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Basta un libro per riaccendere i ricordi

7th novembre 2017

Basta un libro per riaccendere e far rivivere i ricordi di guerra di un bambino

In cinque anni di guerra e di orrori le coscienze dei bambini subiscono traumi tremendi; da un mondo epico, basato sul coraggio, sull’eroismo, sul valore di un giuramento sono passati ad un mondo di inganni, di giuramenti violati, di ferocia, dove tutti si sono sentiti traditi e dove tutti volevano lottare per un unico ideale: l’onore dell’Italia.  

 

La lettura del libro di Armando Foppiani , “Ubriacarsi con l’acqua”, dove l’autore  manifesta la sua esperienza di vita vissuta durante la prima e la seconda guerra mondiale, mi ha riacceso i ricordi dei miei anni vissuti nel periodo 1940/ 1945, anni che trasformarono le mie certezze di gloria, di giustizia sociale , di civiltà in ecatombe di vite, di ingiustizie, di ferocia, tale da mutare le mie certezze , i miei ideali in cose barbare ed inumane.

Per poter capire i fatti bisogna analizzare le conseguenze lasciate dalla prima guerra che, seppur vinta, lasciarono nel paese una gran povertà con un inflazione che decurtava i salari. Da qui sfociò il biennio rosso (1919-1929) in cui si scatenarono una lunga serie di scioperi e di manifestazioni anche con le occupazioni di molte fabbriche. La situazione divenne tanto grave da far temere che sfociasse in una guerra civile visto anche l’allargarsi di questa protesta alla quale si erano uniti i contadini ed in particolare i braccianti del Centro-Nord.

In questo contesto gli agrari e gli industriali appoggiarono la nascita del fascismo che con la violenza delle sue milizie aveva portato l’organizzazione nelle fabbriche e nelle campagne ed aveva soffocato il movimento sindacale e le organizzazioni socialiste. Il nuovo regime fece approvare una riforma fiscale favorevole ai grossi capitali e una politica economica che permise agli industriali e agli agrari di aumentare i loro profitti a scapito dei salari degli operai.

Queste notizie non potevano essere alla portata di un bambino come me, plagiato dai continui comunicati fascisti trasmessi dagli auto parlanti delle scuole o dai vari motti che apparivamo sulle copertine dei quaderni scolastici e sui muri delle case; ricordo parecchi «Dio. Patria.Famiglia», «È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende»,«Roma ha dato la civiltà al mondo», «Vincere e vinceremo»,

«Credere,obbidire, combattere», «Il duce ha sempre ragione», «Libro e moschetto fascista perfetto» . Tutto appariva giusto e perfetto.

 

Mi ricordo benissimo la “dichiarazione di guerra” presentata il 10 giugno da Mussolini agli italiani « Combattimenti di terra, di mare, dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania. Ascoltate! Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili.  La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.» Un urlo di giubilo si alzò dalla folla oceanica che presenziava al discorso; scesi di corsa le scale di casa e corsi a portare la notizia a mio padre, felice come felici erano le persone presenti sulla strada. Mio padre mi gelò con un «se n’acorśaràn gràmi fiö!» che mi lasciò sgomento. Purtroppo capii presto cosa intendesse: un giovanotto che scherzava sempre con me quando era nel negozio di mio padre, partì come ufficiale per il militare e poco dopo la notizia si sparse per Bobbio «Enrico Uccelli l’è môrt masè».

Ciò nonostante ero felice di partecipare alle adunate del “sabato fascista”, ero orgoglioso di indossare la camicia nera anche se una volta mi presi un calcio nel sedere per non aver indossato le scarpe nere. Le scarpe marroni erano però le uniche che avevo e per fortuna non mi punirono più, forse lo avevano capito.

Nei primi anni di guerra tutto scorreva nella normalità, i giornali riportavano cronache rimbombanti di vittorie tedesche; Mussolini ci rassicurava con i suoi «Vincere e vinceremo» e anche se ci arrivavano notizie di caduti per la Patria bobbiesi non riuscivo ancora a comprendere l’enorme tragedia a cui andavamo incontro. I sabati fascisti continuavano con mia grande divertimento.

Nell’aprile del 1941 invadiamo con la Germania e l’Ungheria, la Bulgaria; la Yugoslavia si arrende il 17 aprire. La Germania e la Bulgaria invadono la Grecia, in appoggio alla nostre truppe e la resistenza della Grecia termina all’inizio del giugno 1941.

Nel giugno 1941 la Germania Nazista e gli alleati dell’Asse (ad eccezione della Bulgaria) invadono l’Unione Sovietica. La Finlandia – mirando ad essere risarcita per le perdite territoriali subite a seguito della Campagna d’Inverno e del successivo armistizio – si allea con le forze dell’Asse alla vigilia dell’invasione. Nel corso di settembre, la Germania conquista rapidamente gli Stati Baltici e, con l’aiuto della Finlandia, stringe d’assedio Leningrado (oggi San Pietroburgo). Nella zona centrale, all’inizio d’Agosto i Tedeschi conquistano Smolensk e muovono su Mosca nel mese d’ottobre. Nella parte meridionale, truppe tedesche e romene conquistano Kiev (Kyiv) in settembre e Rostov, sul fiume Don, nel novembre successivo.

Il 6 Dicembre 1941 una controffensiva sovietica costringe i Tedeschi, giunti alla periferia di Mosca, a una caotica ritirata.

7 Dicembre 1941 il Giappone bombarda Pearl Harbor.

8 Dicembre 1941 gli Stati Uniti dichiarano guerra al Giappone, che entra ufficialmente in guerra. Le truppe Giapponesi sbarcano nelle Filippine, nell’Indocina Francese (Vietnam, Laos e Cambogia) e a Singapore, allora sotto il dominio Britannico. Alla fine del 1942, l’occupazione di Filippine, Indocina e Singapore da parte del Giappone è completata.

11-13 Dicembre 1941 la Germania Nazista e gli alleati dell’Asse dichiarano guerra agli Stati Uniti.

30 Maggio 1942 – Maggio 1945 gli Inglesi bombardano Colonia, portando la guerra sul suolo tedesco per la prima volta. Nel corso dei successivi tre anni, i bombardamenti anglo-americani riducono molte città tedesche a un ammasso di macerie.

Nel giugno 1942 la flotta inglese e la flotta americana fermano l’avanzata delle navi giapponesi nel Pacifico centrale, alle isole Midway.

