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Bobbio ricorda il suo alpino

17th agosto 2017

Bellocchio, il generale a capo dei partigiani milanesi

Riordinato il patrimonio archivistico donata dalla famiglia al Comune-

Romano Repetti

BOBBIO

Il generale Giuseppe Bellocchio era nato a Bobbio il 15 febbraio 1889. Bobbiese anche il padre Domenico, commerciante e proprietario di beni fondiari, mentre la madre, Costanza Bionda, proveniva da Ponte dell’Olio. Oltre a Giuseppe anche il fratello Andrea fu indirizzato alla carriera – diventerà colonello medico nella Marina – e pure la sorella maggiore Ida sposò un ufficiale, mentre l’altra sorella Elvira, si maritò con un bobbiese emigrato in Usa e andò a vivere a New York.

Giuseppe dopo gli studi superiori affrontò la vita militare nel Corpo degli Alpini. Partecipò alla 1° Guerra mondiale, raggiungendo il grado di maggiore e fu posto al comando di battaglioni alpini. Dopo la guerra fu ammesso al corso triennale 1929- ’22 della Scuola di Guerra di Torino per la formazione degli ufficiali di stato maggiore e successivamente promosso colonello.  Fra il 1928 e il 1931 fu inviato in Albania quale addestratore delle truppe del re Ahmed Zogu appena arrivato al potere con il sostegno dell’Italia. Dopo vari in carichi come Capo di S.M. in brigate e come comandante di reggimento, prima dell’inizio della 2a  guerra mondiale fu promosso generale di brigata e più avanti di divisione ed utilizzato in Italia per incarichi speciali e da ultimo come comandante della Zona militare di Alessandria. Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 Bellocchio fu tra i non molti generali del Regio esercito italiano che, riusciti a sottrarsi alla cattura e alla deportazione in Germania, non solo si rifiutarono poi di rientrare in servizio del ricostituito regime fascista di Salò ma si unirono ai partigiani per contribuire a liberare l’Italia dal nazi-fascismo. Data la sua età poteva ritirarsi a vita privata nella sua casa di Bobbio, invece entrò nella clandestinità, ospite via via di diverse famiglie nelle campagne lombarde e piacentine, fra cui quella di un nipote a Carpaneto ed infine a Milano dove si unì ad un gruppo militare di Resistenza guidato dai generali Bortolo Zambon e Giuseppe Robolotti. Questi due però il 25 maggio ’44 furono arrestati dalle milizie di Mussolini ed il secondo, poco dopo, fucilato. Così quando ai primi di giugno il CNL Alta Italia, al fine di assicurare una direzione unitaria delle diverse formazioni partigiane, formalizzò la costituzione del Corpo Volontari della Libertà e ne nominò il Comando generale, rappresentativo dei diversi partiti politici animatori della Resistenza, fu designato Bellocchio a farne parte come esperto militare. Il vertice del Comando, che teneva in sedi diverse due o tre riunioni alla settimana, era costituito da lui, dall’azionista Ferruccio Parri, primo capo del  Governo dell’Italia liberata e dal comunista Luigi Longo, capo delle Brigate partigiane Garibaldi.

Nell’estate del ’44, visto il peso che il movimento partigiano aveva assunto nel Nord-Italia sotto occupazione tedesca, gli alleati anglo-americani ed il legittimo governo italiano, che tornato ad insediarsi a Roma con la presidenza di Ivanoe Bonomi, concordarono di portare nel Comando generale del CVL un militare di loro emanazione e designarono il generale Raffaele Cadorna, che; paracadutato in Val Camonica, a partire dal 6 settembre sostituì al vertice del Comando generale Bellocchio che assunse in cambio il Comando della Piazza di Milano, competente del coordinamento della lotta partigiana nella città e relativa provincia. Naturalmente le azioni partigiane a Milano e nel circondario erano diverse da quelle praticate in territori appenninici come nel piacentino, anche se non meno rischiose. Consistevano in sabotaggi, nella sottrazioni di armi ai nemici, in attentati ed altri atti dimostrativi per intimorirli e renderli insicuri, realizzati in genere nelle ore notturne. Gli aderenti alla Resistenza vi raggiunsero il numero di 15.000, ma erano in parte costituiti da operai che di giorno tornavano al lavoro nella propria fabbrica. Un compito specifico del Comado Piazza e del generale Bellocchio fu anche quello di predisporre il Piano insurrezionale da mettere in atto al momento della liberazione che si attuò il 25/26 aprile 1945.

