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La Storia di Bobbio e delle famiglie bobbiesi di Giorgio Fiori

4th luglio 2017

Una considerazione per non mutare la nostra storia  

Un libro pieno di dimenticanze e auto incensamento

Ho tergiversato parecchio tempo prima di scrivere questa mia constatazione riguardante   i personaggi illustri di Bobbio elencati sul succitato libro. Già l’idea di volere elencare quelli viventi senza farli passare e sottoporli al giudizio della storia mi è sembrato alquanto bizzarra e strana, infatti è sembrata un elenco di persone simpatiche allo scrittore e null’altro, lasciando così gli altri personaggi ancora viventi in quello degli antipatici.

Giorgio Fiori si è dimenticato di molti personaggi altrettanto illustri: tra quelli scomparsi mancano il giudice Antonio Bellocchio con sentenze diventate poi guida per altri; il cancelliere Pietro Mozzi , poeta bobbiese  morto nel 1933, il suo omonimo nipote avvocato Pietro  molto amato dai bobbiesi e morto nel 2010; Italo Della Cella, ricordato in una lapide all’ingresso della casa comunale  e don Guido Migliavacca direttore per tanti anni de La Trebbia e scrittore. Va ricordato anche il prof. Enrico Mandelli che ha al suo attivo diverse pubblicazioni e uno studio sul nostro dialetto e il maestro e giornalista Gino Macellari  corrispondente della Liberà di Piacenza. Ma la mancanza che si nota di più e che stride è quella di Michele Tosi, studioso con diverse pubblicazioni che nel contesto nazionale ed internazionale era ritenuto a ragione uno dei più profondi ed attenti studiosi della storia medioevale e di San Colombano; archivista e paleografo di gran fama, fondò la rivista Archivum Bobiense, su cui sono apparsi approfonditi studi di eminenti studiosi italiani e stranieri e sulle grandi figure del monachesimo medioevale. Anche i maestri Antonio Lombardi e Luciano Bergamaschi vanno ricordati perché hanno saputo mantenere viva la tradizione del teatro dialettale bobbiese, come fa attualmente Alpegiani con la Familia Biubieiza. Ma come si può non apprezzare l’opera del Cav. Ludovico che per anni, con il suo caseificio, ha portato lavoro in tutta la vallata?

Tra le persone illustri viventi balza subito all’occhio la mancanza nell’elenco del giudice Costanzo Malchiodi che fu tra l’altro capo del GIP di Torino, dei cattedratici Flavio Nuvolone e Mario Pampanin, del dottore e naturalista Piero Mozzi, uno degli autori più venduti in Italia e conosciutissimo; dello scrittore Pier Luigi Troglio, delle giornaliste Irene  ed  Elisa Malacalza, nonché Patrizia Marchi, della scrittrice Violetta Bellocchio autrice di romanzi con  tiratura di gran lunga superiore a quella dell’invece citato padre Alberto,  della dimenticanza dell’avvocato Mario Mozzi e di Cristina Capra, del puntiglioso ricercatore Giovanni Magistretti, tra l’altro scopritore del percorso dell’antica strada degli Abati? Andrebbero inoltre ricordati il finanziere Vittorio Malacalza e l’imprenditore Marco Labirio che si preoccupa di portare lavoro nella nostra valle. Va ricordato anche il bravissimo giocatore Albino Cella e con tutto questo rimango certo che anch’io avrò dimenticato qualcuno.

Il titolo dell’opera però trae in inganno: le famiglie di Bobbio non sono solo quelle nobili ma ce ne sono molte di più; basta guardarsi intorno per vedere quanta altra bella gente c’è!  

Nel libro si parla giustamente di toponomastica e qui trovo disdicevoli le critiche che vengono fatte a Tosi, deceduto nel 1995, questione di buon gusto e sensibilità, ma di una cosa sono convinto che Tosi avesse ragione a collegare la parola dialettale “gadan” alla famiglia de Gadani, proprietaria di terre dalle parti di Lagobisione.  

Bisogna tener presente che anche nelle parole dialettali si scopre la nostra storia, il passaggio delle varie popolazioni sul nostri territori hanno lasciato una traccia indelebile. A scombussolare le carte sono stati i cartografi e gli storici poco attenti alla cultura locale. Esempi ne abbiamo moltissimi, vedi Cerpiano nato dalla parola dialettale «ens ar piàn», Sarmase « ens ar mèz»; Scorte  «ens curt» dimenticando che «curt» è la «curtis» medioevale nota istituzione territoriale amministrativa e il «mèz» era un’unità fondiaria alto-medioevale , questi alcuni esempi di errori.  

Anche Ceci deriverebbe da una storpiatura del vecchio nome «Ceuce» che appare sui vecchi documenti, infatti, leggendolo alla francese si pronuncia Seus  e in dieletto «Sös»; un altro vocabolo con l’influenza francese e che indica una nostra località è «Squera»   che non è altro della traduzione in francese della parola dialettale «schèra» (scala); a conferma di questo è il fatto che la continuazione di questo sentiero che porta alla vetta del Penice viene denominato «e scarèt»: è la parte che inizia da Santa Maria e che si inerpica verso il santuario.  

E veniamo alle vie di Bobbio, premettendo che non è mai il popolo a sbagliare i nomi perché il dialetto può evolversi, ma non viene mai storpiato; gli errori nascono quando si dimentica o quando non si vuole considerare la storia racchiusa nella nostra parlata. Infatti «u rì müt» lo hanno fatto diventare “romito”, che è uno stravolgimento radicale. La commissione comunale per la toponomastica ci ha regalato “un romito, un eremita”, quando noi credevamo di doverci accontentare di un «rio muto», inoltre “a strèta di Parvé” è stato denominato vicolo dei Peveri, quando a nostro avviso, il nome deriverebbe dalla parola francese “Parvis” che significa sagrato, via che porta al sagrato, alle case che erano proprietà della chiesa di San Colombano. Questa parola avrebbe dato origine a Parvé  da cui la penultima denominazione «vicolo dei Parvieri».

Tutto questo la commissione comunale di toponomastica avrebbe dovuto saperlo…

A volte per risolvere i problemi di Bobbio si interpellano persone che bobbiesi non sono e che non conoscono la nostra storia.

Molte volte non sono solo i documenti scritti ad insegnare la storia di un popolo, la vera storia è quella vissuta giorno per giorno e basterebbe guardarci attorno e ascoltare con umiltà e chiedendosi sempre il perché dei vari nomi. Molte volte il vernacolo docet!

 

Uno dei tanti sedicenti studiosi bobbiesi  Gigi Pasquali

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