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2001/05/10 – Bobbio ha voluto ricordare Andrea Mozzi, “Belena”

7th novembre 2017

Da La Trebbia del 10 maggio 2001

Bobbio ha voluto ricordare Andrea Mozzi, “Belena

Con un monumento eretto nella pineta del Rio Foino

Il giorno 22 aprile 2001, presso la pinetina “du rì Fuìn, è stato inaugurato il cippo in memoria di Andrea Mozzi.

L’opera, fusa nel bronzo e posta su di un masso preso dal greto della Trebbia, è composto da tre parti: rappresentano l’arcata maggiore del Ponte Gobbo con il sui lago, il sorriso bonario di “Dariin” e una targa con dedica.

Sulla targa, oltre, oltre ai dati: “Ad Andrea Mozzi – Balena –  I bobbiesi riconoscenti”, vi è una poesia scritta il 17 aprile 1969, data della sua morte, dove Gigi Pasquali lo si immagina, anche nell’eterno, sempre disponibile verso i giovani:

Ciau ét rivè!

Sì, sö ché.

Duma ch’a gh’è da fè.

Ohi bèla! Anca ché!

Vèdat Driin,

a gh’è ‘’ensgnè,

a vulè

a i angilìn

 

Il progetto del cippo è della prof.ssa Pier Antonia Larceri, allieva di maestri del calibro di  Paganin e Scialoja; l’esecuzione dell’opera è stata affidata al Prof. Luigi Scaglioni, arista allievo del ben noto scultore Messina, che ne ha curato anche la fusione in bronzo e a dir la verità, come ottimo operaio, anche la massa in opera.

La cerimonia ha visto presente il Sindaco che nel suo discorso inaugurale ha ricordato la figura di quest’uomo che ha saputo mettersi a disposizione di intere generazioni di ragazzi. Il suo discorso è stato breve ma essenziale.

Dopo di lui il presidente della ”Familia Bubieiza”, Mauirzio Alpegiani, altre a ringraziare la sezione “Arte e Cultura” del sodalizio nelle persone di Pasquali e Zerbarini, ha offerto al Sindaco un ritratto in gesso, riproducente il viso di Andrea Mozzi, uguale a quello posto sul cippo.

L’inaugurazione si è svolta in modo semplice, direi famigliare, dove molte persone presenti hanno voluto raccontare episodi vissuti accanto a “Balena”, diventando così “attori” di questa festa.

Prima di chiudere vorrei ricordare ai giovani il significato di “Balena” che  non era detto così in una forma canzonatoria, per la sua mole abbastanza robusta, ma era un suo modo di nuotare, quando portava in mezzo al lago i piccoli nuotatori: nuotava sul dorso in modo da avere una visuale più ampia del gruppo e in modo gioioso spruzzava acqua con la bocca sembrando così una balena attorniata dai suoi balenotteri.     

Il cippo doveva essere posto vicino al Pone Gobbo e precisamente nell’”ortino”(così è da sempre chiamato il luogo dove vi è la fontanella con le panchine) per il quale però è necessaria l’autorizzazione delle Belle Arti; è nostra ferma intenzione spostarlo nel luogo in cui era destinato, poiché era quello dove operava “Balena”,

Si ringraziano tutte le persone che hanno aderito alla sottoscrizione: sono state raccolte

2. 620.000 e spese attualmente L. 2.200.000 per la sola fusione (il lavoro degli artisti è stato assolutamente gratuito. Ciò che rimane sarà utilizzato per la sistemazione definitiva a verde quando il monumento sarà collocato nel posto giusto.

 

L.P.

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Bobbio ricorda il suo alpino

17th agosto 2017

Bellocchio, il generale a capo dei partigiani milanesi

Riordinato il patrimonio archivistico donata dalla famiglia al Comune-

Romano Repetti

BOBBIO

Il generale Giuseppe Bellocchio era nato a Bobbio il 15 febbraio 1889. Bobbiese anche il padre Domenico, commerciante e proprietario di beni fondiari, mentre la madre, Costanza Bionda, proveniva da Ponte dell’Olio. Oltre a Giuseppe anche il fratello Andrea fu indirizzato alla carriera – diventerà colonello medico nella Marina – e pure la sorella maggiore Ida sposò un ufficiale, mentre l’altra sorella Elvira, si maritò con un bobbiese emigrato in Usa e andò a vivere a New York.

Giuseppe dopo gli studi superiori affrontò la vita militare nel Corpo degli Alpini. Partecipò alla 1° Guerra mondiale, raggiungendo il grado di maggiore e fu posto al comando di battaglioni alpini. Dopo la guerra fu ammesso al corso triennale 1929- ’22 della Scuola di Guerra di Torino per la formazione degli ufficiali di stato maggiore e successivamente promosso colonello.  Fra il 1928 e il 1931 fu inviato in Albania quale addestratore delle truppe del re Ahmed Zogu appena arrivato al potere con il sostegno dell’Italia. Dopo vari in carichi come Capo di S.M. in brigate e come comandante di reggimento, prima dell’inizio della 2a  guerra mondiale fu promosso generale di brigata e più avanti di divisione ed utilizzato in Italia per incarichi speciali e da ultimo come comandante della Zona militare di Alessandria. Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 Bellocchio fu tra i non molti generali del Regio esercito italiano che, riusciti a sottrarsi alla cattura e alla deportazione in Germania, non solo si rifiutarono poi di rientrare in servizio del ricostituito regime fascista di Salò ma si unirono ai partigiani per contribuire a liberare l’Italia dal nazi-fascismo. Data la sua età poteva ritirarsi a vita privata nella sua casa di Bobbio, invece entrò nella clandestinità, ospite via via di diverse famiglie nelle campagne lombarde e piacentine, fra cui quella di un nipote a Carpaneto ed infine a Milano dove si unì ad un gruppo militare di Resistenza guidato dai generali Bortolo Zambon e Giuseppe Robolotti. Questi due però il 25 maggio ’44 furono arrestati dalle milizie di Mussolini ed il secondo, poco dopo, fucilato. Così quando ai primi di giugno il CNL Alta Italia, al fine di assicurare una direzione unitaria delle diverse formazioni partigiane, formalizzò la costituzione del Corpo Volontari della Libertà e ne nominò il Comando generale, rappresentativo dei diversi partiti politici animatori della Resistenza, fu designato Bellocchio a farne parte come esperto militare. Il vertice del Comando, che teneva in sedi diverse due o tre riunioni alla settimana, era costituito da lui, dall’azionista Ferruccio Parri, primo capo del  Governo dell’Italia liberata e dal comunista Luigi Longo, capo delle Brigate partigiane Garibaldi.

