Il notiziario Bobbiese

Notizie dalla città di Bobbio

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Archive for maggio, 2006

Barche

30th maggio 2006

dialetto e bèrch – è barche – Frazione del Comune di Coli. Per voce uguale l’Olivieri nel suo Dizionario T. Lombardo, scrive: «Forse possono riferirsi a un it. "Barca", ma poiché il veneto la "barchessa" uguale a "tettoia"» non pare inammissibile un femminile di "barco". E alla voce "Barghe" «sarà forse la voce alpina "Barga" (capanna); onde il cuneese "barge" uguale fienile. Il bobbiese la "bèrca" uguale a più graticci di canne sovrapposti a distanza per l’allevamento dei bachi da seta. Nell’archivio vescovile (carta P4B) all’anno 1350 circa si trova "terra ad Baregum" corrispondente all’attuale casa isolata e terreni posta a poche centinaia di metri da Bobbio e denominata "Bargo". La voce storica ci fa pensare a un "Baricum o Barica" da cui l’italiano "barca". La voce basso latina sembra derivare dal greco uguale come barca, zattera, ma posteriormente: grande casa, isola, terra (vedi Dizionario manuale Greco-italiano di G.Müller – Torino 1921).

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Ascona

30th maggio 2006

dialetto scù(n)a – Frazione del Comune di S.Stefano d’Aveto. Nel C.D.B. trovasi 862 – 883 In Comorga et Scaona cella in Honore S.Georgii. Il toponimo Comorga non sono più stato capace di rintracciarlo, non compare più nell’abbreviatio del sec. X dove s’incontra ancora "una sorte in Scaone". Anche il Bussi identifica "Scaone" dei codici con l’attuale "Ascona". Nome molto oscuro, come pure Comorga. Che abbiano origine greco-bizantina? Comorga: rialto di terreno formato dalla natura, argine, terreno scavato, e fecondo per copiosa irrigazione? Ascona o scaona da un askeo = "coltivare" quasi indicasse un terreno coltivato, lavorato? Non conosco raffronti (per voci greche vedi Dizionario greco italiano del Müller – Torino 1921). Vedere "Ascona" (Locarno – Canton Ticino).

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Avegni

30th maggio 2006

dialetto Vegn (vengo), e probabilmente deriva dal vecchio nome presente nell’estimo dell’anno 862 con la dizione "Venni pecoraritiae" (M.Tosi) e divenuto nei sec.X-XII "Vegnistria" e poi "Vegni".
 
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Artana

30th maggio 2006

dialetto l’artànna – Frazione del Comune di Ottone. In C.D.B.Atroana (insieme con Tilegio e valle de gattis) identificata dal Bussi con “Artana” di Bobbio. “Artèna” in Bobbiese si usa qualche volta come termine generico per indicare”luogo alto, altipiano”.Dal Latino “altus” Vedi “altana” Diz.Italiano del Petrocchi. Mons. C. Goggi ritiene “artana” parola ligure composta da ar e tana dove ar significa acqua e tana è l’aggettivo: a questo proposito dice: Artana e Tanaro sono parole composte dalle stesse radici. Tanaro è Tana-ar contratto in Tanar. Vi è in tali idronimi qualcosa di comune. Ad Artana vi è una fonte ricca d’acqua e il Tanaro è il fiume più ricco del Monferrato; dunque Artana e Tanaro sono epiteti che significano ricco d’acqua. «Tan» corrisponde quindi al latino «tantus» e al greco «tanaos» che significa ampio, lungo (il Tanaos è fiume greco, il Tanai è il Don).

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Le Vocali

20th maggio 2006

Le vocali 

Le vocali sono cinque come in italiano, ma i loro suoni vocalici sono in numero maggiore.  

La vocale  « A » 

Questa vocale in italiano ha un suono unico ed è identico al suono dialettale della «a» atona.

Quando invece l’«a» è tonica, nel bobbiese può avere due suoni: un suono «à» aperto o meglio prolungato ed un suono «á» meno prolungato .

Esempio: suono aperto e un po’ prolungato.

– e bàl (le palle), u cavàl (il cavallo), u camàl (il camallo), ecc.

suono meno aperto me cánt (io canto). 

