ra faréna ent ona süpéra e as gha śònta ar lat mis'ciandōl, adèśi adèśi, par fègh mia fè ad motar; as gha mèta anca on pô d'aqua cul tant da fè dventè ar tüt ona crèma. As gha śònta on cücièr d'oli d'ôliva e ra sè e dop as lavura ent ona ticia bśöntè, anca lé, cón l'oli d'ôliva e ona vôta misa en piàn as gha trà a sura ancamò on pô d'oli.

Quèichedün a gh mèta dentor anca on pô  ad pinoli e on cücièr ad sücar. A ticia a và ent on furan a 180° par tri quèrt d'ura (sö par śö).

Ra patòna a l'è prònta quand ra crusta ch'as fa dadsura a cménsa a rompas.

 

                                                                                  Luisa

 

E  bÀgn

 

Ar Bagnèt

 

2 hg. ad pusümar, ona fèca d'ài, on rus d'öv cöt a balèt, on anciùa, ona fèta ad pàn, aśèid, ra sé q.b., òli d'ôliva (ad cul bòn).

 

Mèt ra fèta ad pàn a bàgn ent l' aśèid. Tridè e föi ad pusümar ensèma a l'anciùa e a ona fèca d'ài; dòp avèiga dàt ona bèla tridèda, mèt ar trìd ensema a ra mgnòla bagnè d'aśèid, (bśögna però śgnichè ra mgnòla par fègh gnì via l' aśèid ch'a crèsa) e ar rus döv; mètga ra sé e ad l'òli d'ôliva en manéra che mis'ciandal a salta föra ona salsa bèla morbida da pudèila spalmè sar buì. 

 

                                                           Ciarìna

 

 

Di seguito la spiegazione della salsa di pomodoro, fatta in meridione, per essere conservata nell'anno. La chiamano «salsa addormentata» e può essere usata, una volta preparata, subito con una foglia di basilico, per condire la pasta.

Ra consèrva ad tumètich

Bśögna piè de tumètich (e perèt) bèi marüd e lavèia bèn cón aqua e bicarbonato. Mètia a buì par ca. 10 minüt, par fèia amurbidì e dòp pasèia ent u pasavardüra. Ra pùlpa và mìsa ens ar fögh par fèla bùi e dvéntè bèla dénsa. Ona vôta prònta bśögna mètla, buiénta, ent i vaśèt che, bèn sarè, i vàn mìs, adsé chèd, ent e cuèrt ad lèna par fèia gnì frèd, adsé bèn quatè, adèśi, adèśi.

Ricurdès, prima da sarè i vaśèt, mètgha ona föia ad basilìch, lavè e süghè.

 

 

                                                                       Isa  

 

U Pèstu

Par 4 parson: 2 fèch d'ài, 2 masèt ad baśilich (ona tàsa ad föi), 2 cücièr ad pinòli pulìd, 2 cücièr ad furmai ad gréna gratè, 2 cücièr ad furmai ad pégra, sempar gratè, ona prèiśa ad sé, òli d'ôliva q.b.

 

Tridè l'ài cón ar baśilich lavè e ra sé; mèt ar trìd ent u murtè e pistèl par quèiche minüt; trègh ensèma i pinòli e dòp, pôch par vôta ar furmai gratè.

Pistè e mis'ciè bén bèn ar tüt e mètgha adèśi, adèśi l'òli en manéra da fè gnì ar pèstu bèl morbìd.

Prìma da condì ra pasta mètgha dü o trì cücièr d'aqua buiénta.

 

                                                                       Gabrièla

 

 

I dùs:

I farsö (par 4 o 5 parson)

 

½ litar d'aqua; 250 gr. ad faréna bianca ; 2/3 cücièr ad sücar; ona nuśa ad bütir 5 öv entrégh; ra sè.

 

Bśögna fè bùi l'aqua e mètga ona nuśa ad bütir.

As mis'cia ra faréna cón on cücièr ad sucar e as gha mèta on pö ad sè. Quand i èn bèn mis'ciè as tra śö tüt ent l'aqua ch'a bùia e is mèśda a ra śvèlta, par fègh mia fè i mòtar.

Pö as tira via ra pàsta dar fögh e as lasa gnì tevda; dop as ga rompa dentor i sinqu öv, vün par vôta e sénsa daśmèt da miśdè cón e màn.

Quand ra pasta l'è prònta as ne pìa sö on pügn par vôta cón ra màn, a sa sgnìca fìn che tra u didòn e l'endoś sôrta föra on balìn, che maniman us tra śö ent l'oli buiént. Ona vôta culurìd, i farsö a ièn prònt.

Prima ad mangèia as gha trà a sura dar sücar.

Ona vôta ent a padèla enveci ad l'oli as gha mtìva ra strüt.