Nell’estate del ’44, visto il peso che il movimento partigiano aveva assunto nel Nord-Italia sotto occupazione tedesca, gli alleati anglo-americani ed il legittimo governo italiano, che tornato ad insediarsi a Roma con la presidenza di Ivanoe Bonomi, concordarono di portare nel Comando generale del CVL un militare di loro emanazione e designarono il generale Raffaele Cadorna, che; paracadutato in Val Camonica, a partire dal 6 settembre sostituì al vertice del Comando generale Bellocchio che assunse in cambio il Comando della Piazza di Milano, competente del coordinamento della lotta partigiana nella città e relativa provincia. Naturalmente le azioni partigiane a Milano e nel circondario erano diverse da quelle praticate in territori appenninici come nel piacentino, anche se non meno rischiose. Consistevano in sabotaggi, nella sottrazioni di armi ai nemici, in attentati ed altri atti dimostrativi per intimorirli e renderli insicuri, realizzati in genere nelle ore notturne. Gli aderenti alla Resistenza vi raggiunsero il numero di 15.000, ma erano in parte costituiti da operai che di giorno tornavano al lavoro nella propria fabbrica. Un compito specifico del Comado Piazza e del generale Bellocchio fu anche quello di predisporre il Piano insurrezionale da mettere in atto al momento della liberazione che si attuò il 25/26 aprile 1945.

Bellocchio, che era di sentimenti monarchici, anche in quel Comando era affiancato da esponenti delle nuove forze politiche antifasciste e repubblicane fra cui quell’Amerigo Clocchiatti comunista, che nel dopoguerra sarà  eletto a Piacenza deputato e che nelle sue memorie ricorda il generale con grande simpatia e ne sottolinea l’imparzialità. “Il generale comandante la piazza è figura di ufficiale onesto, corretto, semplice, non troppo uso alle schermaglie dell’attività politica”, fu scritto in una relazione riservata indirizzata a Pietro Longo.

Difficili invece i rapporti di Bellocchio con il generale Cadorna che si manifesteranno in particolare nei giorni della Liberazione. Dopo la quale Cadorna sarà nominato al vertice dell’esercito italiano, mentre Bellocchio tornerà subito a Bobbio “con la sua topolino a tre marce” come ricorda l’ex partigiano Agostini Covati che lo accompagnò in quel viaggio. E a Bobbio il generale resterà fino alla morte, avvenuta il 7 marzo 1966, da uomo semplice e fedele alle sue idee, compiendo nelle elezioni nelle elezioni politiche del 1953, disse “un ultimo servizio a Casa Savoia, quello di candidarsi, senza speranza di successo, nelle liste del Partito monarchico. Ma appunto il valore morale ed unitario della Resistenza derivò anche dall’avere nelle proprie file un personaggio come lui.       

Il generale Bellocchio con la famiglia

 

Il Generale in primo piano

Il Generale seduto al centro

 

Altri ufficiali bobbiesi aderirono alla Resistenza

BOBBIO

Oltre al generale Bellocchio, altri bobbiesi che fino all’all’8 settembre ’43 avevano prestato servizio nell’esercito in qualità di ufficiali aderirono al movimento partigiano svolgendovi importanti ruoli, Si tratta di Italo Londei, comandante della VII Brigata, di Virgilio Guerci e di Pino Follini che si succedettero al comando della IV Brigata, entrambe appartenenti alla Divisione e Libertà di “Fausto”. A sua volta ufficiale medico l’ufficiale medico Carlo Tagliani, tornato vivo dalla disastrosa campagna di Russia, non esitò ad unirsi alla brigata dell’Istriano operante in Val d’Aveto. Riguardo poi ai semplici partigiani valga per tutti ricordare la figura di Mario Fruschelli. Dopo l’occupazione di Bobbio nell’agosto ’44 da parte dei militari della Divisione Monterosa addestrati in Germania, approfittava del suo lavoro di Barbiere per sollecitare quegli alpini suoi clienti a disertare dall’esercito di Mussolini e ad unirsi ai partigiani. Ne convinse diverse decine, Arrestato fu portato nelle carceri di Chiavari in attea della fucilazione. Ma neanche lì, utilizzando intanto come barbiere, ne approfittò per conoscere bene i locali ed organizzare l’ingegnosa e riuscita fuga sua di altri 22 antifascisti. Fra i caduti partigiani bobbiesi particolarmente toccante è la vicenda della giovane staffetta Maria Macellari. Si era unita anche lei in Val d’Aveto alla formazione dell’Istriano e, ritenendosi che una donna fosse più facile girare senza destare sospetti fra i nemici, veniva appunto utilizzata per portare messaggi o per andare nelle farmacie a reperire medicine per l’infermeria partigiana di S. Stefano. Ma in quest’ultima missione a Piacenza, nell’aprile del 1945,  fu catturata e fucilata da militi fascisti incattiviti dall’imminente disfatta. I suoi compagni pretesero che il suo sacrificio fosse adeguatamente onorato e finalmente alla memoria di Maria nel 1957 fu concessa dal Presidente della Repubblica Gronchi la Medaglia d’Argento al valore militare.    

 

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1938/03/06 – Bobbio Autarchica

22nd maggio 2014

La Società Mineraria Val Trebbia con sede in Milano, ha iniziato un complesso lavoro nella nostra vallata per l’estrazione e la

lavorazione del “Talco”.

In comune di Cerignale sono individuate tre cave: una è in attività; vi sono addetti vari operai e la pietra estratta in abbondanza è riconosciuta ottima.

A Bobbio, in via Circonvallazione, si prepara lo stabilimento per frangere e macerare la pietra.

Entro il corrente mese saranno impiantati nello stabilimento, ampio, areato, comodo per l’accesso della strada aziendale e per il movimento del lavoro, i frantoi ed i mulini.

Il Rag. Brunetti, Delegato della Società, nutre le migliori speranze per il successo dell’iniziativa.

Il Podestà Renati, ha dato e dà tutto il suo appoggio per facilitare in Bobbio il compito della Società.

Quando gli eccezionali macchinari romberanno e la polvere “autarchica” fiorirà di sotto le potenti macine, parleremo ancora ed in termini tecnici e con rapporti economici dell’importante lavorazione.

NDA: La lavorazione è iniziata sabato 23 aprile 1938,

art. de La Scure del 27/4/1938, a pag.3

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1956/10/13 – Sono tutte in lutto le famiglie di Cattaragna

6th ottobre 2013

Da la Trebbia del 13 ottobre 1956

La povera gente del villaggio più colpito dalla catastrofe chiede di essere

Aiutata a colmare il vuoto pauroso lasciato dalle cinque vittime

Il camion della morte ha lasciato dietro di sé una lugubre scia di pianto. Lassù nei casolari sparsi sulle pendici della pittoresca, ma povera valle dell’Aveto le donne non hanno più lacrime, i robusti montanari si aggirano muti per i viottoli fangosi con le tracce dell’angoscia disegnate sui ruvidi volti. In un paesino soprattutto sembra che il dolore abbia voluto insediarsi come un’ombra funerea salita dal tragico ponte di rio Buffalora. Cinque bare sono salite sono salite lassù, portate a spalla dagli abitanti per l’erto sentiero che si erpica fra le rocce fino a ottocento metri ove si adagia in una stretta conca il più piccolo, il più povero villaggio della zona, Cattaragna: poche case di pietra tutte unite intorno alla chiesa, intorno ad un piccolo cimitero appiccato, no si sa come, sul piano fortemente inclinato del ripido versante.