Bellocchio, che era di sentimenti monarchici, anche in quel Comando era affiancato da esponenti delle nuove forze politiche antifasciste e repubblicane fra cui quell’Amerigo Clocchiatti comunista, che nel dopoguerra sarà  eletto a Piacenza deputato e che nelle sue memorie ricorda il generale con grande simpatia e ne sottolinea l’imparzialità. “Il generale comandante la piazza è figura di ufficiale onesto, corretto, semplice, non troppo uso alle schermaglie dell’attività politica”, fu scritto in una relazione riservata indirizzata a Pietro Longo.

Difficili invece i rapporti di Bellocchio con il generale Cadorna che si manifesteranno in particolare nei giorni della Liberazione. Dopo la quale Cadorna sarà nominato al vertice dell’esercito italiano, mentre Bellocchio tornerà subito a Bobbio “con la sua topolino a tre marce” come ricorda l’ex partigiano Agostini Covati che lo accompagnò in quel viaggio. E a Bobbio il generale resterà fino alla morte, avvenuta il 7 marzo 1966, da uomo semplice e fedele alle sue idee, compiendo nelle elezioni nelle elezioni politiche del 1953, disse “un ultimo servizio a Casa Savoia, quello di candidarsi, senza speranza di successo, nelle liste del Partito monarchico. Ma appunto il valore morale ed unitario della Resistenza derivò anche dall’avere nelle proprie file un personaggio come lui.       

Il generale Bellocchio con la famiglia

 

Il Generale in primo piano

Il Generale seduto al centro

 

Altri ufficiali bobbiesi aderirono alla Resistenza

BOBBIO

Oltre al generale Bellocchio, altri bobbiesi che fino all’all’8 settembre ’43 avevano prestato servizio nell’esercito in qualità di ufficiali aderirono al movimento partigiano svolgendovi importanti ruoli, Si tratta di Italo Londei, comandante della VII Brigata, di Virgilio Guerci e di Pino Follini che si succedettero al comando della IV Brigata, entrambe appartenenti alla Divisione e Libertà di “Fausto”. A sua volta ufficiale medico l’ufficiale medico Carlo Tagliani, tornato vivo dalla disastrosa campagna di Russia, non esitò ad unirsi alla brigata dell’Istriano operante in Val d’Aveto. Riguardo poi ai semplici partigiani valga per tutti ricordare la figura di Mario Fruschelli. Dopo l’occupazione di Bobbio nell’agosto ’44 da parte dei militari della Divisione Monterosa addestrati in Germania, approfittava del suo lavoro di Barbiere per sollecitare quegli alpini suoi clienti a disertare dall’esercito di Mussolini e ad unirsi ai partigiani. Ne convinse diverse decine, Arrestato fu portato nelle carceri di Chiavari in attea della fucilazione. Ma neanche lì, utilizzando intanto come barbiere, ne approfittò per conoscere bene i locali ed organizzare l’ingegnosa e riuscita fuga sua di altri 22 antifascisti. Fra i caduti partigiani bobbiesi particolarmente toccante è la vicenda della giovane staffetta Maria Macellari. Si era unita anche lei in Val d’Aveto alla formazione dell’Istriano e, ritenendosi che una donna fosse più facile girare senza destare sospetti fra i nemici, veniva appunto utilizzata per portare messaggi o per andare nelle farmacie a reperire medicine per l’infermeria partigiana di S. Stefano. Ma in quest’ultima missione a Piacenza, nell’aprile del 1945,  fu catturata e fucilata da militi fascisti incattiviti dall’imminente disfatta. I suoi compagni pretesero che il suo sacrificio fosse adeguatamente onorato e finalmente alla memoria di Maria nel 1957 fu concessa dal Presidente della Repubblica Gronchi la Medaglia d’Argento al valore militare.    

 

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