28 Giugno 1942 – Settembre 1942 la Germania e i paesi dell’Asse lanciano una nuova offensiva in Unione Sovietica. A metà Settembre, le truppe tedesche riescono a penetrare a Stalingrado (oggi Volgograd) sul fiume Volga, penetrando poi profondamente nel Caucaso, dopo essersi assicurati anche la penisola di Crimea.

Agosto – Novembre 1942 a Guadalcanal, nelle isole Salomone, le truppe statunitensi fermano l’avanzata del Giappone verso l’Australia – avanzata che i Giapponesi avevano attuato occupando isola dopo isola.

23-24 Ottobre 1942 le truppe inglesi sconfiggono i Tedeschi e gli Italiani ad El Alamein, in Egitto, costringendo le forze dell’Asse a una caotica ritirata attraverso la Libia e spingendole fino al confine orientale con la Tunisia.

8 Novembre 1942 truppe inglesi e statunitensi sbarcano in diversi punti lungo le spiagge dell’Algeria e del Marocco, nell’Africa Settentrionale Francese. Le truppe francesi di Vichy falliscono nel tentativo di fermare l’invasione, permettendo agli Alleati di raggiungere rapidamente il confine occidentale con la Tunisia; in risposta a tale fallimento, i Tedeschi occupano anche la Francia meridionale, l’11 novembre.

23 Novembre 1942 – 2 Febbraio 1943 le truppe sovietiche contrattaccano e sfondano le linee degli eserciti ungherese e rumeno a nordovest e a sudovest di Stalingrado, intrappolando così la Sesta Armata tedesca all’interno della città. Fermati dagli ordini di Hitler, i sopravvissuti della Sesta Armata non possono né ritirarsi, né tentare di rompere l’accerchiamento dei Sovietici e vengono, infine, costretti alla resa tra il 30 gennaio e il 2 febbraio 1943.

13 Maggio 1943 le forze dell’Asse presenti in Tunisia si arrendono agli Alleati, ponendo così termine alla Campagna del Nord Africa.

10 Luglio1943 truppe inglesi e statunitensi sbarcano in Sicilia. A metà agosto, l’isola è sotto il controllo alleato.

5 Luglio 1943 i Tedeschi lanciano una massiccia offensiva di carri armati nei pressi di Kursk, in Unione Sovietica. In una settimana, i soldati dell’Armata Rossa fermano l’attacco e danno inizio alla controffensiva.

25 Luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo destituisce Benito Mussolini, incaricando il Maresciallo Pietro Badoglio di formare un nuovo governo.

8 Settembre 1943 il governo Badoglio si arrende incondizionatamente agli Alleati. I Tedeschi assumono immediatamente il controllo di Roma e dell’Italia settentrionale e istituiscono uno stato fantoccio Fascista guidato da Mussolini, il quale era stato liberato il 12 settembre da un commando tedesco. Nacque così la Repubblica di Salò e già nel novembre dello stesso anno iniziò il reclutamento delle classi più giovani che unite ai reparti volontari sorti subito dopo l’8 settembre avrebbero dovuto costituire le avanguardie più animose delle forze combattenti. A capo dell’esercito Mussolini mise il Generale Rodolfo Graziani che occupò l’incarico di Ministro della Guerra nella costituita Repubblica Sociale Italiana fino al crollo finale del 1945.

L’8 settembre intanto causò, con l’armistizio firmato da Badoglio, una grande confusione nel nostro esercito che senza ordini precisi e per non rimanere in balia dell’esercito tedesco, si sbandò e molti soldati si diedero alla macchia andando così a rafforzare le formazioni partigiane.

Io allora avevo 8 anni, ero confuso da tutti questi avvenimenti e se da una parte capivo i militari italiani che fuggivano dalle caserme, dall’altra ammiravo il coraggio e la coerenza di quei ragazzi che aderirono alla Repubblica Sociale Italiana accettando l’arruolamento.

Capivo benissimo i primi perché si sono sentiti presi in giro dal regime che li aveva mandati allo sbaraglio con armi ormai superate risalenti alla 1a guerra mondiale e con un equipaggiamento inadeguato; Mussolini aveva bluffato credendo solo nella superiorità delle forza naziste. Un riconoscimento venne dagli alti comandi tedeschi,

quando si era ancora alleati, con una comunicazione in cui esprimevano questo giudizio « Gli italiani sono ottimi camerati e valorosi soldati, se avessero i nostri mezzi , potrebbero gareggiare con le nostre truppe. Ma la loro antiaerea risale alla guerra ’15-’18, i fucili si chiamano “modello ’91” perché risalgono al 1891 e i carri armati da 3 tonnellate sono semplicemente ridicoli. »

Durante la guerra noi ragazzi andavamo nella casa del fascio a sentire i bollettini “esaltanti” delle nostre vittorie militari, di sera però io sentivo con mio padre Radio Londra da una piccola trasmittente che tenevamo nascosta in un comodino; fu un supporto importante perché ci forniva notizie veritiere sul reale andamento del conflitto. Nel 1943, questa Radio, incominciò anche a tramettere messaggi misteriosi, in codice, come “La gallina ha fatto l’uovo”, “La mucca non dà latte”, “Le scarpe mi stanno strette”, “Felice non è felice” indirizzati alle formazioni partigiane dove venivano indicati spostamenti di unità, operazioni belliche, lanci di vivere e di armi.

A mio avviso, con le sue notizie sempre precise e veritiere, servì anche a far capire agli italiani le falsità e le nefandezze del regime fascista.

Servì anche al sottoscritto perché mi aprì gli occhi anche su certi fatti passati. Ad esempio se la raccolta del rame, del ferro, fatta nel 1940, riuscivo a capirla, perché serviva a raccogliere materiale per forgiare i nostri cannoni e le altre armi, non capivo invece la raccolta delle “vere nuziali” fatta nel 1936; l’oro lo avrebbero dovuto pretendere da coloro che apparecchiavano tavole lussuose con piatti e posate di quel metallo. Questo fatto lo ricordo perché l’anello nuziale che mia madre aveva donato alla Patria era l’unico gioiello della mia famiglia.

Dopo l’8 settembre gli avvenimenti che seguirono furono di una ferocia inaudita, tutti contro tutti: l’esercito tedesco, si venne a trovare all’improvviso in un territorio ostile, pieno di insidie, attacchi e attentati lo portarono a difendersi con ritorsioni vendicative verso i civili. La legge di guerra prevedeva che per ogni morte tedesca doveva corrispondere la fucilazione di dieci morti italiani. Di stragi ce ne furono tante, ma quella che mi restò impressa più di tutte è stata quella che portò alla fucilazione di 335 civili e militari italiani, trucidati a Roma il 24 marzo 1944; la causa fu un attentato portato a termine da 12 partigiani contro l’esercito tedesco che causò la morte di 33 soldati.