 I feretri sul sagrato a Catteragna

I feretri sul sagrato a Catteragna

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1956/10/13 – L’ immane sciagura del rio Boffalora

6th ottobre 2013

Da La Trebbia del sabato 13 ottobre 1956

LA VAL TREBBIA E LA VAL D’AVETO IN LUTTO

Come’è avvenuto il salto del “camion della morte” nel greto roccioso del fiume – L’impressionate spettacolo visto dai primi soccorritori – Il pianto dei montanari dietro le dodici bare funerate solennemente lunedì scorso nella nostra città

I rottami del camion in loc. Boffalora

I rottami del camion in loc. Boffalora

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1985/11/02 – Bobbio nella bufera della Grande Guerra

25th ottobre 2012

Dalla Libertà del 2 novembre 1985

IL 4 NOVEMBRE È UNA DATA CHE NON SI CANCELLA

Nel primo conflitto mondiale il piccolo capoluogo della Valtrebbia pagò un alto contributo di sangue: 104 caduti (senza contare feriti mutilati e dispersi) – Le cronache d’epoca dei settimanali «La Trebbia» e «Il Penice» rievocano la partecipazione, i sacrifici e gli slanci patriottici della Popolazione agli eventi bellici – Decorazioni per ufficiali e soldati – Destino di un nome: Pierino Castagna – La Vittoria e la ricostruzione.

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1903/11/08 – I cimiteri a Bobbio

13th settembre 2011

Dalla Trebbia del  8 novembre 1903

I CIMITERI A BOBBIO

Così l’anno scorso nel praticarsi i lavori per la fognatura della via di Porta Nuova (ora Corso Garibaldi) furono scoperti vari depositi formati di mattoni quadri con ossa umane.
Quindi non è infondato il sospetto che quivi potesse già esistere il cimitero della Chiesa di San Colombano.
Così ancora è lecito arguire la esistenza di un cimitero nei pressi di Bobbio, regione  San Ambrogio, proprietà ora di casa Malaspina, dall’ Ordo Processionum Cleri Bobiensis, fatto stampare a Milano nel 1756 dal nostro vescovo Gasparre Lancellotto Birago. Imperocché da esso si rileva,  (pag.59 e segg.) dalla 3a feria  (martedì) delle Rogazioni, la processione partita dalla Catt.e e recatasi quivi, dove ancora si vedevano le rovine della Chiesa Parrocchiale di S. Ambrogio, e dell’attiguo campanile, dopo aver fatto commemorazione del S. Dottore, procedeva all’assoluzione a suffragio dei defunti. «Peracta statione, ac decantato Evangelio, fit absolutio, sive aspersio pro Defunctis in eodem loco, in quo, prout ex ruinis dignoscitur, praesertim ex veteri Turris residuo extabat antiquitus Ecclesia Parochialis D. Ambrosio dicata, temporum iniuria nunc prorsus diruta». E che il luogo designato per la tumulazione dei parrocchiani fosse diverso dalla chiesa, lo si ammetterà facilmente, quando si ritenga che la ristrettezza della med.a non poteva essere sufficiente al pietoso ufficio, e che la cultura del terreno circostante alle accennate rovine dissotterrò umani avanzi.
Il citato libro, ricordando poi un atto 1375 rog.o del notaio Giovanotto de Gualandrino, col quale il V.o nostro Roberto Lanfranchi conferiva la chiesa parrocchiale  di S. Ambrogio, resasi vacante per la morte di certo Don Gerardo de Traschio,  al chierico bobbiese Cristoforo Avogarelli de Avocado, come della chiesa, così del cimitero ci fa riportare la fondazione ad un anno di molto anteriore a quello sopra indicato (1375).
Del resto una notizia certa dell’esistenza di un cimitero in Bobbio l’abbiamo nel d.o libro a pag. 48, ecc. Essendo alli 8 8.bre 1630 apparsa in Bobbio la pestilenza, che imperversò sino a mezzo il mese di marzo 1632, il Vescovo d’allora Mons. Francesco Maria Abbiati (in esso libro così si legge) provvide alla designazione di un terreno per la sepoltura degli sventurati, vittima del terribile morbo: e trovatolo in vicinanza del torrente Dorbida, alli 11 ordinò vi si erigessero le cinque croci rituali per la benedizione, alla quale egli med.o procedette nel successivo pomeriggio del 15, ivi condottosi processionalmente col Capotolo, col clero e col popolo. – La chiesa di S. Rocco, patrono contro la peste, esistente già presso la Dorbida, al punto quasi in cui questa si mette nella Trebbia, ed alla destra dell’antica strada pubblica Bobbio – Poacenza, e già distrutta al tempo del prelodato Vescovo Mons. Birago; ma più le ossa umane, nell’attiguo terreno di tratto in tratto dissotterrate ci farebbero mettere il cimitero in discorso in quella località. – Dai registri degli atti di morte della parrocchia della Cattedrale si rileva che fin dalli 16 maggio 1632 (epoca in cui la Dio mercè era cessata fra noi la pestilenza) si riprese l’antica consuetudine di seppellire i defunti entro le chiese, e ciò forse perché il cimitero si rese inservibile per la quantità dei cadaveri in ecco accumulati dall’epidemia? O forse perché inondato, od anche asportato dal vicino torrente?
Questo è quanto non si può decidere: quello che è certo si è che da quell’ epoca (almeno da quanto consta) in Bobbio non si parlò più di cimitero fino all’anno 1823, nel quale, e precisamente nel 3 novembre, il sindaco signor Antonio Malugani in adunanza consulare osservando che questa città era ormai l’unica non solo del regno, ma anche dell’orbe tutto che non avesse un cimitero; diceva che bisognava essere penetrati della necessità di tale stabilimento, essendo pur troppo note le grandi disgrazie ed inconvenienti occasionali dal dar sepoltura nelle chiese. La proposta fu accettata; e si mandò all’ong.re Sig Gazzotti per la scelta del luogo, e per la perizia dell’importo, il tutto in conformità delle R. Patenti 25 9.mbre 1777. Questi alli 23 8.bre 1823 presentava apposita relazione, colla quale si dichiarava adattissimo all’uopo un pezzo della proprietà Corgnate di spettanza del Signor Cristoforo Bacigalupi balla destra del Dorbida, e l’importo per la costruzione del cimitero in L.4610. La relazione era approvata dall’ Ecc.mo R. Senato sedente in Genova alli 24 succ.o 9.mbre. In seguito a ciò l’Architetto Signor Francesco Guglielmini Ass,e di 1a classe del Genio Civile alli 12 gen. 1821 comunicava al Consiglio uno scritto – Capitoli, oneri, istruzioni per l’appalto della formazione del campo S.; a cui annetteva un tipo, che, se fu eseguito avrà dato alla nostra città un elegantino Cimitero.
Dai registri degli atti di morte della Cattedrale appare che la prima ad esservi sepolta fu certa Marina Domenica fu Carlo di Pegni – An. D.ni mill.mo octingentesimo trigesimo die 23 augusti Domiica  Marina q. Caroli e loco Pegni etc. exequiis peractis sepulta in novo sepulcreto fuit – e che l’ultimo fu pure certo Marina Luigi di Gius.e e di Maria di Pegni Altrecati – sepolto alli 24 agosto 1834.
Nel giorno 26 agosto detto anno scatena vasi in alcuni luoghi degli stati Sardi ed anche in Bobbio un terribile uragano, per cui la Dorbida straripando abbatteva il muro di cinta del cimitero, lo riempiva di ghiaia e di sabbia, ed alcuni dei nostri buoni vecchi ci hanno raccontato di aver visto le casse dei cadaveri asportate dalla corrente nella vicina Trebbia. Per riparare ai guasti avvenuti raduna vasi subito il consiglio nel successivo 28 agosto; e dopo varie sedute in quella delli 7 gennaio 1835 delegavasi il Signor Carbonazzi Giovanni aiutante del Genio civile perché di concorso di alcuni consiglieri procedesse alla scelta di un terreno che in base alle R. Patenti 26 maggio  1832 e relativo Regolamento del Reale Senato 30 luglio successivo fosse riconosciuto adatto alla costruzione di un nuovo cimitero. In adunanza 4 febbraio 1835 i delegati riferirono che la località più conveniente era il fondo Corgnato di proprietà del Signor Cristoforo Bacigalupi, e dellaSig.ra Ballerini Maddalena Vedova Malchiodi Sig. Luigi. Eseguiti tutti gli altri incombenti procede vasi alla costruzione alla costruzione per parte del Signor notaio Cozzi Giovanni resosi deliberatario dell’appalto alli 18 luglio 1835 – Benedetto il cimitero sul finire di luglio 1836 dal P. Agostino Cappuccino e Segretario del Vescovo Mons. Cavaleri vi accoglieva pel primo Carlo Farina d’anni 85 circa di Piancasale vittima alli 23 luglio del colera in detto giorno appunto scoppiato nella parrocchia della Cattedrale
.
Rechiamoci dunque sovente a visitare quel luogo santo, ove riposano in pace i venerati avanzi dei nostri cari ed ivi nel silenzio della tomba attendono la gloria  della resurrezione: oh! vi andiamo coi sentimenti più soavi della carità cristiana, ispirandoci alle sublimi verità dell’epigrafe;
Tempo, Fortune, Illusioni ha fine
Questo Campo di morte a te lo addita:
Mortal vi pensa, e s’ami pace al fine
Abbraccia il Ver che apporta eterna vita!
Can. Antonio Cavalli