 

                                                           Rina ad S. Martin       

 

Ra turta ad pasta fròla péna d'armandul          

 

Par ra pasta: 300 gr. ad faréna; 200 gr. ad bütir; 100 gr. ad sücar; 2 rus d'öv; on bicérin d'alchèrmes.

P'r ar pìn: 200 gr. ad sücar; 4 rus d'öv; 300 gr. d'armandul dus (da plè);6/7 armandul amèr; on bicérin ad rum o d'amarèt ad Saronno.

 

N.B.: i armandul e g'han da iès plè, sughè e maśnè. Tüti i cièr d'öv (anca chil drovè par ra pasta fròla) i dév iès śbatìd. An sa gha mèta mia l'alvèd.

 

Ra pasta fròla: s'empasta cón e man ra faréna, ar bütir, ar sücar, i rus ad i öv e cón on bicérin d'alchèrmes. As lavura bèn e dop as fa du sföi. Ona sföia lèrga as mèta ens ar cü da ticia e on'ètra as mèta sura ar pìn; custa a và śbüśè cón ona furséna.

Ar pìn: as lavura i rus ad i öv cón ar sücar, as gha śònta i armandul maśnè; as gha mèta on bicérin ad rum o d'amarèt ensèma a tüti i cièr ad i öv śbatìd. As mis'cia tüt a ra śvèlta. Stì ténta: ra pasta fròla as dastenda ens on föi ad chèrta uleè par pudèila mèt ent a ticia bśontè có'r bütir. As gha vö ona ticia rutònda. Ra turta as fà cöś ent ar furan bèl chèd (250°) e dop on quèrt d'ura u sa śbasa pôch par vôta: l'è cöta dop on'ura.

 

                                                                       Angela            

 

 

U crucant

 

Rôba: 250 gr. d'armandul; 250 gr. ad sücar

 

As tira via prima a plaia da i armandul (basta mètia on atìm ent l'aqua buiénta) e dop es taia en 4 toch p'r ar longh.

As fà dasfè ar sücar ent ona pügnata ad ram e quand l'è bèñ dasfat us gha trà ensèma i armandul e us gira par 4 o 5 minüt. Sübit dop, quand es culurìsa es tràn ent ona scüdèla ad ram, bśontè ad bütir; entant che ra pasta l'è ancamò mòla e chèda as lavura cón on limòn. Ad solit as gha dà ra furma d'on cavagnìn o anca d'ona süpéra cón tant ad mènogh o ad quèrc

                                                           Roberto       

 

 

I stracadént

7/8 bianch ad l'öv, 3 hg.d'armàndul, 6 hg. ad faréna, ½ kg. ad sücar

 

Tridè i armàndul. Mèt ens l'àsa ra faréna trègh i bianch ad l'öv, i armàbul tridè e ar sücar. Lavurè bén bèn l'empàst e fè de bìs ad pàsta. Taièia dòp a tuctìn (5 o 6 cm. sö par śö) e mètia ent ar furàn a 180° par 15/20 minüt. Is mangia frèd.

 

                                                                       Liliana

I fritlìn ad pum

Par 4 parson: 5 o 6 pum; on pô ad faréna; on pô d'aqua gaśè o dra bira.

 

Sénsa rompia as tira via dai pum i rüśiòn e is taia cme di büslanin, bèi sütil. As fa ona pastèla cón ra faréna e l'aqua gaśè o dra bira e dop as gha fa pasè dentōr e rüdlén di pum. Quand ièn prònt is mèta a friś ent ona bèla padèla d'oli buiént e pö as gha trà sura dar sücar.

 

                                                           Ines ad S. Martin

 

 

 

U buslàn

4 hg. ad faréna, 2 hg. ad sücar, 1,5 hg. ad bütir, 3 öv entrégh, 1 scôrsa ad limòn gratè.

 

Ent ona teréna lavurè bèn ar bütir par fèl gnì mòl ; mètgha ensèma ra faréna. ar sücar, i öv e ra scôrsa ad limòn e dòp avèigha dàt ona bèla mis'cièda par avèigha on bèl impàst us lavura en manéra da pudèiōl mèt ent ona fùrma fàta a pòsta par i buslàn. Dòp 20 minüt, sö par śö, ent ar fùran a 180°, u buslàn l'è pront.

 

                                                           Milia 

u bunèt

¾ ad litar ad làt tévd, 6 öv entrégh, 180 gr. ad sücar bèl fìn, 6 amarèt sfraghiè, 20 gr. ad ciculèta en pùvar, i biciér ad rhum.