Questo eccidio poteva essere evitato se i 12 attentatori si fossero consegnati al comando tedesco, ma purtroppo non tutti sono eroi come eroe seppe essere il carabiniere Salvo D’Acquisto che per salvare un gruppo di civili, il 23 marzo 1943, si offerse come capro espiatorio: durante un rastrellamento una bomba aveva ucciso 2 soldati tedeschi e ferito altri.   

Una strage che mi sconvolse per il numero di morti fu quella di Marzabotto o più correttamente eccidio di Monte Sole, fu un insieme di atti criminali di una crudeltà inaudita compiuti nel territorio dei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, avvenuti durante l’estate e l’autunno 1944 che causò complessivamente   la morte di 955 persone compresi vecchi, donne e bambini.

Questa guerra non risparmiò proprio nessuno: un bambino non concepisce la crudeltà, i tradimenti, i voltafaccia. Gli ideali cavallereschi, l’onestà morale non dovrebbero mai essere dimenticati anche quando ci si ammazza.

In cinque anni di guerra e di orrori le coscienze dei bambini subiscono traumi tremendi; da un mondo epico, basato sul coraggio, sull’eroismo, sul valore di un giuramento sono passati ad un mondo di inganni, di giuramenti violati, di ferocia, dove tutti si sono sentiti traditi e dove tutti volevano lottare per un unico ideale: l’onore dell’Italia.  

In tutto questo periodo ho vissuto momenti di paura per i miei genitori, momenti di paura per un mio cugino Dante fatto prigioniero in Russia, momenti di paura  per gli altri cugini che si sono uniti ai partigiani: come fanno presto a cambiare i sentimenti e le idee quando sono implicati i tuoi cari!

Uno di questi miei cugini fuggito con i partigiani fu denunciato da suo padre, federale e convinto fascista, solo io, bambino, riuscivo a scusarlo, mentre la moglie non lo perdonò mai di questo gesto, nemmeno a guerra finita: quel padre denunciò il figlio per l’idea in cui credeva e per coerenza.

Premetto che io, come molti altri bambini di Bobbio, eravamo diventati veri esperti di polvere da sparo, di cartucce e diciamo anche di armi. Eravamo talmente esperti da riuscire a costruire rudimentali rivoltelle, usando un legno ricurvo sul quale veniva legato un bossolo di mitragliatrice dal quale veniva tolta la capsula di percussione; il buco lasciato dalla capsula serviva per inserirci una miccia di accensione che sarebbe servita a dar fuoco alle polveri che avrebbero sparato la pallottola. Funzionava, anche se qualcuno, meno attento, ci rimise qualche dito, talmente esperti tanto da conoscere gli effetti che poteva causare se ingoiata: infatti avevamo imparato che bastava mangiare due rombetti di polvere che si trovava nelle cartucce del fucile 91(0) in dotazione al nostro esercito, per farci venire immediatamente un febbrone da cavallo. Ma con la polvere da sparo abbiamo rischiato anche molto, come quando io, Malli e suo fratello Genio ci eravamo messi in testa di fare una girandola luminosa; trovata una pallottola di mitragliatrice sparata da un aereo, ne estrassi la polvere e dopo averla arrotolata in una pagina di quaderno la misi su un supporto di fil di ferro con la speranza che una volta accesa da un parte si mettesse a girare: il risultato? Un gran fiammata che ci fece rimanere abbagliati per parecchi minuti.    

Il materiale bellico era sempre a portata di mano, io me lo procuravo raccogliendolo in un lago della Trebbia. Il ponte di Barberino era stato bombardato e quindi per poter passare il fiume era stata costruita una passerella in legno. Una volta un camion di una colonna militare tedesca si rovesciò perdendo parte del sui carico: erano bombe a mano tedesche, e alcune casse di munizioni. Insomma ognuno sapeva a chi rivolgersi per procurarsene. La bomba più ricercata era una italiane la SRCM Mod.35, era pericolosa, ma meno devastante. Noi ragazzi, le bombe le usavamo per pescare nei laghi della Trebbia, ovviamente quando non c’erano tedeschi o miliziani. La mia preferita era una bomba a mano tedesca con un manico di legno che sulla cima portava la sicura, bastava tirarla e lanciare la bomba per farla scoppiare.

L’arrivo dei tedeschi a Bobbio portava sempre un fuggi fuggi tra le gente; appena avveniva annunciato l’arrivo di qualche colonna tedesca, temendo sempre possibili rappresaglie, i bobbiesi fuggivano sulle vicine colline; mi ricordo una volta che una signora che abitava nel “borgo”(1)era fuggita portandosi dietro 4 oche; eravamo arrivati in cima alla salita dell’Erta quando all’improvviso, come si fossero accordate, esse spiccarono il volo e ritornarono a casa, con grande sorpresa di noi tutti.

Quando fuggivamo ci si fermava intorno a Bobbio, disperdendosi nei vari casolari della campagna; utili erano anche i fienili, e lì restavamo ad osservare gli eventi: molte volte le case venivano date alle fiamme per ritorsione. Se nulla accadeva, alla spicciolata, si ritornava alle proprie case. Mi ricordo una volta che fuggiti frettolosamente, come sempre accadeva, mio padre si ricordò che in un cassetto del negozio, si era dimenticato un caricatore di “sten”(2)  e una fotografia  di un gruppo di partigiani; la cosa si presentava molto grave, tanto che incaricò mia mamma e il sottoscritto di tornare a  Bobbio a vedere se il negozio fosse stato aperto: in questo caso saremmo dovuti ritornare di corsa sui monti; così facemmo e visto il negozio ancora chiuso io e mia mamma entrammo a prelevare questi pericolosi oggetti; la fotografia la bruciò subito, mentre il caricatore se lo mise in seno per eliminarlo gettandolo nel gabinetto di casa.