Dalla Trebbia del 22 novembre 1903

Chiar.mo Signor Canonico

Il suo ultimo articolo sulla cronaca bobbiese mi rammenta un epoca che ben pochi nostri concittadini potranno ricordare.
Quando nel 1824 fu fondato il primo cimitero, presso il torrente Dorbida, io ero già nato da quattro anni (1820), e ricordo che in un giorno del 1834, il notaio Sig. Giuseppe Ballerini, presso cui mi trovavo con altri fanciulli per la divozione del mese di Maria, si mise ad esclamare «oh! figliuoli miei, sono già 40 giorni che piove; pregate il Signore e la Vergine Maria che facciano cessare questo diluvio». E fu appunto allora che avvenne lo straripamento del detto torrente e la devastazione del Cimitero perché troppo vicino alla destra sponda di quello. Ricordo pure che a casa mia si piangeva pel rapimento di casse e cadaveri trascinati da quel torrente nella vicina Trebbia, fra cui la salma di mio fratello (Abramo) morto chierico poco prima di quella catastrofe. Ricordo infine df’aver ancora visto seppellire nelle chiese qualche notabile cittadino e di aver conosciuto il venerando Vescovo Isaia Volpe che morì povero perché erogava tutte le sue rendite in grandi elemosine ed in opere di beneficenza, come quella della fondazione dell’Ospedale bobbiese di Carità.
Tutto questo io ricordo e vivi ancora! Non mi par vero. Scusi, caro Sig. Canonico, e mi creda ognora con caldo affetto.
Suo dev.mo servo ed amico
D. Bertacchi

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1905/03/11 – Il ponte vecchio sulla trebbia