 

Śbàt i öv cón 140 gr. ad sücar, mètgha ar làt tévd, i amarèt sfraghiè, ra ciculèta e ar rhum. Mis'ciè ar sücar vansè cón on pô d'aqua e scaldèl adèśi  adèśi par fèl culurì, dòp mètōl ent ona fùrma chèda en manéra ch'u bàgna ar fònd e anca e parèid. Empinì u stàmp cón u mis'ciòs ad i öv, dar sücar e dar làt e cmsè ra cutüra a bagnomaria ent ar fùran e quarciè (l'aqua a gh'ha mìa da bùi). Lasèl cöś on'ùrèta e dòp tirèl föra e fèl ripuśè par 10 minüt prìma da mètōl ens u piàt.

 

                                               Milia

 

Ona vôta sta bevànda chèda l'éra considerè miraculuśa par renfursè i òm ch'i gh'èva da spuśès. Ensuma l'éra on pô ar "viagra" dar dé d'incö:

U sambaiòn

Par 4 parson: 3 rùs d'öv, 1 bianch ad l'öv, 3 cücièr ad sücar pistè ent u murtè par fèl gnì bèl fìn, 3 mèś güs d'öv ad marsàla, 1 mèś güs d'öv ad vìn bianch sèch.

 

Bśögna lavurè i rus d'öv ensema ar sücar ent ona casaröra picéna par circa déś minüt; quand i öv i saràn bèn montè, mètgha ra marsàla e ar vìn biànch.

Mèt a casaröra ens ar fögh, a bagnomaria, e lavurè ar sambaiòn cón ona früsta (bśögna stè aténta ch'un bùia mìa). Quand l'è bèn lavurè e s'è bèn montè, trègh a sura, föra dar fögh) u bianch ad l'öv möntè bèn bèn.

Ar sambaiòn l'è prònt e us bèiva sia fréd che chèd.

 

                                                           Rita 

 

 

 

 

E adès on pô ad liquur fÀt en cà par digerì:

 

Liqu-ur ad lèvar (bacche d'alloro di siepe)
Laurus cerasus (brignìn ad lèvar da ciôdéna)

Bśögna piè on amula cón on quèrc automatich ch'u sèra sö bèn p'r embutiliè ar liquur.

 

Ricèta: mèś chilu ad brignìn ad lèvar, bèi marüd; mèś litar d'alcul 95°; mèś chilu ad sücar;

 

As lasa maśrè par 20 dé i brignìn ent l'alcul e bśögna miśdèia tüti i dé.

Dòp as fa bùi mèś litar d'aqua, as gha śònta ar sücar e us fà desfè bèn. Quand l'aqua l'è gnid frèda as trà tüt asèma. As  filtra ar tüt e pö u s'embutilia.

Anna da Venuta

Ar Limunìn (Limoncino)

Ricèta: 5 limòn; 500 gr. d'alcul 95°; 500 gr. d'aqua;

As pèla sincu limòn tirandagh via apéna apéna ra scôrsa. As pìa mèś chilu d'alcul e is mèta a maśrè par déś (10) dé.

Da pèrt as fà bùi 500 gr. d'aqua e as gha śonta mèś chilu ad sücar; as mèta tüt asèma e us lasa gnì frèd. A ra fin u s'embutilia.

Anna da Venuta

Liquur ad cedar (Cedrina)

Ricèta: 67 föi ad cedar; 500 gr. ad sücar; 500 gr. d'aqua; 500 gr. d'alcul; ona scôrsa féna d'on limòn

As mèta ar tüt ent on'arbanèla bèn sarè e as làsa maśrè par vot o déś dé.

Tuti i dé però as gìra ar miśdòs ent l'amula. A ra fin as filtra ar liquur e u s'embutilia.

Anna da Venuta

Ar Bargnulìn (prugnolino)

Ricèta: mèś chilu ad bargnö; mèś chilu d'alcul; mèś chilu d'aqua; mèś chilu ad sücar;

 

As mèta i bargnö ent l'alcul e is lasa maśrè par 15 dé. As gha śonta pö mèś litar d'aqua bùida cón mèś chilu ad sücar bèn desfat. Prima però us lasa vègn frèd tüt, us mèśda bèn e pö u s'embutilia.

Anna da Venuta

Liquur ad nuś (nocino)

Ricèta: on litar d'alcul; 15 nuś, piè sö a San Giuvan; 5 ciôd ad garofan; on pö ad canèla; mèśa plaia ad limòn; 500 gr. ad vin bianch o neigar; 600 gr. ad sücar.

As pia e nuś e es rompa en quatar toch. Es mèta ent on'amula cón on litar d'alcul, i ciôd ad garofan e ra canèla. As sèra l'amula e as lasa, tüt a bàgn, suta ar su par 40 dé.

Pö as fà bùi 600 gr. ad sücar ent ar vin, par fèl desfè. Us lasa gnì fred e dop us śonta ent l'amula. Dop dü dé, us fìltra cón u culìn e ona ghèrśa. U s'embutilia e dop 40 dé, l'è prònt da bèiv.