Ci incamminammo quindi verso la nostra abitazione che era poco lontano e nella stessa via del negozio, tra un folto gruppo di militari tedeschi armati e arrivati sul portone di ingresso capimmo subito che la nostra casa era stata occupata; ci facemmo coraggio ed entrammo. Mia mamma, tenendomi per mano, spiegò la nostra presenza ad un ufficiale che si scusò della loro occupazione e garantendoci di lasciare la casa libera al nostro   ritorno, anzi rassicurandoci che nulla sarebbe successo a Bobbio; mia mamma chiese di poter andare in bagno e fu subito accontentata, con mio grande sollievo; io mi avvicinai alle bombe a mano che vedevo per terra quale possibilità di difesa in caso gli eventi si sviluppassero a nostro sfavore. Tutto andò nei migliori dei modi, anzi nel momento di congedarci l’ufficiale ci regalò un bel pezzo di grana: sapemmo poi che quel formaggio apparteneva al nostro vicino di casa che lo teneva nascosto sotto il letto.      

 

LA REPUBBLICA DI BOBBIO

Radio Londra annunciò «Bobbio, la prima città del Nord Italia è liberata».

Dopo la liberazione dei partigiani nasce la repubblica che liberatasi dall’occupazione nazifascista si diede un suo governo e il 1° agosto si elegge come sindaco-Commissario il prof. Bruno Pasquali e come Vice il dott. Mario Reposi. I primi provvedimenti presi furono quelli di definire un nuovo assetto amministrativo, da parte dello stesso comando partigiano; per amministrare la “Repubblica” vennero scelti abitanti del luogo non compromessi col regime fascista e che, allo stesso tempo, riscuotessero la stima del resto della popolazione.

Questi si occuparono poi del problema delle requisizioni e della politica alimentare in generale: si decretò un prezzo d’ammasso del grano superiore a quello della Rsi, un calmiere sul pane di £. 5 al chilogrammo, la distribuzione di frumento o farina alle famiglie più indigenti, i permessi di macellazione e venne creato un listino prezzi per la carne, il latte, ecc. La “Repubblica” era logisticamente indipendente dal punto di vista alimentare, sanitario e militare. A Bobbio funzionava anche un efficientissimo ospedale sia per i partigiani che per la popolazione e una officina per la riparazione delle armi. Sono presenti anche due tipografie dove si stampano i fogli partigiani Il Grido del Popolo, della Divisione GL Piacenza di Fausto Cossu, Il Partigiano, della divisione garibaldina “Cichero” del comandante Aldo Castaldi “Bisagno” (Garibaldini liguri) e di quella dell’Oltrepò pavese (“Il Garibaldino”).

In questo breve periodo noi ragazzi ci sentivamo anche più liberi di effettuare i nostri giochi “bellici”, si poteva andare a pescare nei laghi usando le bombe a mano: la pesca era sempre abbondante. Anch’io volli usare le mie armi ed andando a Barbarino da mio cugino Giacomo, un ragazzi di 16 anni, ci recammo nella nostra polveriera personale: sapevamo che in fondo al lago avremmo trovato due bellissime, luccicanti, tonde bombe anticarro tedesche; nascoste in uno zaino me le portai a casa e le nascosi nella mia cantina, sotto le fascine. Il giorno dopo all’imbrunire decisi di andare a pescare con queste due bombe nel lago sotto il ponte Gobbo, percorsi tutto il ponte, presi la prima bomba, strappai le sicura e la lanciai ….. non successe niente, deluso presi l’altra bomba e la lanciai nuovamente nel lago sottostante, sentii tremare l’arcata del ponte e una colonna d’acqua si alzò sopra la mia testa; dalla paura non guadai nemmeno il fiume e me la diedi a gambe levate e per fuggire alla curiosità della gente che si stava radunando in “pôrta Gàsa”, per ritornare a casa feci il giro dei “due ponti”.

La Repubblica di Bobbio durò dal 1 agosto 27 per giorni se la consideriamo fondata dalla nomina del commissario.         

                

I MONGOLI A BOBBIO

Il 27 agosto 1944, dopo la battaglia del Penice, la colonna nazifascista occupa Bobbio dove interrompe così il governo dell’autoproclamata Repubblica che ebbe la durata di soli 52 giorni, dal 7 luglio al 27 agosto. Questa colonna era composta dalla Divisione Turkestan, ben armata ed equipaggiata anche con armi pesanti, ma quello che impressionava noi ragazzi erano i cavalli da tiro che usavano: erano altissimi, mastodontici.  La colonna mongola era stata preceduta dalla fama di atti violenti specialmente contro le donne, di razzie di animali e ruberie varie. Di questi soldati mi ricordo i loro visi strani, i diversi lineamenti, direi brutti da vedere, il ché peggiorava la paura che noi avevamo di loro. Ricordo come venivano ammazzate le oche prima di spiumarle: appoggiavano il collo su di un ceppo e le decapitavano con una baionetta. Un altro fatto di ruberia successe a una donna di Piancasale: la signora scesa al mercato del sabato, sulla piazzetta di S. Lorenzo vide alcune pecore che erano state rubate; una di queste, belando le si avvicinò, fu subito riconosciuta dalla padrona che corse a denunciare il fatto ai carabinieri che andando sul posto dissero alla donna di chiamare la povera pecora che subito usci dal gruppo avvicinandosi alla proprietaria.  

PIPPO  o ORFANELLO  

Pippo era il nome con cui venivano popolarmente chiamati, nelle fasi finali della seconda guerra mondiale, gli aerei da caccia notturna che compivano solitarie incursioni nel nord Italia. Noi pensavamo che fossero aerei di ricognizione tedeschi che giravano per far rispettare l’oscuramento(3), cioè l’ordine di non far uscire la luce all’esterno delle abitazioni. Questo per nascondere possibili obiettivi ai bombardieri nemici: infatti in casa di sera dovevamo mettere una coperta alle finestre dove tenevamo la luce accesa; anche le strade cittadine non avevano illuminazione ed era quindi difficile uscire di notte sia perché esisteva il coprifuoco e sia perché si rischiava, come in effetti era successo, di andare a sbattere la fronte contro qualche pilastro.

All’imbrunire si tendeva l’orecchio per sentire l’arrivo di questo aereo, era un rumore ormai talmente noto da riconoscerlo immediatamente, mi ricordo che al suo passaggio tenevo il respiro fino a quando lo sentivo allontanarsi. Un brutto giorno, era il 21 agosto del 1944, ci giunse la notizia che Vesimo, un piccolo paesino delle nostre montagne, era stato bombardato da questo aereo. Era la festa del patrono, San Bernardo: i giovani del paese all’imbrunire si erano riuniti in uno spiazzo ai margini del paese.   Le luci a carburo illuminavano la “balera” e quando giunse il rumore dei motori del bombardiere non ci fu più tempo per fuggire, le bombe caddero precise e 32 giovani persono la vita: in paese due morti per famiglia. Solamente, a fine guerra venimmo a sapere che l’aereo era inglese. Era DH.98 Moschito (zanzara in inglese), un monoplano e bimotore realizzato dall’azienda britannica de Havilland Aircraft Company sul finire degli anni trenta.