13th settembre 2011

Dalla Trebbia del 19 marzo 1905


Conferenza tenuta in Bobbio dal Canonico Antonio Civardi, il 23 gennaio 1905

IL PONTE VECCHIO SULLA TREBBIA

Il conferenziere prendendo una tesi generalissima si fa il quesito: qual’epoca incominciò ad esistere un ponte sulla Trebbia nelle vicinanze di Bobbio?E risponde esternando il suo avviso che un ponte sulla Trebbia a Bobbio cominciò ad esistere prima della venuta di S. Colombano; e ciò deduce:1) Dalla preesistenza di una popolazione nella vallata bobbiese prima dell’arrivo del monaco irlandese; fatto, che il conferenziere ha incominciato a dimostrare nel presente giornale – rubrica Bobbio e il suo territorio ecc.; e che spera di poterle provarlo con chiarezza con gli argomenti che man mano verrà sviluppando. Ammessa l’esistenza di creature umane sulla riva sinistra della Trebbia prima di S. Colombano, nulla di più probabile che esse si siano spinte a perlustrare la riva destra, le sue colline e i suoi monti; e che perciò abbiano pensato di provvedersi di un ponte per tragittare il fiume, anche nelle sue piene.2) Dalla conoscenza, che secondo il tortonese Conte Giacomo Carnevale, avrebbero avuto i Romani delle nostre acque solforee salso jodiche; conoscenza , ad ammettere la quale si dichiara indotto dall’aver di esse (acque) trovato fatto menzione negli scritti di Arlembardo medico fisico di Tortona nel 1160, i quali scritti, vennero pubblicati dall’altro cittadino tortonese Augusto Quizio, che fu medico di Filippo 2°, duca di Savoia, molto istruito nella botanica, nel «Lumen apothecariorum  editum e subtilissimo artium et medicinae doctore domino magistro Quirico de Hugusti de Dorthona. Augustae Vindilicorum 1486». (Notizie storiche dell’antico e moderno Tortonese. VogheraTipografia Gioni 1845).Ma se le nostre acque salso jodiche erano già conosciute fin dai tempi dei romani, si sarà pensato di trarne quella maggiore utilità, che ad esse si poteva ricavare: il perché si sarà pensato ancora ad un mezzo solido (ad un ponte) per passare alla riva destra della Trebbia, dove hanno la loro sorgente.3) Dal Diploma di Agilulfo a S. Colombano – Da certe discrepanze, che vi si ravvisano fu creduto e dichiarato apogrifo da alcuni e gravi autori, tra cui il Mabillon, il Muratori, il Poggiali, e  ultimamente dal Krusch; cui  paiono soscrivere l’egr, can.co Logé di Tortona, nella sua opera S. Alberto, Abate di Butrio, e l’illustre Prof. Carlo Cipolla nel fascicolo « Notizie e documenti sulla storia artistica della Basilica di S. Colombano di Bobbio nell’età della rinascenza ». Ma l’importante questione, così si legge nel bollettino della società pavese di storia patria an. 1° fascic. 3° Sett.bre 1901 è stata ora ripresa dall’Hartmann, Prof. di Vienna, e trattata brillantemente in un articolo, dalle cui conclusioni l’autenticità dei diplomi, (uno di Agilulfo, due di Adoloaldo a favore del monastero di Bobbio) non ostante le mende che presentano le trascrizioni, in cui ci pervennero, è provata dall’autore non solo con ragioni indirette, ma anche direttamente. La più forte di esse si è che il Sundrarit, viro magnifico, dei diplomi, a cui Agilulfo prima, poi Adoloaldo, concessero una metà del pozzo d’acqua salsa, di cui l’altra metà era lasciata al monastero, richiama alla memoria il Sundrarium maximum longobardo rum ducem, cui apud Agilulphum bellicis rebus instructus  erat, di cui è parola nel continuatore di Prospero sotto l’anno 640 in un codice scoperto una trentina d’anni fa in Copenaghen. Da questo si deriva che dalle nostre che alle nostre acque solforee salso jodiche esisteva un pozzo per vfare il sale: ad coquendos sale. Ma se si faceva il sale, necessariamente sulla Trebbia doveva esistere un ponte pel trasporto del medesimo.Dato finalmente (e non concesso) che non sia vero il fin qui ragionato, si ha un dato storico non controverso che ci assicura l’esistenza di un ponte sulla Trebbia almeno nel secolo 9° – Il prelodato prof.re Hartmanu nel bollettino storico bibliografico subalpino, ha pubblicato un documento conservato nell’archivio di Stato a Torino colle altre carte di S. Colombano con la segnatura Cat.a !° marzo 1° – Sul dono si trova l’indicazione  l’indicazione «Inventarium honorum immobilium monasterj S. Colombani –  e nell’interno è detto» Adbreviatio de rebus omnibus e bobiensi monastario ontrinsecum et extrinsecus pertinenti bus anno Iesu Christi DCCCLXII (862). Il documento è confrontato dall’autore con l’altro dell’anno 883, e l’uno e l’altro npn sono che un inventario dei beni appartenenti a quell’epoca al nostro monastero.Ora in questo documento si legga: infra vallem autem praefati monasterj sunt oracula septem, nella valle del 1° monastero sono sette chiese; che la parola oraculum nel linguaggio ecclesiastico indica propriamente cappella, chiesa. Nell’accennato documento si legge ancora sotto il n° 6 «In oraculo Sancti Ambrosii potest seminare per annum granum modia viginti, vinum facil anforas quatuor, fenum carra septem etc.»  E’ vero che la dicitura accenna ai campi, vigneti, prati, ma è noto che attorno alle chiese andavano annesse possessioni. Sicchè è indiscutibile che fin dall’anno 862 (e quasi certamente anche prima) esisteva la chiesa di S. Ambrogio «in oraculo Sancti Ambrosii». Ora se vi era una chiesa sulla sponda destra della Trebbia, ne viene che per accedervi doveva essere sul fiume un ponte; a meno che non si voglia dire che la chiesa in discorso fosse riservata all’esclusivo servizio della popolazione sulla da riva destra. Ma come ciò pensare? Possibile che la popolazione della destra per diporto, per curiosità, per necessità non sia mai passata alla sinistra? Possibile che la popolazione della sinistra non si sia mai trasportata alla destra, neppure per assistere alla funzione del Santo titolare della Chiesa, in quei tempi, in cui la fede viva, operosa eccitava gli uomini a lunghi e disastrosi pellegrinaggi per visitare santuarj lontani? E poi i frati stessi di quando in quando non saranno andati a S. Ambrogio per vedere se la chiesa corrispondeva all’onore dovuto a Dio; se le finzioni religiose, l’amministrazione dei Sacramenti procedeva regolarmente, se il deputato al servizio attendeva all’esatta esecuzione dei proprj doveri? E finalmente come, senza un ponte, trasportare  al monastero il grano, il vino, il fieno ecc., e tutti gli altri raccolti delle terre circostanti alla Chiesa di S. Ambrogio?

Dalla Trebbia del 2 aprile 1905

Il ponte vecchio sulla Trebbia

Conferenza  2a tenuta in Bobbio dal Can. Ant0nio Civardi il 6 febbraio 1905Questione 1aAmmessa l’esistenza di un ponte sulla Trebbia nelle nostre vicinanze prima della venuta di S. Colombano, od almeno nel secolo 9°; in quale località esso sorse? Per mancanza di documenti nulla si può affermare di certo. Sarà stato al posto dell’attuale? Può essere: nulla di più verosimile. Così si viene a rispettare la popolare e più volte centenaria tradizione, che del nostro ponte fu autore il Santo: imperocché se il ponte, che si vorrebbe preesistente alla sua venuta fra noi, era edificato in altro luogo, nessuna meraviglia, che egli abbia creduto bene di erigere l’attuale come più vicino, più comodo, più adatto al monastero ed alla popolazione. Se poi l’attuale corrisponde a quello, che si direbbe preesistente a S. Colombano, non è impossibile che l’abbia trovato diroccato, come vi ha trovato semi diroccata la basilica di S. Pietro; e come di questa, così anche di questo abbia riparato la rovina.Questione 2aLa storia non  somministra una data certa e precisa sul nostro ponte?Il conte Anguissola Gio B.a nell’Ephemerides Sacrae anni Christiani 1822, pubblicato a Piacenza coi tipi del Tedeschi, a pag.14 scrive: «secondo Poggiali (Memorie Storiche di Piacenza, vol.5 pag.35) nel 1196 esistevano sulla Trebbia tre ponti, uno cioè in faccia a Piacenza, un altro a Rivergaro, di cui appena trovansi le vestigia, ed un altro a Bobbio tuttora esistente, benché più volte rovinato ». – Il Poggiali pubblicava l’opera sua nel 1757 in Piacenza – Tipografia Filippo G. Giacopazzi.Dunque è notizia chiara, e precisa, di valore storico ( a meno che si voglia mettere in dubbio l’autorità del Poggiali, che alcuni vogliono fino un po’ troppo critico) che sin dal 1196, cioè più di 700 anni fa esisteva un ponte sulla Trebbia.

