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1958/10/04 – La «vera» del pozzo di San Colombano

22nd maggio 2014

Da La Trebbia del 4 ottobre 1958 di Gino Macellari

Testimonia la bi millenaria vita della nostra città

L’insigne reperto archeologico è stato provvisoriamente collocato nel giardino di Santa Fara a cura della Pro Loco – Un diploma del re longobardo Agilulfo del 599 accenna alla fonte da cui proviene la «vera» 

Dall’angolo riposto e indegno nel quale si trovava fino a pochi giorni orsono, è stata riportata all’aperto e opportunamente sistemata (anche se provvisoriamente) in in’aiuola del giardino di piazza Santa Fara, la famosa «vera» del pozzo antichissimo che servì alla popolazione ed ai monaci del convento di San Colombano. La cittadinanza ha così potuto ammirare il pezzo archeologico che testimonia dell’antichità di Bobbio.

Sarà bene riassumere la storia di questa pietra e parallelamente quella di alcune tra le più note vicende bobbiesi, per spiegare l’importanza di questo blocco di marmo definito da insigni studiosi, un vero «monumento».

Nel 599, con decreto proprio, il re Agilulfo donava a San Colombano il diritto di abitare in Bobbio e di possedere, in una, con la basilica antica di San Pietro, il territorio attorno alla città, per quattro miglia. Il sunto di tale disposto reale, è generalmente noto come «diploma di Agilulfo» di ormai acquisita autenticità, è visibile sul frontone dell’arco che conclude la parte finale del paradiso interno del convento (attuale adiacenza all’ingresso dell’Istituto Magistrale). Sotto il busto del re longobardo corre un’iscrizione latina datata 1725, con la quale i monaci del convento ricordavano il grande beneficio accordato a San Colombano nel 599.

Il pozzo

La meta del pozzo rimasta di pertinenza al monastero

Nell’atto di donazione era compresa la descrizione di una fonte situata nel muro che divideva appunto  le ragioni dell’abbazia da  quelle della popolazione o meglio da quelle del duca longobardo Sondrarit favorito del re, espressamente nominato nel documento. A lui il re doveva certamente grandi riguardi; possiamo anzi dire che il monarca dovette tener conto della situazione parecchio complessa rappresentata dalle esigenze della popolazione e dei numerosi rappresentanti regali più o meno importanti e dall’altra parte riconoscere l’immenso aiuto recatogli dal Santo irlandese nella controversia detta «dei tre capitoli». Le parole che indicano la fonte sono «praeter tantam mediatatem putei» (ad eccezione della metà del pozzo). Con tale clausola la popolazione poteva attingere acqua dalla metà del pozzo situato nel corpo del muro di cinta del convento, precisamente nella piazzetta di S. Lorenzo, in posizione ancora rilevabile facilmente, dato il breve tempo trascorso da quando il pozzo stesso fu rimosso (1933).

Il pozzo

La meta del pozzo a disposizione dei cittadini

L’imboccatura del pozzo era formata da quella stessa «vera» marmorea esposta in piazza S. Fara. Essa indiscutibilmente prova la preesistenza di abitanti bobbiesi nell’era pre-cristiana. Già il diploma di Agilulfo riporta automaticamente a ritroso di diversi secoli l’inizio delle prime vicende bobbiesi in quanto, menziona attività e poteri di ufficiali e messi e conti di sua emanazione, ma certamente sostitutivi di precedenti. L’esistenza della «basilica» di S. Pietro sulle rovine della quale S.Colombano edificò la nuova sua chiesa, dice chiaramente come fosse importante la zona, ché altrimenti non si sa a che a che possa aver servito una basilica, termine di per sé imponente.

Nel diploma vengono detti «colti e  incolti»i terreni da assegnarsi alla comunità religiosa ed è ancora un segno nonché della vita, della operosità della popolazione bobbiese.