La vocale  « E » 

In italiano può avere due suoni: uno chiuso «é» e uno aperto «è». Nel dialetto bobbiese ha anche un suono intermedio: è una «e» atona che nella pronuncia tende a diventare muta o quasi muta. Questo suono intermedio si presenta quando in una parola c’è lo spostamento dell’accento tonico su un’altra vocale, causato da un qualsiasi motivo, coniugazione, alterazione, ecc.

Esempi:

– mé a lèg (io leggo) nün a l’giuma (noi leggiamo)

– mé vèd (io vedo) nün a v’duma (noi vediamo)

– padèla (padella) padlìn (piccola padella)

– lègna (legna) l’gnèra (legnaia). 

Può anche succedere che la «e» tonica di un tema verbale, si trasformi in «a» per lo spostamento dell’accento tonico. 

Esempi:

– mé pèrl (io parlo) nün parlùma (noi parliamo)

– mé aśèrd (io azzardo) nün aśardùma (noi azzardiamo)

– mé bèś (io bacio) nün baśùma (noi baciamo)

– mé vèr (io valgo) nün varùma (noi valiamo)

mé tèś (io taccio) nün taśùma (noi tacciamo)

– mé spèr (io sparo) nün sparùma (noi spariamo)

– mé lèv (io lavo) nün lavùma (noi laviamo)

– mé pègh (io pago) nün pagùma (noi paghiamo)

– mé pèrt (io parto) nün partùma (noi partiamo) 

sono verbi che hanno variazioni nel «nel tema». 

Quando nella scrittura troviamo già una lettera accentata la «e» tonica viene indicata con il segno «ē», se il suono è stretto e con il segno «ę» se il suono è aperto. Negli altri casi la «e» è sempre letta come chiusa.

Esempi:

– lü u vedrà (egli vedrà) cręiśmè (cresimare) 

La vocale  « I » 

La vocale «i» non presenta alcuna difficoltà, si pronuncia come in italiano. L’accento grave è però obbligatorio solamente sulla «i» finale di parola se è tonica, come per esempio negli infiniti della III coniugazione. Es. finì (finire), murì ( morire), ecc.

Ma noi lo useremo anche sulla «i» tonica di parole non piane come «vistìs» (vestirsi), «brìscula» (gioco a carte), quando il non metterlo porterebbe confusione nella lettura delle parole.  

La vocale  « O » 

La vocale «o» in posizione atona si pronuncia come in italiano. In posizione tonica, nel dialetto bobbiese, ha più sonorità:

abbiamo

una «ö» molto chiusa e3 variata come si evidenzia nelle parole: fiö (figlio), linguö (ramarro), ecc

una «ó» chiusa come nella parola: mórt (morto), cón (con), ecc.

una «ò» aperta che troviamo in finale di parola: falò (falò), cumò (comò). ecc.

una «ô» chiusa con suono nasale: rôba (cosa, roba), vôta (volta), ecc.

Quando nella scrittura troviamo già una lettera accentata, la «o» tonica viene indicata con il segno «ō», se il suono è stretto e come in italiano «o» normale se il suono è aperto. 

La vocale  « U »  

La vocale «u» in posizione atona si pronuncia come in italiano. In posizione tonica invece abbiamo :

una «ü» con suono chiuso e turbato: (egli), vün (uno), ecc.

una «ù»con suono aperto, si trova nella maggioranza dei casi in finali di parole: cucù (cuculo), ar sù (il sole), ecc.

una «ú» con un suono chiuso: parsút (prosciutto)

Le consonanti 

La consonante  « B » 

Nel dialetto bobbiese viene pronunciata come nella lingua italiana. 

La consonante  « C »  

Come consonante ha, come in italiano, un suono duro davanti alle vocali «a-o-u» e davanti a «h»; quando la «c» si trova a fine parola per ottenere il suono duro la si fa seguire dalla lettera «h» come ad esempio nelle parole «sèch» (secco), «lùch» (sciocco), ecc.; per ottenere invece un suono dolce non la si fa seguire dalla lettera « h » come  nelle parole « vèc » (vecchio), «strìc» (lasca), «cùc» (accosciato), ecc. 

Nei trigrammi «cia» (ciamè), «cio» (ciôsa), «ciu» (ciùch), la «i» è un semplice segno grafico e non deve essere pronunciata se non ha l’accento. 