Dalla Trebbia del 16 aprile 1905

Il ponte vecchio sulla Trebbia

Questione 3

aIl ponte attuale è propriamente quello del 1196?Il Poggiali pare inclinato a crederlo, sebbene lo dica più volte rinnovato; mentre documenti nostri ci farebbero entrare nella opposta sentenza. Danneggiato il nostro ponte nel 1766 da uno straordinario ingrossamento delle acque della Trebbia, al quesito, se fosse più conveniente riattare ed assicurare il ponte stesso, oppure  acquistare  terreno sul letto del fiume per aprirvi una strada, fatto dal nostro Consiglio all’Illustre Giureconsulto Can.co D.Leonardo Taffirelli, Cancelliere di questa uria Vescovile; il consulente nel suo parere 15 ottobre 1766 si espimeva in questi precisi termini:«Prendo a dire, che il ponte costrutto per utile, per comodo e commercio di tutto il luogo e di tutta la regione circonvicina, consisteva all’antico in quattro o cinque archi al più circa al mezzo del fiume, ove al presente se ne veggono per anche due di detti archi, quali sono lì più depressi alla metà di detto ponte; sotto dei quali quattro  o cinque archi vi transitava tutta la Trebbia, anche nella maggiore sua escrescenza; menoché  al di qua vi rimaneva il borgo più ampio della città, e di là vi erano l’ospedale e la Chiesa di S. Lazzaro de’ lebbrosi con li suoi poderi,  quali tutti corrosi dal fiume, rimanendo l’alveo dilatato più di tre quarti, la città a sue spese ben grandi e considerevoli è stata costretta continuare l’antico con estendere di qua e di là detto ponte, parte con archi di muro, parte con tanti massicci e pilloni, su de’ quali si appoggiavano le travi e tavole, due campi o andate, due de’ quali dall’eccessiva escrescenza di detta Trebbia, seguita alli 8 corrente ottobre di quest’anno 1766, in cui con un pillone sono stati atterrati e dall’acqua seco recati»Del medesimo parere del giureconsulto C.o Taffirelli è Luciano Scarabelli che ne Dizionario Corografico Universale dell’Italia – Milano – stabilimento Civelli 1854, nel suo art. sopra Bobbio (Vol.2 p.1a. pag.144) scrive: La Trebbia ha un ponte vicino a Bobbio città, lungo m. 280, e largo 3 costrutto sopra un antico, ora interrato, e di cui vedesi un arco. Né i Bobbiesi, i quali sotto i loro occhi stessi hanno visto alzarsi ed allargarsi il letto della Trebbia, avranno difficoltà a pensare, che dieci, otto secoli fa il letto di essa più profondo e più ristretto siasi venuto di tratto in tratto riempiendo di materiale, che le piogge scaricavano nel fiume dalle latitanti colline e montagne, massime dopochè un malinteso interesse ha operato lo sconsigliato dissodamento delle folte selve che coronavano la cresta dei nostri monti.Anche questa sembra una prova di un certo valore, massime corroborata dai seguenti dati storici. Il 1° è un documento dell’archivio Vesc., e cioè un atto 19 gennaio 1421 autentico Luserto Cristoforo. Con esso si stipulavano con cauzioni tra il Vescovo d’allora Daniele Pagani et spectabiles et egregios viros duos Matthaeum de Ugurnibus fg. Iois legum doctoris, et Vicarium Gen.lem  Ill.mi Principis et Excellentissimi Ducis Nostri Mediolani. Et Rodulphum fg. Arasini, de Seratonibus de Venetiis; convenzioni, che avevano per oggetto fundum et domum molendini de Caneto sic communiter nuncupati ultra Trebiam et fundum cum aedificiis ibi exitentibus, olim fornacem, et terram ipsi fornaci utilem atque necessariam pro costruendis cupis, tegulis, maconis, quadrelis. Dunque alla regione Caneto sulla riva destra del fiume un molino ed una fornace.Il 2° dato storico è un atto 28 gennaio 1292 rogato dal notaio Epirone de Granarolo. Con esso il Vescovo Calvo Calvi faceva a varj individui locazione perpetua domus molendini, et fulli, sen molendinorum et fullorum desuptus pontem Trebiae. Sicché al dissotto del ponte (e sotto la terra spessa) eravi un mulino et un fullo; meglio più mulini e più fulli.Il molino e la fornace di Caneto furono così asportati dal fiume da non permettere neppure di congetturarne la posizione. Dagli edificii alla Spessa, si dice, rimangono tuttora  avanzi che dal modo dio costrizione si arguisce che erano ad uso di molino. Ma se Caneto nel 1421 esistevano un molino ed una fornace, se molino e folli esistevano alla Spessa fin dal 1292, ed ora tutto è scomparso senza che sia rimasto vestigio di loro esistenza; convien dire che fossero di molto inferiori per posizione al ponte attuale; e che a questo, altro ne sottostava.
Dalla Trebbia del 23 aprile 1905