Luisa d'la Riva

Liquur ad basilich

Ricèta: 60 föi ad basilich; 600 gr. d'alcul; 600 gr. ad sücar; 600 gr. d'aqua;

 

As mèta a bagn e föi dar basilich par 20 dé, ent l'alcul. Dop as fa bùi ar sücar ent l'aqua par dü minüt; quand l'è gnìd frèd us śonta ent l'alcul e a ra fin us cula e u s'embutilia.

Luciana da Peli

Liquur ad cafè

Ricèta: 4 hg. ad sücar; 1 litar ad cafè du pusè bon ch'u sia chèd; 3 hg. d'alcul;

 

As fa desfè ar sücar ent on litar ad cafè du pusè bon, fàt che fè. Quand l'è gnìd frèd as gha śonta l'alcul. As cula ar tüt cón ona pèsa ad teira e u s'embutilia.

Se us bèiva dòp quèiche dé, l'è püsè bon.

Lidia ad Pajòn

Liquur ad brign

Ricèta: on chilu d'armèl ad brigna (ona tèrsa pèrt bśögna ròmpia); on litar d'alcul; on litar ad vin bianch; on chilu ad sücar.

As mèta i armèl ent on'amula e es quèrcia cón l'alcul par 40 dé, bèi sarè sö. Pasè i 40 dé as fa bùi ar vin bianch cón dentar ar sücar, quand ar sücar l'è bèl desfat as mèta ar tüt (anca i armèl) ent ona süpéra e dòp avèigha dat ona bèla mis'cièda, us cula e u s'embutilia.

Lidia ad Pajon

Vov

Ricèta: 400 gr ad sücar; 50 gr. ad sücar vaniliè; 125 gr. d'alcul; 125 gr. ad marsala; 6 rus d'öv; 1/2 litar ad lat.

As fa bùi ar lat cón 400 gr. ad sücar, 20 gr. ad sücar vaniliè e on pô da scôrsa ad limòn. As lasa gnì frèd, entant a sa śbata bèn bèn i rus d'öv cón 30 gr ad sücar vaniliè, as gha śonta ra marsala, ar lat e sempar mis'ciand l'alcul. U s'embutilia e us tègna a ra scür pas quèiche dé. Dòp l'è prônt da bèiv.

Lidia ad Pajòn


Scirop ad föi ad marén

Ricèta: 100 föi ad marén; 1 litar ad vin rus amèr; 500 gr. ad sücar.

As lèva bèn e föi e es mèta en fusiòn ent ar vin par 10 dé. Dop as tira via metè de föi e as fà bùi ar liquid par 10 minüt ensema ar sücar. Quand l'è gnid frèd, us filtra e u s'embutilia.

Us lasa ripuśè par 2 o 3 mèiś prima da pudèial bèiv.

Rosanna


Liquur ad balìn da śnèivar (Gin)

Ricèta: 50 balìn da śnèivar marüd; 1/2 litar d'aqua; 1/2 litar d'alcul 95°; 300 gr. ad sücar;

As mèta 25 balìn da śnèivar entregh e 25 taiè en mèś, ent l'alcul a maśrè par 20 dé. Dop as prepèra on siròp cón l'aqua e sücar e us lasa vegn frèd prima ad śontèl a l'alcul. Dop on mèiś us fìltra, u s'embutilia e us lasa ripuśè par 2 mèiś prima da bèivōl

Rosanna


Lat ad Vècia

Ricèta: 5 hg. ad sücar; 1/2. litar ad lat; 1/2 litar d'alcul 90°; mèśa stèca ad vanilia; mèś limòn cón ra scôrsa.

As mèta ar sücar ent on'amula cón ar lat, l'alcul, ra vanilia e ar limòn taiè a toch. As lasa maśrè ar tüt par 20 dé e dop us filtra e u s'embutilia.

Rosanna


Liquur " Pin Mügh"

Ricèta: 10/12 pgnör (pigne); 1/2 litar ad grapa; 6 cüciarìn ad sücar;

As taia en mèś e pgnör, as gha śonta ar sücar e as lasa maśrè ar tüt, suta ar sù, ent on'amula, par 30 dé. Dop us cula bèn, u s'embutilia e us lasa ripuśè par dü mèiś prima da bèival.

Gabriella


Liquur " Śburlòn"

Ricèta: 3 chilu ad pum cudôgn; 100 gr. ad sücar; alcul da liquur; limòn; 3 ciôd ad garofan; 3 tuctìn ad canèla.