La consonante  « D » 

Questa consonante viene pronunciata come in italiano. 

La consonante  « F » 

In dialetto si pronuncia come in italiano. 

La consonante  « G » 

Ha un suono duro davanti a « a-o-u », davanti ad «h» ed ad altre consonanti «cme» (come). Quando la si trova in finale di parola, per indicare il suono duro la si fa seguire dalla lettera «h» ad esempio: «bègh» (verme), «lègh» (lago).

Ha invece un suono dolce davanti alle vocali «e-i». Si può trovare anche a fine parola  come ad esempio nella parola «lèg» (leggere) ed anche in questo caso, come succede con la «c», per indicare il suono dolce la si scrive senza la « h ». 

Nei trigrammi «gia» (giása), «gio» (giòstra), «giu» (giurnè), la «i» è un semplice segno grafico per indicare una pronuncia dolce. 

La «g» davanti alla «n» rappresenta il suono nasale di «gnòch». 

La consonante  « H » 

In bobbiese come in italiano l’«h» viene usata come segno distintivo della pronuncia gutturale della «c» e della «g» davanti alla «e» ed alla «i».

– Nelle cinque voci del verbo « avèi » al presente indicativo e nel passato prossimo dove nella pronuncia rimane muta : me a gh’hô, te at gh’hé, lü u gh’ha, nün a gh’ùma, viètar a gh’hì, lu i gh’hàn ; me a gh’hô avìd, te at gh’hé avìd, lü u gh’ha avìd, nün a gh’ùma avìd, viètar a gh’hì avìd, lu i gh’han avìd. 

– Come elemento caratteristico di alcune esclamazioni: ah!, oh!, ohimè!, ohibò!, ecc. 

La consonante  « L » 

È una consonante che viene pronunciata come in italiano: surèla (sorella), fradèl (fratello), cavàl (cavallo), ecc. 

Una caratteristica del dialetto bobbiese e degli altri dialetti lombardi, è l’abbandono graduale del rotacismo. Sotto l’influsso della lingua italiana la «r» intervocale viene sostituita dalla «l»; il rotacismo si conserva invece ancora nelle seguenti parole:

Varèi (valere), vurèi (volere), scarògna (scalogna), s’réśa (ciliegia), curtèl (coltello), rigulìsia (liquiriśia), carimè (calamaio), candèira (candela), cariśna (caligine), gùra (gola), ar (il), ra (la), ecc. 

Invece del trigramma «gli» che appare nella lingua italiana, davanti ad altre vocali il bobbiese presenta una «i» semivocalica, abbiamo così: familia (famiglia), vöia (voglia), ài (aglio), föia (foglia), bilièt (biglietto), bilièrd (bigliardo), miliùr (migliore), mèi (meglio), tvàia (tovaglia), ecc. 

Si nota però che in alcuni casi, in una parlata più «dotta», forse in alcuni italianismi o in termini con grafia italianizzata, il trigramma viene utilizzato. Ad esempio nel congiuntivo imperfetto del verbo imbottigliare (embutiliè) si sente sempre più spesso: «ch’u l’embutiglìsa» invece di «ch’u l’embutili-ìsa» L’utilizzazione avviene più graficamente che foneticamente. 

La consonante  « M »  

È una vocale che nel dialetto si pronuncia come in italiano.

In molti altri dialetti quando la «m» si trova davanti ad una consonante sorda, nella maggioranza dei casi si comporta come la «n»: si dilegua e nasalizza la vocale precedente.

Esempio: embacüchè, la «e» che precede la «m» si nasalizza e nella pronuncia viene prolungata sovrapponendosi alla pronuncia della «m»

Ma questa non è una regola, è una consuetudine legata al modo di esprimersi di alcuni e non di altri.

Nel vocabolario abbiamo solamente messo in evidenza questo fatto lasciando così libero il modo espressivo di ognuno 

La consonante  « N »  

Nel dialetto bobbiese ha un suono come nella parola italiana « nono » quando: 

– è all’inizio di parola: num (nome), nuśa (noce), ecc

– si trova tra due vocali: nonu (nonno), pana (panna), ecc.

– segue un’altra consonante: mürnè (mugnaio), carìśna (caligine), ecc.

– si trova in finale di parola: vśin (vicino), vìn (vino), pàn (pane), ecc. 