Il ponte vecchio sulla Trebbia

Finalmente è certo che l’ospedale di S. Lazzaro e la Chiesa relativa sorgevano al di là della Trebbia, cioè sulla riva destra. Fra Giacomino fg. Domenichino col suo testamento 11 marzo 1525 ricevuto dal not. Tommaso de Giorgi «Jure legati retinuit pauperibus commorantibus in hospitali S. Lazzari Bobii sito ultram pontem Trebiae solidos 40 imperiales».È certo ancora che questi sani edifici esistevano in capite pontis – (Bartolomeso de serio fg. Bernardo, studens in jure civili, col suo testamento, 18 ottobre 1388 ricevuto dal notaio Giocanoto de Gualandrio legat et jure legati reliquit florenos orto Hospitali S. Lazari de capite Pontis).Ma se ospedale e chiesa da secoli non esistono più, convien pur che sia stato abbattuto il ponte, alla cui estremità essi si trovavano. Sicchè legittima conseguenza che il ponte attuale non è il ponte vecchio, ma sibbene che quello poggia sui fondamenti di un altro in massima parte distrutto. A piena conferma del qual conclusione ecco un altro perentorio dato storico.Il Ripalta, cronista piacentino, pubblicato dal celeberrimo Muratori a pag.903 vol.20 dell’Opera sua colossale Rev. Ital Script scrive:Anno 1452 26, 7bre – adeo pluit , ut Padus et Trebia, eoquod pluviae fuerunt cintinuae per dies et noctes, maxima intulerunt damna, et praecipue Trebia destruxit et deorsum traxit pontem lapideum de Bobio, qui super ipso flumine Trebiae  artificiose et sontuose constructus fuerat, et multas domus similiter de Rivalgario destruxit.Ed il Can.co Poggiali a pag. 324 volo. 7 delle sue Memorie Storiche di Piacenza, così spiega il Ripalta. Nel 5 giugno 1452 cadde sul piacentino una dirotti sima pioggia, portata da venti sì impetuosi, quod multa mala fecerunt, arbores evulserat, tectos domo rum destruxerunt: una pari direttissima pioggia ebbesi accompagnata da tuoni e lampi orrendissimi nel 29 7bre; per cui crebbero d’improvviso e a dismisura i fiumi del nostro distretto, tra quali la Trebbia, rinnovando e preparando il guasto dell’anno passato, rovesciò un forte e magnifico ponte di pietra, che con ispesa ed artificio grande avevano eretto i bobbiesi, e nelle circostanti pianure lasciò nel ritirarsi tanta legna, che parve d’aver spogliato d’altrui tutte le montagne le montagne bobbiesi e piacentine.Tanto ripete lo Scarabelli a pag. 453 del  2° vol. della sua Istoria Civile dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla – Italia 1846, lasciata per morte, incompleta:Nel 1451 a 6 di novembre dalle case di Ronco a Calendasco fu tutto un fiume ….. Ma nel di Nove di settembre (si crede errore di stampa e che in vece di 9, debbasi leggere 29) dell’anno successivo (1452), un piovere dirotto gonfiò la Trebbia siffattamente che rovesciò un magnifico ponte che i bobbiesi avevano eretto con grande artificio e spesa,. Entrò in Rivergaro, abbattè case, ruppe molini e portò tanti alberi all’Emilia che parte avesse spogliato di piante il bobbiese e il piacentino.Dopo ciò che si desidera dippiù? Nel 1452 esisteva a Bobbio sulla Trebbia un ponte di pietra – pontem lapiseun «costrutto con ispesa et artificio grande» artificiose et sontuose. La direttissima pioggia del 29 settembre d.° anno l’ha abbattuto e tratto all’ingiù «destruxit et deorsum traxit». Dunque il ponte attuale non è certamente il ponte vecchio: ma deve sorgere sugli avanzi di un altro, o di altri distrutti; tanto più che ne’ nel ponte attuale e nemmeno nei due archi sottostanti, visti fino a poco tempo fa, si ravvisa traccia di quella magnificenza e sontuosità e di quell’artificio con cui dai Bobbiesi fu edificato il distrutto nel 1452, e per cui ha meritato l’elogio degli storici piacentini.

Dalla Trebbia del 7 maggio 1905

Il ponte vecchio sulla Trebbia

Questione 4a

All’immenso danno sofferto nel 1452 si sarà quanto prima riparato? Impossibile dare al quesito soddisfacente risposta. Il già lodato Scarabelli nella citata sua storia, ricordandoci prolungate direttissime piogge, straordinarie piene negli anni 1454, 1460,1484, siamo quasi tentati a credere, che, se a Bobbio si rifece il ponte, sia stato di nuovo rovinato; come avvenne del ponte, che in d.i anni era stato riedificato sulla Trebbia a Piacenza; oppure che i nostri maggiori spaventati dal frequente ed imperversante diluviare non abbiano avuto animo di accingersi all’opera.Ma allora come avveniva la comunicazione tra gli abitanti delle due opposte Rive? Chi scrive possiede un mezzo foglio, scritto nelle due facciate, ritirato da un tabaccaio, che lo avrebbe certamente distrutto. Se esso non si riferisce all’epoca in discorso, cioè al sec.15°¸pure riguarda ad una condizione della nostra città, consimile alla sopraccennata. Lo scritto è un consiglio probabilmente indirizzato ai reggitori della cosa pubblica. Questi erano consigliati a ricorrere ai regii  ministri in Milano esponendo, che una tra le tante calamità da cui era oppressa la povera Bobbio, era, che la Trebbia aveva distrutto il ponte fatto di nuovo negli anni passati,  Flumen Trebiae adeo rapidum, ut pontem de novo annis praeteritis erectum diremerit; e che non potevasi altrimenti mettere in comunicazione gli abitanti delle due rive, che col provvedere una nave per tragitto – nisi parando navem pro transigendo flumine. Peccato che il documento sia senza data e senza firma! Del resto da esso deriva che in mancanza di ponte la Trebbia si transitava per mezzo di una nave, meglio di una barca; e che il letto del fiume doveva essere molto profondo e ristretto per acquistare una rapidità tale (adeo rapidum) per asportare il ponte,e per essere capace a sostenere il peso della nave o barca. Si disse non constare se alla distruzione del ponte avvenuta ne 1452 siasi tosto riparato: e tale incertezza dura sino al principio del secolo. !° Per quest’epoca trovasi la citazione di tre documenti spettanti al nostro monastero di S. Colombano, che si devono trovare negli archivj di Stato di Torino – Col 1° in data 8 giugno 1509 a rog.° Buelli not.° Stefano, Antonio da Piacenza, abate del d.o  convento mutuava alla comunità bobbiese alcuni legni per la fabbrica del ponte. Col 2° datato successivo 13 giugno d.o  anno, e not.o , i deputati dalla comunità alla fabbrica del ponte dichiaravano al monastero aver ricevuto L. 60 imperiali per 100 moggia di calce come generosa offerta per la fabbrica medesima. Il 3° rog.° alli 11 luglio sempre d.o anno, e dal d.o not.o , è la quitanza del residuo elemosina promessa dai monaci; quitanza rolasciata da persone scelte per promuovere la fabbroca del ponte.Per la storia aggiungasi ancora che nell’adunanza consolare 22 marzo 1533, dopo essersi esposto che il ponte minacciava rovina, ed aveva già cominciato a cadere, si deliberava di chiedere ai monaci di S. Colombano le 200 moggia di calce, al pagamento delle quali si erano obbligate in seguito a convenzioni e che nell’adunaza del 12 giugno successivo si stabiliva di fare un argine, affinché la Trebbia non rovinasse la strada pubblica, alla quale era necessario praticare riparazioni.Dal 1533 la deficienza di documenti ci trasporta di botto alla fine del secolo 16°. Alli 23 aprile q590 radunatosi il nostro consiglio, ravvisando propizia la stagione per la fabbrica del ponte, si prendeva la deliberazione di metterla all’incanto in base ai capitoli fatti da mastro Ant.o Magnano da Parma. Il lavoro consisteva nella costruzione di due arconi al principio del ponte verso la città, e di altri due all’estremità opposta verso la Spessa.
Dalla Trebbia del 14 maggio 1905