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GLI ULTIMI MESI DI GUERRA

 

Settembre-ottobre 1944: il Movimento di Liberazione riprende vigore e ricominciano le azioni di disturbo ai danni degli occupanti. Mi ricordo che i partigiani appostati sulle alture dell’Erta si divertivano a sparare sul castello di Bobbio dove si era sistemato il comando nazifascista. I bobbiesi, ormai abituati a questi attacchi da lontano, camminavano imperterriti per le vie del paese: si sentivano gli spari, che noi ragazzi chiamavamo “tac-pum”, così era il suono.   

22 ottobre 1944: seconda liberazione di Bobbio, che viene nuovamente liberata da un battaglione formato, in preponderanza, da ex alpini della “Monterosa” passati tra le file partigiane; si ricostituisce così la “zona libera” del luglio-agosto con in più la località di Varzi. A proposito della “Monterosa” aveva un deposito di coperte e vestiario in via Garibaldi, di fronte al negozio di mio padre; molti di questi alpini erano clienti del nostro negozio. Mi ricordo che mio padre mi spiegava che molti di essi, per fuggire con i partigiani e non rischiare di essere dichiarati disertori, si facevano fare prigionieri quando andavano a ritirare la farina dal mugnaio di San Martino. Molti fuggirono in questo modo.

Il 23 novembre 1944 si ha un ennesimo rastrellamento da parte dei tedeschi che si concluderà solo nel gennaio 1945 e il 28 novembre 1944 Bobbio viene rioccupata dai tedeschi, ma nel gennaio le forze nazifasciste lasciano la zona in mano a pochi presidi fascisti.

Il 30 novembre 1944 venni a sapere da mio padre che l’indomani i partigiani avrebbero attaccato Bobbio: contattai subito i miei amici, Pietrino e Malli (4), per decidere il da farsi visto che il giorno dopo sarebbe stato pericoloso uscire e, dopo una lunga discussione, visto che i partigiani avrebbero attaccato dalla Trebbia, abbiamo deciso di andare sul greto per erigere delle piccole trincee di sassi; così facemmo, pensando che sarebbero servite. Il giorno dopo Bobbio fu attaccata, ma purtroppo l’attacco fu respinto e i partigiani lasciarono sul campo un morto e altri due feriti che vennero portati a Brugnello dove morirono poco dopo.       

Il 4 marzo 1945 i partigiani attaccarono i fascisti e liberarono per la terza e ultima volta Bobbio. Si sentiva ormai la vicinanza della fine della guerra

Il 7 marzo 1945 le truppe americane attraversarono il Reno e il 16 aprile i sovietici lanciano l’offensiva finale su Berlino

Il 30 aprile 1945 Hitler si sucida e il 9 maggio la Germania si arrese ai sovietici.

Il 6 agosto 1945 Gli Stati Uniti sganciarono la prima bomba atomica su Hiroshima.

il 14 agosto, il Giappone si arrese formalmente anche se solo il 2 settembre firmò la resa incondizionata, ponendo così fine alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Le conseguenze della guerra si leggono sul monumento ai caduti: 25 morti e 16 dispersi, oltre ai tantissimi invalidi, purtroppo non segnalati.

 

NOTE

0 Il Carcano Mod. 91 è stato un fucile a otturatore girevole-scorrevole adottato dal Regio Esercito italiano dal 1891 al 1945.

1 il borgo di Bobbio si estende fuori dalle mura lungo il fiume.

2 Lo Sten è un mitra a canna corta, che è stata in passato in dotazione ad eserciti di molti paesi, con un caricatore laterale da 32 colpi e un elementare calcio in acciaio.

3 Il coprifuoco è un ordine imposto solitamente dalle autorità   statali o militari a tutti i civili e a tutti coloro che non hanno un determinato permesso rilasciato dalle autorità,       consistente nell’obbligo di restare nelle proprie abitazioni durante le ore notturne, eventualmente anche spegnendo ogni tipo di luce.

4 Pietro Mozzi e Mario Zerbarini

5 Armando Foppiani nasce a Bobbio allora in Provincia di Pavia oggi di Piacenza il 7 luglio 1900 e muore a Roma il 15 gennaio 1960. Compie studi liceali ed universitari a Pavia, ma nel 1924 si laurea fuoricorso in Giurisprudenza a Genova, perché deve abbandonare Bobbio dopo una rissa con fascisti locali favorevoli al trasferimento del Comune di Bobbio sotto Piacenza.

Quando termina la 1.Guerra Mondiale è A.U. A Torino all’Accademia di Artiglieria e Genio e il 15 novembre 1919 ottiene il congedo quale Sottotenente del Genio. Nel 1920 è Volontario in Albania fino al definitivo ritiro delle Truppe italiane del 28 luglio e dopo è di guarnigione a Trieste e Pola dove soccorre Legionari Fiumani in difficoltà quando il 24 dicembre le Truppe del regio Enrico Caviglia attaccano Fiume e durante il “Natale di sangue” dal quale D’Annunzio esce sconfitto.

Nel 1928 si iscrive al PNF ed, essendo stato gratificato del brevetto Legionario Fiumano, ottiene la qualifica di Squadrista. Nel 1929 trova occupazione nelle Officine Galileo di Campi Bisenzio (FI).

Il 26 luglio 1943 lo coglie nella sua abitazione fiorentina e considera la data “il giorno della viltà ufficiale”. Abbandona per il Veneto la città e il posto di lavoro dove è subito platealmente sottoposte a minacce alla pari di tutti i Dirigente . Torna a Firenze il 13 settembre 1943 dopo lo sfascio militare e a fine mese accetto l’offerta di Pavolini di dirigere la locale Unione Industrtali e nel febbraio quella di Vice Commissario, con sede a Bergamo, della Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti – C.G.L.T.A. costituita con Decreto Legislativo n.853 del 20 dicembre 1943 su proposta del Segretario PFR, Decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale soltanto il 2 febbraio 1944 e poi modificato. La nomina resta sospesa per cinque mesi e poi ignorata. L’Ordinamento sindacale viene varato con Decreto n.3 del18 gennaio 1945 (G.U. n.21 del 26 gennaio 1945), in sostituzione del Commissario Ernesto Marchiandi, con la nomina di Enrico Margara e di due nuovi Vice Commissari. Ma intanto dal 27 luglio 1944 gli viene affidato il SAI e come il suo predecessore Marcello Vaccari è anche Delegato della Croce Rossa della RSI in Germania.