As lèva e as grata i pum cón ra plaia, tirandgha via i rüśiòn. Is mèta a maśrè ent ona süpera par 48 ur e is quèrcia cón on piat. Dop is mèta ent on stràs bèl nèt e i sa stôrsa. Ar sügh, ch'a vègna föra, us mèta ent on ètra supera nèta; as gha śonta tant àlcul cme ar sügh ad pum, on tuctìn ad limòn, ar sücar, 3 ciôd ad garofan, 3 tuctìn ad canela

Us lasa ripuśè par 2 o 3 mèiś, dop us cula e u s'embutilia.

Rosanna

Ar Trèdśin (liquore alle erbe)

Ricèta: Trèi föi ad lèvar; trèi föi ad basilich; trèi föi ad limòn; trèi föi ad menta; trèi föi ad sèvia; trì fiur ad camumila; ona branchè ad rusmarìn; ona branchè ad timo; trì balìn da śnèivar; on spisigh ad tè; ona busténa ad safràn; dü ciôd ad garofan; on tuchèt ad canela; 400 gr. d'alcul; 300 gr. d'aqua; 300 gr. ad sücar;

As mèta l'alcul ent on'amula, as gha śonta tüt i èrb e es lasa maśrè par sinqu dé. As gha śonta ar siròp fat cón l'aqua e ar sücar e us lasa ripuśè par ètar dü dé. Dop us filtra e u s'embutilia. Us bèiva dop dü mèiś.

Anna

Liquur da sménsa ad pum

Ricèta: 1 hg. da smensa ad pum; 1/2 litar d'aqua; 1/2 litar d'alcul; 450 gr. ad sücar

As mèta tüt a frèd, a maśrè, ent on'amula ad vèidar par 40 dé e us mìśda ogni tant. Dop i 40 dé us fìltra, u s'embutilia e us lasa ripuśè par 5 o 6 mèiś par fèl gnì bòn.

Anna Maria d'Angil

Tònich ad menta vérda

Ricèta: 5 föi ad menta vérda fresca; 5 föi ad lèvar; 5 föi ad basilich; 5 föi ad sèvia; on spisigh ad rusmarin; on pô da scôrsa ad limòn; 5 ciôd ad garofan; on tuctìn ad canèla; 5 balìn da śnèivar; 5 fiur ad camumila.

As lasa maśrè ar tüt, par dèś dé, ent on'amula cón 300 gr. d'alcul, pö us filtra ens ona ghèrśa. Da pèrt as prepèra ar siròp con 300 gr ad sücar e 300 gr. d'aqua. Us lasa gnì frèd e us śônta ent l'amula. Dop quèiche dé us mèśda bèn, us filtra cón ona chèrta fata a posta e u s'embutilia.

Anna Maria d'Angil

Liquur ad menta (mentuccia)

Ricèta: Ona scudèla ad föi ad menta; àlcul par liquur tant a basta par quarciè ra menta; 200 gr. ad sücar; 1/2 litar d'aqua.

As mèta ra menta a maśrè ent l'alcul, ent on'amula ad vèidar cón u quèrc, par 20 dé. As cula ra menta ent ona butilia. Da pèrt as prepèra ar siròp cón l'aqua e ar sücar e us fà bùi par 10 minüt. Us lasa vègn frèd e us mis'cia ensèma a l'alcul. Dop 15 dé us pô bèiv: u sa ślonga cón on pô d'aqua.

Anna Maria d'Angil

 

 

 

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Proverbi dei luoghi

6th maggio 2006

Pruverbi  (proverbi):

 