Il ponte vecchio sulla Trebbia

Poscia il conferenziere passò in rassegna le vicende  del Ponte vecchio sulla Trebbia dal 1600 fino ai nostri giorni, e così:

  • Verso il 1611  cade l’arco massimo verso la Spessa; alli 16 giugno d.o anno si presenta in consiglio il sig. Nicelli Cristoforo, il quale si esibisce da farlo rifabbricare. Con atto del giorno dopo a rogito notai Flegara Gio Antonio e Bertolario Gio. Antonio si stabilivano i capitoli per la fabbrica, i quali erano ratificati dal Consiglio nel successivo 21. Alli 13 7bre 1612 il Nicelli dichiarava al consiglio di aver adempiuto all’assuntasi obbligazione; ma il pagamento del pattuito compenso non era deliberato che nel giorno 13 9bre d.o anno 1612.
  • Da un libro di memorie manoscritte dal prete D. Pietro Bocaccia esistente in archivio Vescovile – a fol.73 – si legge la seguente nota: 1655 adi 7 gennaio – Circa a tre Hore di notte cascò l’arca grande del ponte del fiume di Trebbia – Quando sia stata ricostruita non consta.
  • Lo Scarabelli nell’art. Bobbio inserito nel Dizionario Coragrafico Universale dell’Italia afferma che il nostro ponte fu rovinato da Carlo 2° di Spagna e lo ripete il Bertacchi nella Monografia di Bobbio: ma a qual fonte fu attinta la peregrina notizia’
  • Nel 1672 avendo il Consiglio ravvisato utile e necessario riparare il ponte, si chiama da Pavia l’Ing. Angelo Michele Saracchi, il quale propone i restauri nel rifare l’arca grande ed un altro arco al di qua del ponte, per impedire anche la corrosione che va facendo la Trebbia con pericolo grande della città, e distrurre gli ultimi due archi, che sono di qua al principio del ponte, e ridurli in un solo arco per dare maggior campo all’acqua di trovare l’esito ecc.
  • Piene nel 1° quarto del secolo 18° rendono inservibile la 6a e la 7a arcata, che vengono sepolte dall’improvviso rialzamento dell’alveo, e rovesciarono interamente la ottava; sicché il nostro ponte nel 1719 si riduce a solo 8 arcate servibili delle undici da cui era formato.
  • Nel 1759 si pagano dal comune L. 1109.6 al Vicesindaco Domenico Galluria importo spese per la costruzione di un arco nuovo, nel 1782 il comune subisce la spesa di altre L. 6416 per l’arcata al n. 8.
  • Nel 1814 rovina quest’ultima, ed è rinnovata nel 1818.
  • Nel 1847 alla travata costrutta sopra i due archi sepolti sostituivasi un arco solo di pietra.
  • Nel giorno 17 maggio ersi sperso in Bobbio la voce che una mano  di soldati tedeschi partiti da Piacenza, e percorrendo la riva destra della Trebbia s’indirizzava alla volta della città. Ad impedire il loro assalto si pensò di abbattere il ponte sulla Trebbia, allora fortunatamente gonfio d’acqua. Quindi dalla cattedrale si asportarono i banchi della Chiesa per fare barricate; e si praticarono sul ponte fori per minarlo, e farlo saltare in aria. Ma i tedeschi non vennero; e grande ventura fu la nostra, perché il ponte rimase in piedi.
  • Essendo alli 28 8bre 1889 caduto il ponte sulla Trebbia, regione S. Martino, dovette il vecchio servire per mezzo di tragitto alla strada nazionale Bobbio – Genova, e a tale scopo gli portarono alcune modificazioni.

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1925/07/26 – Agricoltura e polizia

2nd febbraio 2010

Da La Trebbia del 26 Luglio 1925

A Bobbio Nel Medio Evo

Togliamo e riassumiamo dalla benemerita consorella « L’ Agricoltura Bobbiese » un articolo storico dell’egregio concittadino I. Reposi, in fatto di Agricoltura. Sono gli statuti della Città di Bobbio, che risalgono al 1398, e che riguardano norme veramente savie e, per noi curiose in fatto di coltura dei campi, dei boschi e dei prati.
Sotto determinate pene c’erano, per esempio, colture obbligatorie per i proprietari e possessori di fondi – piantare ogni anno almeno 4 alberi domestici, sei vitigni di moscato, due di nocciole avellane, e due mandorli – e disciplinata la custodia quasi pubblica dei campi e dei vigneti per mezzo di campari o guardia campestri nominati ogni anno dal Consiglio comunale, ed erano pagato con vino e cereali e legumi; – proibita la caccia (De non eundo vineas ad cazandum) nei vigneti, così evitava l’occasione di danni ai raccolti e di litigi. Disposizioni speciali riguardavano a) la custodia del bosco del comune, per cui vi si proibivano dissodamenti, fornaci e scalvi di piante ecc. b) l’acqua del Bedo, che fu destinata non solo per l’irrigazione di orti e prati e campagne, ma anche per la cultura della canapa.
Anche il commercio aveva la sua disciplina: proibita per esempio l’introduzione del vino forestiero, ad eccezione del vino greco, e della vernaccia genovese (forse il vino delle Cinque Terre). Si vede che anche allora i nostri vini bastavano al bisogno degli abitanti.
E vi erano norme per i patti agrari per i contratti enfiteutici; norme per la confezione di certi prodotti, per l’esercizio di certe arti e mestieri; calmieri per merci e prestazioni d’opera; e nello stesso tempo obbligo di vendere merci e legumi nella piazza del Comune o della Chiesa maggiore, a cui bestiame minuto, pollame, uova, formaggio e simili generi dovevano essere portati.
Il bravo articolista I Reposi conclude ottimamente che in questo campo anche nella Bobbio del M. E. si trovano cose che parvero tramontate per sempre e sono invece riapparse da poco tra noi, giusta l’affermazione del poeta, « Multa renascentue quae jamcecidere».

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1910/01/30 – La visione di una cometa

2nd febbraio 2010

Da La Trebbia del 30 gennaio 1910

In direzione del Monte Teodolinda (Bosco del Comune) dalle 17,50 alle 18,15 è visibile anche ad occhio nudo la cometa di Halley di cui diedero comunicazione i diversi osservatori astronomici d’Europa.

Il nucleo è circa di un quarto di minuto. Vi sono indizi di coda in mezzo alla vivissima luce atmosferica.
Tra pochi giorni però quando la splendida cometa apparirà più alta in cielo, e la luce della luna sarà scemata, si potrà certamente assistere ad uno dei più belli spettacoli celesti.

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