È soprattutto però il pezzo di marmo della fonte, che rimanda indietro di comunità. È un masso, un pezzo unico di marmo, che posto in piedi, ha forma pressoché cubica, con queste precise dimensioni: base inferiore quadrata di cm. 75 di lato, base superiore di cm. 89 perché da un lato corre uno sbalzo-cornice di cm. 20 verso il basso; l’altezza del pozzo è di cm. 58.  Visto dall’alto il blocco presenta una faccia quasi quadrata (cm. 88 per 75) e completamente aperta con meraviglioso lavoro di scavo  fino ai bordi che misurano rispettivamente cm. 18, 15, 9, 7, rispetto ai lati.

La pietra formava, come si è detto, l’imboccatura del pozzo più antico della città e non essendo stato mai impiegate carrucole né argani, vi si attingeva acqua a mezzo delle braccia, cioè strisciando la corda sull’orlo della pietra stessa. Le scanalature che vi si osservano sono profondissime una di esse giunge fin quasi alla metà dell’altezza. Le scanalature sono numerose anche se non tutte della medesima profondità. Ciò che aumenta poi la meraviglia dell’osservatore è il fatto che dalla parte opposta esistono altri segni simili così che inevitabilmente ne deriva che la pietra fu anche capovolta e usata in modo uguale dalle due parti. Ora, tante e così profonde incisioni in un sasso di tale durezza, non possono essere state prodotte che da un logorio di secoli e secoli per cui non è più azzardato dire che le terre bobbiesi erano abitate anche duemila anni or sono (calcolo approssimativo che fece nel 1855 il celebre archeologo P. Adriani) ciò che appunto rimanda a quel 218 avanti Cristo in cui i romani fondarono Piacenza.

Il pozzo venne completamente rimosso nella primavera del 1933 durante i lavori di risanamento del centro cittadino, voluto dal podestà di allora, geom. Antonio Renati. Il muro di cintadell’ex convento, correva dall’edificio dell’albergo Barone per tutta la lunghezza della via  cosiddetta del Pozzo fin contro la sacrestia della chiesa di S. Lorenzo, con la quale formava un vicolo strettissimo, largo poco più di un metro e lungo 20 metri; proprio alla fine di detto vicolo, in angolo rispetto alla piazzetta di S. Lorenzo, esisteva il pozzo da cui fu cavata la «vera». Il muro era alto in media, 6 metri e presentava pericolo serio per caduta di sassi, non più trattenuti dalla calce, era nero per antica usura, aveva andamento irregolare; la strettoia che formava con le case di fronte impediva la normale comunicazione tra la parte alta e la parte bassa della città, nonché il naturale invito ai forestieri che desideravano visitare il più grande monumento bobbiese, la basilica di S. Colombano.

La consulta municipale, (membri i sigg. Paolo Cella, Giovanni Davico ed Ernesto Elba, presidente Renati) nella seduta del 14 marzo 1933, aveva approvato il progetto dei lavori presentato dal geom. Agostino Piazzi. La pratica  era stata nel frattempo perfezionata poiché occorrevano le approvazioni delle autorità ecclesiastiche e quella dei benefici vacanti. I lavori vennero iniziati il 1° aprile 1933 e terminarono il 29 dello stesso mese con la spesa di L. 18 mila 260. In omaggio ai tempi correnti la nuova via fu chiamata dell’«Impero» ed aveva effettivamente risposto alle aspettative. Nel dicembre del 1955 infine veniva abbattuto completamente il muro di divisione fra la città ed il convento, ciò che poneva la basilica ed il bellissimo colonnato a diretto contatto con la vita cittadina.

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1938/03/06 – Bobbio Autarchica

22nd maggio 2014

La Società Mineraria Val Trebbia con sede in Milano, ha iniziato un complesso lavoro nella nostra vallata per l’estrazione e la

lavorazione del “Talco”.

In comune di Cerignale sono individuate tre cave: una è in attività; vi sono addetti vari operai e la pietra estratta in abbondanza è riconosciuta ottima.