Nel suo libro UBRIACARSI CON L’ACQUA (1949) scrive “Ritenni che la miglior cosa da farsi fosse quella di intensificare al massimo l’assistenza e nello stesso tempo di spogliarla di ogni etichetta, fino a renderla anonima …feci in modo che le mie visite ai campi di internamento passassero inosservate. Un Ufficiale Medico (dell’Università di Milano) mi scrisse una lettera di questo tenore: Ho appreso per caso il suo nome. Non le chiedo nulla, non mi dolgo di nulla, non spero in nulla. Lo invitai a scrivermi subito un’altra lettera per sfogarsi. Venne la risposta: Dopo un anno sento per la prima volta nella sua lettera la voce della Patria. Un mattino capitò in ufficio un Sottotenente degli Alpini a chiedere indumenti (lavorava con una dozzina di colleghi in una città della Germania centrale). Era ostile, rabbioso e non si curò affatto di nasconderlo. Lo tenni con me oltre un’ora; nel congedarsi salutò militarmente con un secco colpo di tacchi. Lo accompagnai in silenzio fino alla porta e lì, quasi senza accorgermene, gli passai una mano sulla guancia. Era la carezza dell’uomo maturo al ragazzo che fa i capricci (ma non seguì alcuna parola buona)… Quindi gironi dopo ricevetti una lettera piena d’affetto …mi ringraziava di avergli insegnato che talvolta gli uomini si vogliono male per paura di volersi bene.”

 

Da “Fondazione RS Istituto Storico

 

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La Storia di Bobbio e delle famiglie bobbiesi di Giorgio Fiori

4th luglio 2017

Una considerazione per non mutare la nostra storia  

Un libro pieno di dimenticanze e auto incensamento

Ho tergiversato parecchio tempo prima di scrivere questa mia constatazione riguardante   i personaggi illustri di Bobbio elencati sul succitato libro. Già l’idea di volere elencare quelli viventi senza farli passare e sottoporli al giudizio della storia mi è sembrato alquanto bizzarra e strana, infatti è sembrata un elenco di persone simpatiche allo scrittore e null’altro, lasciando così gli altri personaggi ancora viventi in quello degli antipatici.

Giorgio Fiori si è dimenticato di molti personaggi altrettanto illustri: tra quelli scomparsi mancano il giudice Antonio Bellocchio con sentenze diventate poi guida per altri; il cancelliere Pietro Mozzi , poeta bobbiese  morto nel 1933, il suo omonimo nipote avvocato Pietro  molto amato dai bobbiesi e morto nel 2010; Italo Della Cella, ricordato in una lapide all’ingresso della casa comunale  e don Guido Migliavacca direttore per tanti anni de La Trebbia e scrittore. Va ricordato anche il prof. Enrico Mandelli che ha al suo attivo diverse pubblicazioni e uno studio sul nostro dialetto e il maestro e giornalista Gino Macellari  corrispondente della Liberà di Piacenza. Ma la mancanza che si nota di più e che stride è quella di Michele Tosi, studioso con diverse pubblicazioni che nel contesto nazionale ed internazionale era ritenuto a ragione uno dei più profondi ed attenti studiosi della storia medioevale e di San Colombano; archivista e paleografo di gran fama, fondò la rivista Archivum Bobiense, su cui sono apparsi approfonditi studi di eminenti studiosi italiani e stranieri e sulle grandi figure del monachesimo medioevale. Anche i maestri Antonio Lombardi e Luciano Bergamaschi vanno ricordati perché hanno saputo mantenere viva la tradizione del teatro dialettale bobbiese, come fa attualmente Alpegiani con la Familia Biubieiza. Ma come si può non apprezzare l’opera del Cav. Ludovico che per anni, con il suo caseificio, ha portato lavoro in tutta la vallata?

 

Tra le persone illustri viventi balza subito all’occhio la mancanza nell’elenco del giudice Costanzo Malchiodi che fu tra l’altro capo del GIP di Torino, dei cattedratici Flavio Nuvolone e Mario Pampanin, del dottore e naturalista Piero Mozzi, uno degli autori più venduti in Italia e conosciutissimo; dello scrittore Pier Luigi Troglio, delle giornaliste Irene  ed  Elisa Malacalza, nonché Patrizia Marchi, della scrittrice Violetta Bellocchio autrice di romanzi con  tiratura di gran lunga superiore a quella dell’invece citato padre Alberto,  della dimenticanza dell’avvocato Mario Mozzi e di Cristina Capra, del puntiglioso ricercatore Giovanni Magistretti, tra l’altro scopritore del percorso dell’antica strada degli Abati? Andrebbero inoltre ricordati il finanziere Vittorio Malacalza e l’imprenditore Marco Labirio che si preoccupa di portare lavoro nella nostra valle. Va ricordato anche il bravissimo giocatore Albino Cella e con tutto questo rimango certo che anch’io avrò dimenticato qualcuno.

Il titolo dell’opera però trae in inganno: le famiglie di Bobbio non sono solo quelle nobili ma ce ne sono molte di più; basta guardarsi intorno per vedere quanta altra bella gente c’è!  

Nel libro si parla giustamente di toponomastica e qui trovo disdicevoli le critiche che vengono fatte a Tosi, deceduto nel 1995, questione di buon gusto e sensibilità, ma di una cosa sono convinto che Tosi avesse ragione a collegare la parola dialettale “gadan” alla famiglia de Gadani, proprietaria di terre dalle parti di Lagobisione.  

Bisogna tener presente che anche nelle parole dialettali si scopre la nostra storia, il passaggio delle varie popolazioni sul nostri territori hanno lasciato una traccia indelebile. A scombussolare le carte sono stati i cartografi e gli storici poco attenti alla cultura locale. Esempi ne abbiamo moltissimi, vedi Cerpiano nato dalla parola dialettale «ens ar piàn», Sarmase « ens ar mèz»; Scorte  «ens curt» dimenticando che «curt» è la «curtis» medioevale nota istituzione territoriale amministrativa e il «mèz» era un’unità fondiaria alto-medioevale , questi alcuni esempi di errori.  