Santa  Lüsia a giurnè püsè cürta ch’ag sia, S.lucia il giorno più corto dell’anno.(quando S.Lucia veniva il 21 dicembre); ar véñt  da znè ad gran u ne fà añdè via ona ména e u ne fà gnì oñ stè,  il vento di gennaio porta via "ona ména (recipiente di 10 kg) di grano e ne fa venire uno staio;  S. Benedèt e roñdanén  süta a u tèc’ , S.Benedetto la rondine sotto il tetto.(questo proverbio era valido quando S.Benedetto era il 21 marzo);  S.Bibièna quaranta dé e ona  stmèna,: si avranno 47 giorni come il tempo che farà  al 2 dicembre;  trifulè, pèscadù e sunadù gneñt eñ ca e poc ar su, tartufaio, pescatore e suonatore poco in casa e niente al sole;  caciadù, pescadù, e lumasè in g’han gnéñt  eñs u surè,  cacciatori, pescatori, e raccoglitori di lumache non hanno niente sul  solaio;  San Culomban cô’ ra nèiv eñ man, San Colombano con la neve in mano;  a Bobi tüt  a cmeñsa cô’ oñ sbadai e u finisa cô’ ona lôfa, a Bobbio tutto incomicia con uno sbadiglio e tutto finisce con una  lòfa  (emissione di gas senza rumore); u pö brèv di rus l’ha mis so pèr eñt ar pus,  il più bravo dei rossi ha messo suo padre nel pozzo;  pansa npéna  an  pénsa mia pra vöda, chi è sazio non pensa a chi a fame;  a San Pé, Trebia a ne pia ün par ra tèsta e ün p’r i  pé,  a San Pietro, Trebbia ne fa annegare uno, prendendolo per la testa e uno per i piedi; S.Antoni abè on’urèta sunè, a S.Antonio Abate la giornata si allunga di un’ ora; a ra  Madona dra candeiröra  da l’ eñvèran suma föra, al 2 febbraio festa della candelora dall’inverno siamo fuori;  quañd e nüvar e fà ar pan, piöva incö o dman, quando le nuvole hanno forma di pane, la pioggia verrà oggi o domani; a S. Valéntìn tüt i véñt i van eñ marìn, a S. Valentino tutti i venti sono tiepidi come quelli  marini; quand e nüvar e van a Pô ciapa a sapa e va eñ cô..quand e nüvar e van  ar  mèr , ciapa a sapa e va a sapè, quando le nuvole vanno verso il Po prendi la zappa e va a casa,quando invece vanno verso il mare prendi la zappa e va’ a zappare;  a u prim ad  l’an e giurnè e sa slonga oñ pas d’oñ gal e a Pasquèta on’ urèta : al primo dell’anno le giornate si allungano di un passo del gallo e a Pasquèta di un’ora; a n’è mia carnavè s’an s’è fata ra löna ad farvè, non è carnevale se prima non si è fatta la luna di febbraio;  a mèrs chi an g’ ha mia da schèrp u và daschès, a marzo chi non ha scarpe può andare scalzo;  s’at vô oñ bèl aiè, sménal a carnavè, se vuoi un bel campo di aglio, seminalo a carnevale; quand ra löna ad farvè a marüda dop carnavè, ra tèra d’agust  a sarà düra d’arè,  quando la luna di febbraio sarà piena dopo carnevale, la terra in agosto sarà dura d’arare;  quand a piöva e a vègna ar su l’è ra rabia di pastù, i pastù i fan ra süpa e u lu  u gh’la mañgia tüta,  quando, nella giornata, la pioggia si alterna con il sole, i pastori si arrabbiano perchè la zuppa che preparono viene mangiata dal lupo;  quañd a fiòca eñs a föia , l’eñvèran a gh’na mia vöia, se nevica quando le piante non hanno ancora perso le foglie, l’inverno arriverà tardi;  a chi rida daghna, a chi piañza tiraghan via, : dà a chi ride, togli a chi piange; Sant Antoni da ra bèrba biañca, fam truvè cul ch’am  manca, San Antonio dalla bianca barba, fammi trovare quello che ho perso; pan e nuz l’è mañgè da spuz, pane e noci è  il mangiare degli sposi. (Era uso dei romani distribuire noci agli invitati in caso di nozze);   pô pr’ün  an fà mè ansün, un po’ a ciascuno non fa male a nessuno;  trèi ièn e rôb ch’an sa pö mia fè : fè stè feram i fiö, fè caminè i vèc’, fè tazèi e don, tre sono le cose che non si possono fare: far star fermi i ragazzi, far correre i vecchi, far tacere le donne;  u büz dra buca l’è strèt, ma ag  pasa cà e tèc’, il buco della bocca è stretto, ma ci passa una casa con il tetto.   

 

Manér ad dì (modi di dire): 

 