A Bobbio, in via Circonvallazione, si prepara lo stabilimento per frangere e macerare la pietra.

Entro il corrente mese saranno impiantati nello stabilimento, ampio, areato, comodo per l’accesso della strada aziendale e per il movimento del lavoro, i frantoi ed i mulini.

Il Rag. Brunetti, Delegato della Società, nutre le migliori speranze per il successo dell’iniziativa.

Il Podestà Renati, ha dato e dà tutto il suo appoggio per facilitare in Bobbio il compito della Società.

Quando gli eccezionali macchinari romberanno e la polvere “autarchica” fiorirà di sotto le potenti macine, parleremo ancora ed in termini tecnici e con rapporti economici dell’importante lavorazione.

NDA: La lavorazione è iniziata sabato 23 aprile 1938,

art. de La Scure del 27/4/1938, a pag.3

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2009/10/29 – 150 anni fa veniva sciolta la Provincia di Bobbio

22nd maggio 2014

Da La Trebbia del 29 ottobre 2009

Istituita nel 1743 con il Trattato di Worms, comprendeva un vasto territorio del Regno di Sardegna. Il 23 ottobre 1859 il territorio, sotto Pavia, diviene circondario fino allo smembramento del 1923.

La storia della provincia inizia con la fine della guerra di successione austriaca, infatti Bobbio, fino allora Contea dei Dal Verme con il suo territorio, entra a far parte del Regno di Sardegna lasciando l’ex Ducato di Milano austriaco, e lo Stato Sabaudo la eleverà a capoluogo di provincia fino alla costituzione del Regno d’Italia.

A seguito del Trattato di Worms del 13 settembre 1743, confermato con la Pace di Aquisgrana del 18 ottobre 1748, avveniva l’alleanza antifrancese dei Savoia con Maria Teresa d’Austria e l’Inghilterra nella guerra di successione austriaca.

Per concessione dell’Austria le autorità sabaude dopo la guerra, unirono l’Oltrepò, con il Vogherese, il Bobbiese e feudi adiacenti (Siccomario, Langhe Malaspiniane e Feudi Vermeschi) in una nuova Provincia con capoluogo Voghera, nonostante l’istituzione della provincia di Bobbio nel 1743, ma che fu effettiva formalmente solo in seguito.

La provincia venne creata sommando i territori dei Feudi dei Dal Verme, dell’antica Contea di Bobbio con Corte Brugnatella, con le Langhe Vermesche e le Signorie dei marchesati dei Malaspina, fra i quali i Feudi di Varzi, Godiasco e Oramala, con i Feudi di Fortunago, Cecima e Bagnaria ed altri, che furono separati da Voghera e costituirono la nuova provincia di Bobbio.

 

Essa fu poi smembrata dalla Francia napoleonica fra il 1797 ed il 1803 ed inserita nel Dipartimento di Marengo (Alessandria), mentre nel 1805 è inserita nella Repubblica Ligure sotto il Dipartimento di Genova.

Tra il 1797 ed il 1814 Bobbio diviene Circondario (arrondissement francese) data l’abolizione delle province e verranno inseriti buona parte dei Feudi imperiali liguri aboliti effettivamente nel 1798, come il contado di Ottone (con i comuni di Cerignale, Fascia, Fontanigorda, Gorreto, Rondanina, Rovegno e Zerba) che era nel Dipartimento dei Monti Liguri Occidentali che comprendeva tutta l’alta Val Trebbia da Ponte Organasco e Carrega Ligure in Val Borbera e la Val Boreca. Nel 1815, dopo la caduta di Napoleone, rinasce nuovamente la provincia di Bobbio con il medesimo territorio.