Una caratteristica importante del nostro dialetto è il dileguamento con nasalizzazione della vocale precedente, quando la «n»si trova davanti ad una  consonante «sorda»:

Andè (a’dè), tànt (tà’t), déntôr (dé’tôr), gnént (gné’t), marénda (maré’da), enàns (enà’s), véntidü (vé’tidü) e così via.

Nella pronuncia la vocale che precede la «n» si nasalizza e viene prolungata sovrapponendosi alla «n».

Ma da uno studio approfondito si nota che questa norma viene applicata sulla maggioranza delle parole, ma non su tutte ed inoltre questo dilenguamento con nasalizzazione resta un modo personale di esprimersi.

Resta difficile nasalizzare: sìngar, ànra, trìnca, vànga, ànca, anvìn, ràncio, bànca, deśmanghès, e moltissimi altri vocaboli.

Si rileva che anche nella parlata corrente, quando la «n», a fine di parola, precede un’altra consonante molti bobbiesi applicano questa norma; ad esempio: 

I gh’han dàt I gh’ha’ dàt; pàn gratè pà’ gratè, ecc. 

La consonante  « P » 

È una consonante che si pronuncia come in italiano.

Si noti la tendenza del dialetto di sonorizzare le sorde; è frequente il caso che parole italiane che iniziano con la «p», comincino poi nel dialetto con la «b». 

Esempi: Prugna (brìgna), palla (bàla), prendere (brônchè),ecc. 

Altre invece hanno la consonante «v» al posto della «p» italiana. 

Esempi: Savòn (sapone), rèva (rapa), savurìd (saporito), cavì (capello), savèi (sapere), ecc. 

Alcune volte avviene anche il dileguamento della «v»:  sùra (sopra), cuèrta (coperta), quèrc (coperchio) ecc. 
 
 
 

La consonante  « Q »  

È una consonante che è sempre seguita dalla vocale « u ». Si pronuncia come in italiano.

Il digramma «cq» viene scritto con la sola «q». Es.: Acqua (àqua). 

Abbiamo parole che in italiano cominciano con la «c» che in dialetto si trasforma in «q»:

Esempio: Coprire (quatè), coprire (quarcè), coperchio (quèrc), ecc. 

e ne abbiamo altre che cominciano in italiano con la «q» che si trasforma in «c»

Esempio: qui (ché), questo (che lü), questa (che lé), ecc. 

La consonante  « R » 

È una consonante che nel dialetto rende lo stesso suono di quello italiano. 

Mentre l’italiano ha conservato questa consonante presente nelle parole latine, il dialetto l’ha persa in moltissimi casi: 

– nell’infinito dei verbi: finì (finire), can (cantare), vèd (vedere), rìd (ridere), piànś  (piangere), ecc. 

– nei sostantivi che in italiano terminano in «iere»: barbé (barbiere), purté (portiere), cantuné (cantoniere), curiéra (corriera),ecc. 

Inoltre la consonante «r» è facilmente soggetta al fenomeno della «metatesi» (inversione nell’ordine di successione dei suoni in una parola).

Esempio: Cardénsa (credenśa), entrégh (integro), marùd (maturo), tarśént (trecento), nòstar (nostri), ecc. 

La consonante  « S »  

Questa consonante, come in italiano ha due suoni, uno sordo ed uno dolce.  

– Ha un suono sordo come nella parole italiane: stanco stràch, corsa cùrsa, crescere crès,  ecc. 

– Quando invece ha un suono dolce, come nelle parole italiane: sdentato śdentè, schiaffo śgiafòn, slavato ślavè, noi la indicheremo con il segno «ś» 
 

La consonante  « T » 

Ha lo stesso suono che in italiano.

In molti casi, in posizione intervocalica ed in finale di parola, la « t » originaria latina da sorda si è trasformata in sonora diventando « d ». Il caso più evidente è il participio passato di alcuni verbi: finìd (finito), savìd (saputo), benedìd (benedetto), bęivìd (bevuto), pianśìd (pianto),ecc.

Altri casi: röda (ruota), nüdè (nuotare), dìd (dito), maridè (maritare), fradèl (fratello). 

La consonante  « V » 

È una consonante che si pronuncia come in italiano. 

Esempi: vün (uno), avèi (avere), avèrt (aperto), öv (uovo), növ (nuovo), vèduv (vedovo), sèrva (serva), ecc.