u g’na üna par tuti, criticone; un g’ ha  gnañca  i öc par piañz, povero e disperato; cavè  on  öc’  a    guèrs,  essere  un avaro o speculatore;  u g’ ha    buca ona cavagna ad déñt, uno che ha una  bella dentatura;  s’ an gha n’è an gha n’è,  di  persona           con poca testa; liga sabia, di persona inconcludente; buca sarè,  bursin  avèrt,  consiglio  ai genitori;  drisa  i oric’ e tèza,  un consiglio;  un  sarà  mia  cul  c’ha fat  u caplin a ra gianda!,  uno  che crede di essere ..;  u  fa da luc par paghè mia dasi, fare il  finto tonto;  dès a sapa eñs i pé, danneggiarsi;  pèrla cm’ at mañg’!,  parla in modo semplice !;  pèrla quand  pisa i ôc !,  taci !; u  spüsa che u tarnéga, puzza tanto che appesta l’aria;  anghè  eñt oñ bicér  d’aqua, avere poca iniziativa;  u  g’ ha   adòs   l’ argéñt   viv,  essere vivace;  u süda  suta  ra  lingua,  chi parla e lavora poco; dag oñ tai, smettila;  u g’ha u müz, essere imbronciato;  piañta puf,  uno che non paga; un g’ha mia ad testa,  privo di logica;  fè vègn sira,  campare alla giornata;  va a ciapè di rat !, mandare a quel  paese; va eñs ra  furca!, mandare a quel  paese; l’è añdat a truvè Tañtìn,  è morto; va a zghè ad l’ èrba bagna!, va al diavolo; vat  a   masa !,  va  ad ucciderti!(Forma bonaria);  gh’è gnid oñ culp, è morto d’infarto; piè a crèta,  comperare a credito; mèt ar cör eñ pèz, rassegnarsi; éñsgnè ai gat a rampighès, dare consigli a chi non ne ha bisogno; iès dar sas, essere originario, nato entro le mura del paese;  u  g’ ha ra spüsa suta u nèz; uno diffidente; piantè baraca e büratìn,  abbandonare tutto; grand,gros e ciula, grande,grosso e coglione, campa caval che l’ erba a crèsa!, aspettare inutilmente;  avèiga  ona  gata da plè, avere  un compito gravoso; tirè l’aqua a u so murin,  lavorare a proprio favore; lavurè sut’aqua, tramare;       s’an l’è mia süpa l’è pan bagnè, la stessa cosa; murig adré, fare il cascamorto;  ug tèta deñtor, ci sguazza; ar Signur u ia fa e pö u ia compagna oñ  macaròn côn ona lazagna, persone simili, dello stesso stampo; ogni  scarpòn u g ‘ha a sua savata, gente sposata dello stesso stampo, paribus cum paribus, savatìn cum calzolaribus, idem come prima;e bata lé ch’l’è oñ ciôd!  insisti a non capire !; vat a fè benedi dai frè ‘d Ruma, vatti a fare benedire dai frati di Roma;  u g’ha  ar mañ loñg,  uno che ha il vizio di rubare; ciapè oñ drit, allontanarsi.

 

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Note sugli articoli determinativi

6th maggio 2006

Nel dialetto bobbiese l’articolo determinativo ha più forme dell’italiano ed ha regole che vogliono unito ad un determinato nome un determinato articolo e solo quello. Queste norme che si evidenziano solo nella parlata non ne chiariscono il motivo e lasciano allo studioso solo la possibilità di fare deduzioni.

 

Questi articoli sono :

 

                                       Italiano                Bobbiese

Maschile

  Singolare                   il – lo                    u – ar

  Plurale                        i – gli                    i

 

Femminile

  Singolare                   la                           a – ra

  Plurale                        le                           i – e

 

I vocaboli che cominciano con vocale hanno l’articolo determinativo < l’ >, sia al femminile che al maschile :

 

L’om (l’uomo)

l’ôca (l’oca)

 

Per quanto riguarda l’articolo maschile plurale < i > , viene utilizzato anche davanti a sostantivi femminili che incominciano con vocali , diremo infatti :

 

I om (gli uomini

i ôc (le oche)

 

 

Il problema è(non sappiamo se questa ipotesi sia valida in modo assoluto; potrebbe darsi che l’influenza lombarda e quella ligure siano storicamente decisive) quando si usano gli articoli  a  e  u  e quando gli altri due  ar  e  ra ?

Già nello studio pubblicato, nel volume Il dialetto bobbiese molto timidamente avevamo supposto che le cose più importanti volessero  ar  e  ra, quelle meno importanti si  accontentassero di  u  e  a.

Esempi :  si dice    ar su (il sole) e ra löna (la luna), ma a stèla (la stella). Si dice  u prèv (il prete), u sacrista (il sacrestano), ma  ar pèruc (il parroco) e ar vèsc (il vescovo). Si dice  ra mèistra (la maestra), ra diretrice (la direttrice), ra prufesurèsa (la professoressa), ma  u bidèl (il bidello) e a bidèla (la bidella). Si dice ra matematica (la matematica), ar disègn (il disegno), ar copit (il compito), ra lision (la lezione), ma a matita (la matita), a pèna (la penna),  u quaderon (il quaderno),a guma (la gomma), u libar (il libro).

 

Si potrebbe continuare, ma ci fermiamo qui, perchè il breve elenco permette già una chiara distinzione tra persone e cose più o meno importanti. Naturalmente ci sono delle eccezioni.

 

Ad esempio, si dice ra familia (la famiglia), ma a mama (la mamma), u pupè (il papà), a fiöra (la figlia), a nona (la nonna), u ziu (lo zio), a zia (la zia).

Qui ci pare che il collettivo sia istintivamente più importante del singolo individuo che lo compone,( nella stima di chi parla ).

Facciamo un altro esempio : ra müzica (la banda), u sunadú (il suonatore).               