Piantina

Con la riforma amministrativa del 1818 vi è una modifica territoriale, con la perdita dei comuni di Borgoratto, Cecima, Godiasco, Mentesegala, Pizzocorno e Staghiglione che passano nella provincia di Voghera; ma fu inclusa sempre nella Divisione di Genova del Ducato Ligure sotto il Regno di Sardergna. Dal 1848 la provincia di Bobbio venne staccata dalla Divisione di Genova e aggregata provvisoriamente alla Divisione di Alessandria, ma dipese sempre da Genova. Nel 1859 con Regio Decreto n. 3702 del 23 ottobre 1859 – Decreto Rattazzi venne inclusa nella provincia di Pavia e ridiventa Circondario (effettivo dal 1861), poi nel 1923 i comuni del Circondario vengono divisi tra le province di Pavia, Piacenza e Genova. Nel 1925 i comuni piacentini di Romagnese, Ruino, Valverde e Zavattarello ritornano in provincia di Pavia.

La Provincia di Bobbio

La Provincia di Bobbio (ab. 36.906 nel 1814) era divisa in quattro Mandamenti: Bobbio (ab. 7.723), Ottone (ab. 10.691), Varzi (ab. 7.581) e Zavattarello (10.914). Il comune più popoloso era il capoluogo Bobbio (ab. 3.475 nel 1814, ab. 3.743 nel 1839).

I comuni in totale dopo il 1814 erano 27, ma furono 44 i comuni (con popolazione del 1814 e quelli del 1839* che fecero parte della provincia di Bobbio in anni diversi, alcuni vennero soppressi altri ripristinati, altri passarono ad altre province ed altri furono di nuova costituzione: Bagnaria o Bagnara (ab. 778) (ab.713*), Bobbio (ab. 3.475) (ab. 3.743*), Borgoratto Mormorolo (ab. 820), Caminata (ab. 930) (ab. 652*) Cecima (ab. 824), Cella di Bobbio (con castellaro di Varzi e Casale, Cegni, Cignolo e Negruzzo di Santa Margherita) (ab. 1.444) (1.610*), Carignale (ab. 1.050) (a. 1.005*), Corte Brunatella (ab. 697) (ab.745*), Fascia (ab. 627*), Fontanigorda (ab. 1.338*), Fortunago(ab. 872) (ab.802*), Godiasco (con San Giovanni Piumesana) (ab. 2.210), Gorreto (ab. 773) (ab. 875*), Gravanago (manca), Groppo (manca) (nel 1818 assieme a Godiasco, nel 1929 venne aggregato al comune di Pozzolo, costituendo l’attuale Pozzol Groppo (AL)), Menconico (con San Pietro Casasco più Caro Bosmenso di Varzi) (ab. 1021) (ab. 1132*), Monsacco (manca), Monforte (manca), Montepicco (manca), Montesegale (ab.800), Nivione (con Selva di Varzi) (manca), Oramala (con Quarti) (manca), Ottone (ab. 2.759) (ab. 4.270*), Pietra Gavina (con Casa Cabano, Casa Fiori, Cascina Torretta, Santa Cristina di Varzi) (ab. 528) (ab. 467*), Pizzocorno (ab. 896), Pragola (ab. 1.759) (ab. 1.817*), Rocca Susella (manca), Romagnese (ab. 1947) (ab. 1.822*), Rondanina (ab. Ab. 627*), Rovegno (ab. 2.160) (ab. 2.386*), Ruino (ab. 999) (ab. 955*), Sagliano di Bobbio (ab. 476*), Santa Margherita di Bobbio (ab. 583) (ab. 599*), San Ponzo (manca), Staghiglione (con Stefanago di Borgo Priolo) (ab. 1.251), Torre d’Albera (manca), Trebbiano (manca), Trebecco (ab. 376*), Val di Nizza (ab. 1.177) (ab.1.129*), Valverde (ab. 1.381) (ab.900)*, Varzi (ab. 1934) (ab. 2.045*), Zavattarello (ab. 1.648) (ab. 1.729*), Zerba (ab. 2.190) (1.275*).

Nota: il numero degli abitanti con asterisco (*) sono del 1839 gli altri del 1814

Gian Luca Libretti

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