Frequente nel dialetto è la prostesi (aggiunta di una lettera all’inizio di parola) della «v»: vün (uno), vòt (otto), vès (essere), ecc. 

La consonante  « Z »  

Nel dialetto questa consonante non viene utilizzata; si usano invece le consonanti  « s » e « ś »:  

a) quando ha il suono sordo nella pronuncia bobbiese si usa  «s»

      Esempio:  zafferano (safràn), forza (fôrsa), zucca (süca), paśienza  (pasiénsa), ecc. 

b) quando ha il suono sonoro si pronuncia «ś» utilizzando il segno «ś»:

      Esempio: mèśa (mezza), laśaròn (lazzarone), ecc., come il suono che si  utilizza nella parola italiana «zero». 
 

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Areglia

6th maggio 2006

Dialetto "aréa". Da "areicula" , piccola aia. Il Tosi nella sua Guida Storica di Bobbio, afferma: «il piccolo paese è sorto dopo la costruzione del castello del Poggio, residenza abituale della famiglia Scotti. La costruzione del castello risale al 1488». Nel Codice Diplomadico di S. Colombano la troviamo nel Vol.II a pag. 276 de clisura de Arelia (fine del sec.XII) e poi a pag. 305 dove Oberto del fu Ugone Morello investe Pagano e Giovanni de Arelia di alcune terre tenute dagli investiti e dai loro consorti (anno 1202, luglio 25).

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Cerignale

6th maggio 2006

dialetto serignà – capoluogo del comune omonimo. La storia ecclesiastica diocesana di Bobbio – Parte II Fasc. I pag.50 e seg. Attesta le forme Cerinialis, Cernialis e Cerniago.
Delle prime due voci dà anche prove documentarie: colazione canonica dell’archivio Vescovile Tortonese all’anno 1560, Ecclesia S.Lamentii de Cerignali decreto di Ms. Anduyar (arc.Vescovile Tortonese) anno 1744, populi Cerignalis et Carisaschae, sotto, ecclesia parochialis matrici Cerinialis. Il toponimo pare che derivi dall’aggettivo “acernus” con l’aggiunta del suffisso –alis o (più anticamente) –acum e l’aferesi della “a” della prima sillaba. Non ci persuade una derivazione da “cerrus” = cerro, che ci stata suggerita sul luogo, per la presenza nel toponimo del “gn”; con l’etimo “cerrus” non sapremmo spiegarcelo.

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Ancarano

6th maggio 2006

ancaràn – frazione del Comune di Rivergaro.Dal C.D.B. 862, Ancarianum; 865, Ancarianum; 888, Encarianum; 893, Ancarianum; 896, Encarianum; 903, Ancarianum Va identificato col "fundus Ancharianus cum Casis in Carnicino et Silvis Sagatis" a cavaliere tra i pagi Vercellese piacentino e ambitrebbio veliate, dalla tavola Traiana. "Ancarianus" da un nome personale "Ancarius? Forse gallico". (Dagli appunti del prof. E. Mandelli)

Ancarano sotto

Ancarano sopra

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Altarelli

6th maggio 2006

Dialetto Altarèi – Il Terracini (Atti IX Congr. Geogr. 1924, Vol. II pag, 327) segnala nella voce Altare (che sarebbe di origine celto-ligure) nelle Alpi Occidentali l’accezione di «altura», nome che si adatta bene alla nostra località. Nell’immagine si trovano in primo piano al di sotto dei Levratti le case degli Altarelli

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Alpicella

6th maggio 2006

arpesèlla – Frazione del Comune di S.Stefano. Nel Cod. Dipl. Bobbiese, trovo "alpecella quae appellatur Pennice" e vi si intende il monte Penice. Nel basso latino "alpicella" deve aver avuto significato di monte non molto alto. Da questa denominazione genericamente data ai monti deve essere venuto il nostro toponimo specifico. Si ha pure una località "Alpe", frazione di Gorreto sotto il monte Carmo. Io sarei del parere di pensare a un diminutivo di "alpis". A meno che tutti questi nomi locali non si debbano ritenere coevi con quello di "Alpi" (la catena delle) che dagli studiosi vien fatto risalire a una radice celtica "alb o alp": alto monte.

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