  

Un’altra tesi  era che gli articoli ar  e  ra si usano con sostantivi di origine lombarda; a  e  u  invece con sostantivi di origine ligure. Analizzando meglio i dialetti lombardi questa tesi ci lscia perplessi, infatti si  trovano i seguenti articoli determinativi maschili :

 

– dialetto milanese:                             El fiö strazún

– dialetto bergamasco:                        Ol zùen tròp generùs

– dialetto comasco:                              Ul fiöö pelandrun

– dialetto di Intra (No):                         Ul fieu spendaciun

– dialetto monzese:                              Ul fioeu prodigh

– dialetto di Pavia:                               Al fioe prodigh

– dialetto bosino di Varese:                Ur fioeu strasún

 

gli articoli < a > e < u >  potrebbero derivare dalla contrazione di < al > e  < ul > , ma è evidente che sono tutte supposizioni da verificare.

 

per quanto riguarda l’articolo femminile viene usato l’articolo < la > .

   

Analizzando a fondo il vocabolario allegato a questi appunti grammaticali, dove vicino ad ogni sostantivo viene evidenziato il relativo articolo, possiamo affermare che

            non esiste una regola ben determinata;

 

ogni sostantivo è legato ad un determinato articolo e solo a quello. tuttavia, in alcuni casi, la scelta dell’articolo sembra seguire una precisa logica : quando il vocabolo indica qualcosa di ben definito vengono abitualmente utilizzati gli articoli « a »   o  «u» quando  invece  il   vocabolo  si   riferisce  a  qualcosa  di  più  generico  la scelta ricade su « ar »  o « ra ».

 

A dimostrazione le seguenti frasi :

 

U balurd du me fiö                             mia ar balurd

A castègna grosa l’è da taiè             Ra castègna an brüza mia

U coñfin du me camp                        Ar coñfin

U  cristal c’at gh’é sura ra porta        Ar cristal l’è añca on minerèl

U dialug c’uma péna cmensè          Ar dialug l’è sempar util

U guardian dar castèl                        U ar guardian dar castèl

U  ar macac                                    U to fiö u ar macac

U malè l’è môrt                                   U ar malè

U pasag’ c’u g’ha lasè                        U g’ha dat ar pasag

A plaia di balèt                                   I balèt i g’han ra plaia düra

A stala növa                                        Añdè eñt ra stala

 

L’unica regola certa è  l’uso degli articoli « a » e « u » davanti agli aggettivi possessivi :

 

Esempio : Ar prufesur, u prufesur; ra familia, a mia familia, ecc. 

 

            L’elenco dei vocaboli che abbiamo presentato nel vocabolario, ci ha rilevato un fenomeno linguistico (già evidenziato nel libro « Il dialetto bobbiese » ) molto interessante.

 

Certi sostantivi di genere maschile si appropriano dell’articolo femminile. Eccovene l’elenco:

ra scañdul             lo scandolo

ra schivi                 lo schifo

ra scrúpul              lo scrupolo

ra scür                    il buio

ra scurbìn              la mancanza di vitamine

ra                         il sale

ra sfé                       il fiele

ra sfrat                    lo sfratto

ra sfröz                   l’inganno

ra mnéstròn          il minestrone

ra spasi                  lo spazio

ra spatüs               il lusso esagerato

ra spaveñt             lo spavento

ra spès                   il fitto

ra spésur               lo spessore

ra spetàcul            lo spettacolo

ra spirit                   l’alcool

ra sporc                 lo sporco

ra sport                  lo sport

ra spròn                 l’ incitamento

ra spüd                   lo sputo

ra srèn                    il sereno

ra stagn                  lo stagno

ra strüt                    lo strutto

ra stüc                    lo stucco

ra stüdi                   lo studio

ra stüfè                   lo stracotto

ra zbagnüséri       il fradiciume

ra zgazaréri           il rumoreggiare delle gazze

ra snèvra               il gusto piccante della mostarda

 

Precisiamo che tutti questi sostantivi  li pensiamo maschili e notiamo che quasi tutti incominciano con  « s » o « z »,ma quando sono preceduti da un aggettivo possessivo si riprendono  il  loro  giusto  « genere» (maschile o femminile)  e   l’articolo   usato diventa  « a »  o  « u » .

u so scañdul, u so scrúpùl, u to scurbìn , u stüfè, u to stüdi,u so strüt, u so zgazaréri,u so sprôn, u to sporc, u to spetàcul, u so spatüs, u so zbagnüséri, u stracöt, u to stüc, u to spüd, u sport, u to spirit, u so spésur, u spaveñt, u spasi, u sfrat, u to schivi, u to sfé, a sua , a sua snèvra, u me mnéstròn,  ecc.  

 

 

Tutto quello che viene scritto sul dialetto bobbiese è stato elaborato dal sottoscritto, dall’amico Mario Zerbarini e dal Professor Enrico Mandelli

 

 

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