Anche Ceci deriverebbe da una storpiatura del vecchio nome «Ceuce» che appare sui vecchi documenti, infatti, leggendolo alla francese si pronuncia Seus  e in dieletto «Sös»; un altro vocabolo con l’influenza francese e che indica una nostra località è «Squera»   che non è altro della traduzione in francese della parola dialettale «schèra» (scala); a conferma di questo è il fatto che la continuazione di questo sentiero che porta alla vetta del Penice viene denominato «e scarèt»: è la parte che inizia da Santa Maria e che si inerpica verso il santuario.  

 

E veniamo alle vie di Bobbio, premettendo che non è mai il popolo a sbagliare i nomi perché il dialetto può evolversi, ma non viene mai storpiato; gli errori nascono quando si dimentica o quando non si vuole considerare la storia racchiusa nella nostra parlata. Infatti «u rì müt» lo hanno fatto diventare “romito”, che è uno stravolgimento radicale. La commissione comunale per la toponomastica ci ha regalato “un romito, un eremita”, quando noi credevamo di doverci accontentare di un «rio muto», inoltre “a strèta di Parvé” è stato denominato vicolo dei Peveri, quando a nostro avviso, il nome deriverebbe dalla parola francese “Parvis” che significa sagrato, via che porta al sagrato, alle case che erano proprietà della chiesa di San Colombano. Questa parola avrebbe dato origine a Parvé  da cui la penultima denominazione «vicolo dei Parvieri».

Tutto questo la commissione comunale di toponomastica avrebbe dovuto saperlo…

A volte per risolvere i problemi di Bobbio si interpellano persone che bobbiesi non sono e che non conoscono la nostra storia.

Molte volte non sono solo i documenti scritti ad insegnare la storia di un popolo, la vera storia è quella vissuta giorno per giorno e basterebbe guardarci attorno e ascoltare con umiltà e chiedendosi sempre il perché dei vari nomi. Molte volte il vernacolo docet!

 

Uno dei tanti sedicenti studiosi bobbiesi  Gigi Pasquali

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Unione Sportiva Bobbiese: fino ai 100 anni

7th ottobre 2013

Foto, incontri e risultati: libro-almanacco per i cento anni della Bobbiese Calcio.

La pubblicazione è stata curata da Luigi Pasquali e Paolo Mozzi

BOBBIO – E’ stato presentato in questi giorni, nella sala conferenze del Centro culturale di Bobbio, il libro della storia dei 100 anni della Bobbiese calcio, a cura di Luigi Pasquali e Paolo Mozzi. Erano presenti il presidente della società, Massimiliano Scabini, l’assessore allo sport Valerio Fischetti, Roberto Pasquali assessore ed ex presidente della società, giocatori, allenatori e collaboratori, assente, Gigi Pasquali, l’artefice del volume.

La copertina del nuovo libro

La copertina del nuovo libro

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La nuova grammatica bobbiese

30th novembre 2009

grammatica

Questa grammatica è nata dalla necessità di evidenziare nel “Vocabolario del Dialetto Bobbiese tutte le possibili regole esistenti nella nostra parlata. Utilizzando lo schema adoperato dalle maggiori opere sull’argomento sono riuscito ad analizzare ed approfondire tutti gli aspetti del dialetto anche se, molte volte, mi sono trovato nell’impossibilità di risolvere alcuni problemi.

Il Dialetto bobbiese è senza regole: quando si crede di averne individuata una, subito una frase la smentisce. Il fatto è che si basa su delle consuetudini fissate nel tempo, le fa regole, ma queste sono nate dalla fantasia basata sulla armonia della parlata che, come musica, diventa uno spartito di note fisse senza alcuna variazione.

L’importante è stato entrare in queste consuetudini, capirne i suoni e trascriverle con umiltà, fissandole e mettendole a disposizione di tutti gli studiosi che, in futuro, vorranno nuovamente affrontare lo studio di questo dialetto e con esso la storia subita dalla nostra Città.

Un ringraziamento vada all’amica Anna Manfredi che, con la sua pazienza e la padronanza del nostro linguaggio mi ha permesso di analizzare certi gruppi discorsivi e con la sua competenza mi ha potuto, da subito, dare la convinzione che questo mio lavoro, serio ed approfondito, sarebbe riuscito nel modo migliore ed essere convincente

Gigi Pasquali

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Lettra di apprezzamento

27th novembre 2008

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Nasce una nuova categoria

1st ottobre 2007

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Abbiamo deciso di iniziare una raccolta di articoli riguardante i libri che trattano della nostra città e della nostra storia. In questa categoria pubblicheremo i titoli di libri che si interessano della nostra cultura e del nostro territorio.

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Cento anni di storia bobbiese

1st ottobre 2007

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 Questo libro ripropone decine di articoli di ieri e di oggi apparsi lungo i cento anni del settimanale "La Trebbia": cronache di avvenimenti grandi e piccoli, che hanno segnato la vita della nostra città. In una forma molto piana e chiara per tutti risuonano accorati motivi di una storia antica in cui i grandi personaggi come Annibale, San Colombano, Sant'Antonio Gianelli, Vescovi e Re convivono con gli uomini e le donne del nostro tempo.

 

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Il vocabolario del dialetto Bobbiese

18th settembre 2007

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ritaglio La Cronaca
Articolo apparso su "La cronaca" l'11 settembre 20007. In alto a sinistra, il professore Angelo Stella, a destra uno degli autori, Gigi Pasquali 

Il Vocabolario del Dialetto Bobbiese è ormai una realtà e l’8 settembre è stato presentato alla popolazione nell’uditorio comunale. La presenza di molte persone, ma soprattutto la presentazione fatta dal Prof. Angelo Stella docente di storia della lingua italiana dell’Università di Pavia e illustre componente dell’Accademia della Crusca hanno gratificato e legittimato il lungo lavoro degli autori. Questi, Gigi Pasquali e Mario Zerbarini, hanno così completato quel progetto che, nell’ambito della Sezione Arte e Cultura da loro fondata nel sodalizio della Famiglia Bubièiza, prevedeva lo studio e l’approfondimento della nostra parlata.

Già nel 1995 avevano ottenuto dal prof. Enrico Mandelli, studioso indiscusso ed interprete dell’anima di Bobbio e delle sue tradizioni, il primo studio sul nostro dialetto. Il Dialetto Bobbiese «non è una vera grammatica organica, scientifica è soltanto una raccolta di spunti grammaticali suggeriti a coloro che volessero dedicarsi allo studio di un argomento oggi abbastanza di moda “le radici” di un modo di parlare, per vedere un poco più a fondo nella storia di una gente, che attraverso quel “parlare” esprime i suoi sentimenti, la sua cultura, la sua vita» così le parole del Professore nella sua introduzione.

Gli autori del vocabolario hanno allora raccolto l’invito e con modestia, pazienza e tanta buona volontà, hanno voluto fissare nel tempo quel modo di esprimersi “unico, libero, senza regole” basato solo sulle consuetudini, talvolta contraddittorie, che si sono stabilite come regole nel tempo.

Il vocabolario raccoglie circa 9000 vocaboli e questi aiutano, quasi con affetto, a percorrere quella strada che la Storia ha scolpito attraverso moltissime generazioni. Certe parole emergono da un passato lontano, da eventi paurosi, ma anche da momenti di vita quotidiana. Attrezzi, cose, stati d’animo, paure,  rimaste oggi solamente come parole ma che indicano chiaramente l’evolversi degli eventi, il passare del tempo.

La raccolta dei vocaboli è avvenuta  con l’aiuto di collaboratori che vantano le loro origini derivanti da diverse generazioni presenti nella nostra Città, ma anche ascoltando attentamente il parlare della gente.

Un’opera che merita rispetto visto che è costata agli autori otto anni di impegnativo lavoro, di studio e di continue verifiche. Il “Vocabolario” come “Il Dialetto Bobbiese” del prof. Enrico Mandelli resteranno come pietre miliari per lo studio della nostra parlata e saranno tenute sicuramente come punti di riferimento per tutti quelli che in futuro vorranno portare avanti questo discorso. 

La sala gremita:

Al centro la dottoressa Monica Tassi Sulla destra il sindaco Roberto Pasquali

L'autore Gigi Pasquali ringrazia i presenti:

L’autore Gigi Pasquali ringrazia i presenti

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Unione Sportiva Bobbiese – novant’anni di storia

6th maggio 2006

 

U.S.B

 

 Ai   lettori   

 

È con gran soddisfazione che dopo due anni d’intense ricerche e di lavoro, abbiamo portato a termine la raccolta della documentazione esistente riguardante l’Unione Sportiva Bobbiese.

Le ricerche sono state effettuate sul nostro settimanale bobbiese «La Trebbia», sul quotidiano della provincia «Libertà» e ci siamo basati anche su alcuni appunti, avuti dal giornalista Gino Macellari, per quanto riguarda i primi anni del sodalizio e dal prof. Mario Bonini per gli anni che vanno dal 1940 ai primi mesi del 1950.
Questo libro documentale, che riporta tutte le cronache ritrovate delle partite dei vari campionati a cui l’U.S.B. ha partecipato, dagli anni 1946 fino al 2002, ininterrottamente, vuole essere “un riconoscimento” di gratitudine, rivolto a quei bobbiesi, che nel lontano 1912, sentirono e capirono la necessità di promuovere lo sport nella nostra città a favore dei giovani, ma vuole anche ricordare tutte quelle persone che, nel tempo si sono succedute ed impegnate a sostenere questa Società, che tanti meriti ha avuto verso la nostra gioventù, sapendola educare nel fisico e nello spirito e che è ormai diventata patrimonio di tutti i cittadini bobbiesi. Queste persone si potranno conoscere leggendo le varie cronache, ma anche osservando la ricca documentazione fotografica; le fotografie mostrano gli atleti che hanno giocato nella nostra squadra, ma mostrano altresì coloro che si sono adoperati al fine che ra Spurtiva esistesse.   
Bobbio, senza la «sportiva», non sarebbe più lo stesso e anche la squadra di calcio ha contribuito, non poco, a far conoscere il nome della nostra Città.
Nello scrivere questo libro, man mano che gli anni si riempivano delle cronache ritrovate, ci siamo accorti che oltre ad essere una documentazione sportiva, poteva servire ad un’attenta analisi di come si scriveva nei vari periodi. Il linguaggio variava con il cambiare dei tempi e delle situazioni sociali. Analizzando, sotto quest’aspetto, le cronache, ci si può anche divertire a scoprire l’enfasi del tifoso che, con tutta la buona volontà, non riusciva, nel descrivere una partita, ad essere imparziale: nella maggioranza dei casi l’arbitraggio era ottimo quando la squadra del cuore vinceva, la sconfitta era per lo più colpa di sfortuna; ma in generale le squadre, anche se perdevano, erano sempre viste «in ripresa». Insomma sono cronache fatte da un tifoso per i tifosi.          
Un altro aspetto che merita di essere considerato è quello di ritrovare, in cronache ormai lontane, i vecchi e distinti signori di oggi, in veste di giovani atleti e magari saperli attori di furibonde zuffe per le solite lotte campanilistiche che in quei lontani tempi facevano addirittura parte di una cultura. Chi non ricorda i furibondi scontri tra Bobbio e Varzi, oppure gli scontri che avvenivano con determinate squadre di pianura che poi immancabilmente erano ricambiati quando arrivavano a Bobbio! Resta famoso l’episodio di un arbitro che assediato nell’albergo “Barone” era poi condotto in salvo dai Carabinieri con pistola in mano. Insomma era sport, ma era sempre presente la possibilità che degenerasse. Tutte queste cose non venivano riportate sui   giornali, al massimo lo si intuiva quando, leggendo la cronaca di una partita, si leggeva « partita sospesa per invasione di campo». 
 Sentiamo il dovere di ringraziare Francesco Bellocchio che, grazie alla sua eccezionale memoria, ci ha permesso di riconoscere molte persone, ormai lontane nel tempo.     Ringraziamo anche tutti coloro che, rovistando nei vecchi canterani, ci hanno fornito il materiale necessario per documentare questi avvenimenti sportivi, ma un particolare grazie va a quelle persone che, fidandosi sulla parola, con la loro prenotazione ci hanno sostenuto sia moralmente sia finanziariamente ed in particolar modo il presidente Mauro Labirio che ha capito l’importanza di questo lavoro per la nostra città e che ha operato in modo che questo libro venisse dato alle stampe.
Un ringraziamento particolare anche ad Ettore Zerbarini, per l’attenzione e la pignoleria con cui ha curato questa pubblicazione di ben 1216 pagine, illustrata con 182 fotografie d’epoca : un bel lavoro che oltre a far onore alla nostra città rende merito alla serietà delle Artigrafiche Bobiensi. 

 

                        Gigi Pasquali, Paolo Mozzi e Lucio Respiggi

 

 

 

 

P.S. : tutte le fotografie che appaiono sul libro potranno essere riprodotto su richiesta da Artigrafiche Bobiensi

 

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